Sanità
4 Giugno Giu 2019 0600 04 giugno 2019

Allarme Epatite C: dal 2020 stop al fondo destinato a 300mila malati

Dal 2020 per i pazienti non sarà più a disposizione il fondo destinato ai farmaci innovativi: 500 milioni l’anno che finora hanno permesso ai pazienti di accedere a farmaci dai costi elevati. Eppure l’Italia si è impegnata a eliminare la patologia entro il 2030

Vaccination Linkiesta
(Pixabay)

In Italia sono circa 270-300mila. Tra quelli che sanno di avere l’epatite C, e quelli a cui non l’hanno ancora diagnosticata. Molti dei quali detenuti, tossicodipendenti e anziani che dovrebbero essere sottoposti a screening per evitare che a loro volta contagino altri. Ma si tratta solo di stime, che potrebbero rivelarsi anche molto più alte. Visto che un registro nazionale dei pazienti affetti dal virus Hcv, che attacca il fegato fino a distruggerlo, nel nostro Paese non esiste. E gli ultimi studi di prevalenza risalgono a vent’anni fa. Ora, mentre l’Italia si è impegnata a eliminare la patologia entro il 2030, come chiede l’Organizzazione mondiale della sanità, dalla fine di quest’anno si rischia però di fare più di un passo indietro. Dal 2020 per i malati non sarà più a disposizione il fondo destinato ai farmaci innovativi: 500 milioni l’anno, il 90% dei quali assorbiti dalla cura dell’epatite C, che hanno permesso ai pazienti di accedere a farmaci dai costi altrimenti elevatissimi. I medicinali anti-epatite C non saranno più coperti dal fondo, tornando a pesare solo sui bilanci della sanità regionale. «Con il rischio di ridurre la disponibilità delle cure e rallentare le terapie», denuncia Ivan Gardini, presidente dell’associazione Epac. L’Aifa e il ministro della Salute Giulia Grillo – che ha appena assicurato che il fondo sarà rinnovato – sono stati allertati, ma al momento non si vede alcuna soluzione all’orizzonte. «Da quando c’è il nuovo governo, nelle strutture si registra il 30% di pazienti in meno», dice Gardini. «Segno della scarsa attività di screening per l’emersione del sommerso. C’è immobilismo, non si fa nessuna attività di stimolo alle regioni».

Nel 2016, l’Oms ha definito un obiettivo: eliminare l’epatite C entro il 2030. Invitando tutti i governi, compreso quello italiano, a mettere in campo delle strategie mirate. Ma fino all’inizio del 2017, i farmaci anti epatite C venivano rimborsati dal Servizio sanitario nazionale solo in caso di malattia avanzata. Tutti gli altri, circa 100mila malati, restavano fuori, trovandosi davanti lo scoglio di terapie con prezzi che superavano anche i 50mila euro. E il risultato era un vero e proprio “turismo sanitario” all’estero, India in testa, in cui i pazienti si potevano curare anche con 500-600 euro. Mentre nei forum si organizzavano acquisti collettivi online, anche per farmaci di dubbia provenienza.

Da quando c’è il nuovo governo, nelle strutture si registra il 30% di pazienti in meno. Segno della scarsa attività di screening per l’emersione del sommerso. C’è immobilismo, non si fa nessuna attività di stimolo alle regioni

Ivan Gardini, presidente dell’associazione Epac

A marzo 2017, poi, la svolta, con la costituzione del fondo ad hoc per i farmaci innovativi, prevedendo la rimborsabilità dei trattamenti di nuova generazione per l’epatite C nell’ambito del Sistema sanitario nazionale. «Questo ha permesso a tutti i pazienti di veder riconosciuto il diritto di ricevere gratuitamente il trattamento per l’epatite C più adeguato rispetto alle proprie necessità», dice Gardini. «In un triennio sono stati curati 200mila pazienti».

La regola che si trova nella legge di stabilità del 2017, però, vuole che dopo 36 mesi i farmaci perdano lo status di innovatività, uscendo dalla copertura finanziaria del fondo. E questo ora è quello che accadrà a fine 2019 ai cosiddetti dda, i medicinali antivirali ad azione diretta che oggi sono rimborsati attraverso il fondo. «I farmaci anti-epatite C verranno messi sullo stesso piano degli altri farmaci. E questo causerà un rallentamento nella eliminazione della malattia», spiega Gardini.

Eppure, forse, le risorse non mancherebbero. Nel 2017 sono stati spesi solo 400 dei 500 milioni del Fondo, nel 2018 ne sono avanzati addirittura 300 milioni. Questo anche grazie al fatto che l’Italia è uno dei Paesi al mondo che riesce a ottenere i prezzi più bassi dalle case farmaceutiche, arrivando anche a sconti del 90% per i farmaci anti-epatite c. Che significa 5-6mila euro per una terapia di 8-12 settimane.

A conti fatti, con il trattamento di 70/80mila pazienti ogni anno, sarebbe possibile nel giro di tre o quattro anni eliminare completamente l’epatite C in Italia

«Ma anziché essere reinvestiti negli screening, i 300 milioni avanzati sono stati spartiti tra le regioni. Ricordiamoci che dall’epatite C si può guarire, ma resta una malattia contagiosa: bisogna comprare i test, andare a cercare i potenziali pazienti», dice Gardini. Anche perché quelli che non sanno di aver contratto il virus solo in Italia potrebbero essere circa 200mila. E ancora oggi uno su tre arriva nelle strutture specializzate quando è ormai in fase avanzata o avanzatissima, con un grosso rischio di mortalità. A conti fatti, spiegano da Epac, con il trattamento di 70/80mila pazienti ogni anno, sarebbe possibile invece nel giro di tre o quattro anni eliminare completamente l’epatite C in Italia.

«La nostra proposta è che venga costituito un fondo di scopo con una quantità di risorse ragionevole, anche la metà del fondo attuale, destinata a debellare del tutto la malattia», dice Gardini. «Serve un impegno da parte dello Stato rispetto a quanto chiede l’Oms. Se molte regioni lamentano che i farmaci anti-epatite C appesantiscono i bilanci, potrebbe essere direttamente lo Stato a comprarli».

Ad oggi, però, mancano piani regionali di eliminazione dell’epatite C. E come accade per il resto della sanità, anche in questo caso alcune regioni fanno meglio di altre. L’unica regione ad aver messo nero su bianco un piano per l’eliminazione è il Veneto. Il resto, nulla. «Più si cura e più si cura in tempo, minori saranno i costi sanitari legati alle complicanze che provoca la malattia. È un problema di sanità pubblica», ricorda Gardini. Secondo uno studio elaborato dall’Alta Scuola di management sanitario dell’Università Cattolica di Roma, il trattamento di 80mila pazienti l’anno, a fronte di un investimento di 1,5 miliardi di euro in tre anni, comporterebbe risparmi diretti per il Servizio sanitario nazionale di circa 1,9 miliardi di euro, che altrimenti dovrebbero essere spesi per curare complicanze come cirrosi e carcinomi del fegato, che una cura efficace e tempestiva consentirebbe di evitare. Vale a dire un risparmio per le finanze pubbliche di circa 4,9 miliardi di euro nel medio termine.

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