Bocciati
5 Giugno Giu 2019 0600 05 giugno 2019

Il “Governo del cambiamento” è il Governo dei senza lavoro (numeri alla mano)

Il 16 giugno di un anno fa Luigi Di Maio presentava il “decreto dignità”. Dopo un anno, si contano 21mila occupati in meno. C’è qualche contratto stabile in più, ma nel complesso ci sono meno contratti di lavoro. Aumentano le richieste di disoccupazione e la cassa straordinaria

Dimaio Linkiesta
(Vincenzo PINTO / AFP)

Era il 16 giugno di un anno fa. Il governo si era insediato da poco più di due settimane. E il neoministro del Lavoro Luigi Di Maio come prima mossa lanciava sul Blog delle Stelle il “decreto dignità”, l’unico provvedimento dell’esecutivo incentrato sul lavoro, annunciando che avrebbe dato tutele e salario minimo anche ai rider delle consegne a domicilio. Alla fine il “decreto dignità” s’è fatto, per i rider non è cambiato nulla (il famoso tavolo è fermo da mesi). E, al netto della situazione economica non favorevole, tra decreti, reddito di cittadinanza e futuri navigator, il bilancio di un anno del governo Conte sul fronte del lavoro è tutt’altro che positivo. Gli ultimi dati Istat, aggiornati ad aprile, rivelano che, da quando il governo si è insediato, in 11 mesi si registrano addirittura 21mila occupati in meno. Con il tasso di occupazione fermo al 58,8%, al penultimo posto in Europa, dato che ormai la Spagna ci ha superato da un pezzo.

Dopo un anno, insomma, quello che viene fuori è un sostanziale immobilismo del mercato del lavoro, con l’occupazione che non cresce. Anzi, rallenta. L’annunciata lotta alla precarietà, con i criteri più rigidi introdotti nel “decreto dignità” sui contratti a termine, è stata accompagnata nei mesi scorsi da un su e giù di piccole percentuali nei tassi di occupazione e disoccupazione. Senza di fatto però generare nuovo vero lavoro per il bacino dei oltre 2,6 milioni di disoccupati. Che sono sì diminuiti, seppur di poco, ma anche a fronte un aumento degli inattivi, quelli che un lavoro non ce l’hanno e non lo cercano. Andando a infoltire il grande bacino del disagio lavorativo.

Se l’obiettivo del “dignità” annunciato a inizio mandato era quello della «lotta alla precarietà» (parole di Di Maio), si può dire che quell’obiettivo quindi non sia stato raggiunto. Al di là delle roboanti esultanze del governo sui 241mila contratti stabili in più (dati Inps) nei primi tre mesi dell’anno, ci sono anche tanti a cui il contratto a termine non è stato rinnovato proprio per via dei nuovi vincoli del decreto. Calcolatrice alla mano, viene fuori che la crescita delle assunzioni e delle trasformazioni a tempo indeterminato non è stata sufficiente a colmare il crollo delle assunzioni a termine e della somministrazione, molto usati in periodi di incertezza economica e spread alle stesse come quello attuale, ma penalizzati dal giro di vite del decreto dignità. Il saldo, quindi, rispetto all’anno scorso, è negativo: meno 63mila. Intanto, a guardare i dati del ministero dell’Economia, sono tornate di moda le partite Iva: nei primi tre mesi del 2019 ne sono state aperte 196.060 nuove, con un aumento del 7,9% in un anno.

Si può dire, sì, che c’è un po’ più di stabilità per una parte di precari, con il passaggio da contratto a tempo determinato all’indeterminato. Ma i nuovi paletti hanno generato anche un ampio ricorso al turn over dei precari in scadenza. E Di Maio dovrebbe saperlo, visto che alcuni dei precari lasciati a casa lavorano anche per l’Agenzia nazionale delle politiche attive, che fa capo al ministero del Lavoro.

Di Maio dovrebbe saperlo, visto che alcuni dei precari lasciati a casa lavorano anche per l’Agenzia nazionale delle politiche attive, che fa capo al ministero del Lavoro

I contratti stabili aumentano, ma nel complesso ci sono meno rapporti di lavoro e molti più disoccupati a cui il contratto non è stato stabilizzato. Prova ne è l’impennata delle domande di disoccupazione: nei primi tre mesi dell’anno, hanno superato quota 418mila.

E a passarsela male sono i giovani. Dopo diversi mesi positivi, nel mese di aprile la disoccupazione giovanile cresce dello 0,8 per cento. Solo ad aprile, si contano 52mila lavoratori in meno tra i 15 e i 34 anni. Alcuni di questi si sono messi a cercare un lavoro (+11mila disoccupati 15-24 anni). Altri no, con un aumento di 38mila unità di inattivi nella fascia più giovane della forza lavoro italiana. Mentre gli incentivi per le stabilizzazioni degli under 35 non decollano, visto che sono solo il 7,5% del totale delle trasformazioni.

Ma, guardando i dati ancor più nei dettagli, a risentirne di più di questa apatia del mercato del lavoro è ancora quella generazione di mezzo dei 35-49enni, difficili da collocare una volta che hanno perso il lavoro e per i quali non esiste alcun incentivo ad hoc: tra aprile 2018 e aprile 2019, in questa fascia si contano 176mila occupati in meno, con oltre 9 milioni e mezzo di disoccupati. Il tutto mentre, al netto della componente demografica, gli occupati over 50 crescono il doppio di tutte le altre fasce d’età. E per la prima volta dal 2014 diminuiscono, su base annua, anche gli occupati maschi.

Dai 138 tavoli di crisi di inizio anno, siamo arrivati a 150, per un totale di 280mila lavoratori a rischio

Intanto, mentre il ministro Di Maio era alle prese con la preparazione di convention con tanto di slide e prima card (sotto l’ampolla) del reddito di cittadinanza, sul suo tavolo si sono moltiplicate pure le crisi aziendali. Dai 138 tavoli di crisi di inizio anno, siamo arrivati a 150, ha raccontato Repubblica qualche giorno fa. Mercatone Uno, Whirpool, Pernigotti. La lista è lunga, per un totale di 280mila lavoratori a rischio. Nello stesso periodo, tra gennaio e aprile è cresciuto dell’11,89% il ricorso alla cassa integrazione rispetto allo stesso periodo 2018, proprio sotto la spinta della cassa integrazione straordinaria (+26,31%), quella che interviene per crisi più gravi e ristrutturazioni. E solo ad aprile la cassa integrazione straordinaria è aumentata del 79% rispetto a marzo.

Erogate le prime mensilità del reddito di cittadinanza, la prossima tappa per il governo, ora, sarà l’assunzione dei 3mila navigator con il concorsone alla Fiera di Roma, per il quale sono arrivate oltre 78mila domande. Selezionati circa 54mila. Intanto, però, le Regioni lanciano l’allarme sui ritardi dell’avvio dei concorsi per le assunzioni dei 4mila dipendenti regionali a tempo indeterminato previsti per il piano di rafforzamento dei Centri per l’Impiego. I bandi dovrebbero partire entro il 30 giugno, ma Di Maio non ha ancora firmato il decreto attuativo, che avrebbe dovuto essere emanato già il 14 aprile. Questo significa che potrebbero slittare i bandi e quindi anche l’avvio delle politiche attive che dovrebbero concentrarsi sui percettori del reddito di cittadinanza per aiutarli nella ricerca di un lavoro. D’altronde, nei centri per l’impiego non sono ancora arrivati neanche i moduli per la stipula dei patti per il lavoro.

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