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6 Giugno Giu 2019 0600 06 giugno 2019

Il più grande astronauta di sempre? È una donna (non è AstroSamantha), e odia fare cacca nello spazio

Peggy Whitson ha più ore nello spazio di qualsiasi altro astronauta. È stata leader di varie missioni. Ora vive ritirata. E ci ricorda che l’esplorazione spaziale è un confronto con l’indifferenza della natura

Peggy_Whiteson
SERGEI ILNITSKY / POOL / AFP

“Gravity really does suck”. Il problema, secondo Peggy Whitson è che la gravità fa davvero schifo: ti senti debole, ti senti lento, ti senti il peso delle incombenze, qualsiasi caffè da fare, addosso. L’assenza di gravità invece è il regno delle meraviglie. Per lei la tuta da astronauta è una nave spaziale personale. E nello Shuttle, dove è stata diverse volte, non si sente la mancanza quasi di nulla. Quasi, perché una cosa manca, come ha raccontato la Whitson in un’intervista: la possibilità di fare la cacca in pace: non esistono toilette tradizionali, e nel wc si trovano aspiratori di varia foggia, che si collegano alle parti anatomiche in modo non proprio rilassante. Per il resto pare sia divertimento.

E lo dice lei, la Whitson, cioè la più grande recordman (uomini inclusi) dello spazio. 665 giorni in orbita, tra le varie missioni che ha effettuato a partire dal 2002, recordwoman di permanenza continuativa nello spazio, battendo Samantha Cristoforetti. Prima donna comandante della stazione spaziale internazionale, è prima donna capo dell’Ufficio astronauti della Nasa. Nata nel 1960, biologa, con l’idea di volare nello spazio da quando era bambina. Cominciò prestissimo a fare domanda all’Agenzia spaziale Usa. La più grande astronauta di tutti i tempi, fin in qualche ruga che la rende, di base, una fica spaziale.

La Whitson, cioè la più grande recordman (uomini inclusi) dello spazio

Recordwoman anche, delle ore di attività extra veicolari. Sola con la tuta/astronave in balìa dei venti solari. E quindi: “Gravity really does suck”, perché lei, la Whitson, non ha mai sofferto di sindrome di adattamento nello spazio. Patologia molto temuta che del resto ha afflitto tanti astronauti prima di lei, e in particolare gli equipaggi dello Space Shuttle. Sintomi: irrequietezza, affaticamento, vomito (!), diarrea (!!). Nel 1968, Frank Borman, comandante dell’Apollo 8, dopo aver preso qualche pillola per dormire si svegliò in preda a vomito e coliche. Finendo per disseminare la navicella di particelle di diarrea e rigurgiti vari, che svolazzavano, e che vennero riacchiappate alla bell'e meglio dai suoi colleghi di missione.
È che il mal di spazio -e diarreee conseguenti- non è un male solo fisico. Come l’assenza di cessi come si deve non è un problema di logistica. La cacca nello spazio è un problema immaginativo, di forma di vita.

È, né più e né meno che la reazione fisica al problema del nulla. La trazione gravitazionale permette agli otoconi dell’orecchio interno di regolarsi sullo spazio, e soprattutto di regolarsi sull’accelerazione. Chi è affetto da labirintite conosce i disagi, e anche il legame tra labirintite (patologia fisica) e attacchi di panico (patologia fisica e psicologica) è stato più volte inferito. La semiotica della cacca nello spazio ci porta direttamente al problema del nulla. Vale a dire al problema della natura che non ci minaccia, non ci odia. Non ci tira. Semplicemente non ci vede. Le siamo indifferenti. È in grado di distruggerci senza accorgersene. .

La semiotica della cacca nello spazio ci porta direttamente al problema del nulla

Noi miserrimi e piccini siamo ignorati dalle raffiche di vento a 1800 km l’ora su Saturno, dalla tempesta che da circa 500 anni tormenta la zona equatoriale di Giove. Dal fatto che la sonda Voyager è in viaggio da 48 anni, ha percorso 17,798 miliardi di km, e che tra 296.000 anni passerà a circa 4,3 anni luce dalla stella Sirio. Misure da labirintite dell’immaginazione. Lo spazio se ne fotte e la smisuratezza ed è lo schermo in 3D, ma reale, vero, fattuale, più reale di noi piccini e miserrimi, in cui possiamo costruire, col corpo o con la mente, quello che il filosofo Pascal chiamava “vertigine”.

Quella che ispira -pure- Guerre Stellari. Ma soprattutto ha ispirato Stanley Kubrick in 2001 Odissea nello Spazio e nessuno ha mai capito se il finale del film è una dissoluzione o una continuazione. Perché il nulla lascia aperte entrambe le ipotesi. Non c’è confronto e non c’è conforto. Forse solo solitudine e diarrea. Ma non per Peggy, che nel luglio 2018 è andata in pensione e se la vivrà, rassegnata alla gravità, in una casa dell’Iowa. Per lei lo spazio è stato un lavoro e uno spettacolo, ha il cesso (con lo scarico) che ha desiderato. Per lei il grande nulla non vale nemmeno un mal di pancia. E “gravity really does suck”.

Per Riders Magazine

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