Welfare e ambiente
7 Giugno Giu 2019 0601 07 giugno 2019

Rossi, verdi e vincenti: così la sinistra ambientalista ribalta i sovranisti e vince in Danimarca

La vittoria della coalizione rosso-verde in Danimarca è una grande novità: perché marca la nascita di un “nuovo populismo”, espressione di un’idea di benessere diversa da quella abituale. Una tendenza molto diversa dall’idea italiana, per cui l’ambientalismo è ancora “radical-chic”

Elezioni Danimarca Linkiesta
Liselotte Sabroe / Ritzau Scanpix / AFP

Al supermercato sotto casa i piatti e le posate di plastica stanno scomparendo. La catena Unicoop di cui fa parte ha anticipato la scadenza fissata dall’Europa per il 2021 e ha messo al bando tutta la stoviglieria non biodegradabile, sostituita in questi giorni da prodotti più costosi ma totalmente ecologici. La birra Ichnusa, prodotta in Sardegna dall’olandese Heineken, ha lanciato per l’estate una grande campagna sul vuoto a rendere, sostenuta da una ricerca Doxa secondo cui il 93,5 per cento dei suoi clienti pensa di supportare l’iniziativa chiedendo proprio quel tipo di birra (tappo verde) in negozio o al ristorante. La grande impresa e la grande distribuzione, insomma, cominciano a segnalarci che qualcosa sta accadendo nei consumi italiani. Il richiamo ambientalista non è solo un invenzione dei Gretini – come una destra irridente ha marchiato i sostenitori di Greta Thunberg – ma una predisposizione emergente, una richiesta popolare a largo raggio, e forse anche di più: una domanda “politica” in senso lato, perché non c’è niente di maggiormente politico dello scegliere prodotti più cari (i piatti bio) e più faticosi (le bottiglie da restituire) solo per partecipare al bene collettivo.

È assai probabile che l’ambientalismo sarà la prossima evoluzione dei grandi sommovimenti popolari che stanno cambiando la scena europea. Ce lo segnalano non solo gli orientamenti dell’industria – che difficilmente cambia strada per niente – ma anche la costante avanzata dei partiti Verdi ovunque esistano. L’ultimo palcoscenico è la Danimarca. Un set davvero straordinario, perché ha visto liquefarsi in poco più di tre anni il successo del Dans Folkeparti, il partito sovranista locale, in favore di un’avanzata dei progressisti e dei Verdi, che hanno raddoppiato il loro consenso.

Gli osservatori italiani hanno attribuito la svolta danese (governava una coalizione moderati-sovranisti, ora i socialdemocratici si riprenderanno il Palazzo) al dietrofront delle sinistre in materia di immigrazione, con l’adesione a una linea dura più in sintonia con l’orientamento popolare. Ma in realtà il programma progressista era impostato su due diverse priorità, su due diverse emergenze sbandierate in ogni comizio: welfare e ambiente. La questione stranieri era solo al terzo posto: significativa, certo, ma sul gradino più basso del podio.

Non sono radical-chic le casalinghe che acquistano senza protestare piatti più cari ma che garantiscono di non inquinare le spiagge. Non sono radical-chic i ragazzi che chiederanno una Ichnusa “tappo verde” per l’aperitivo. Pure il popolo si è stufato di vivere in posti schifosi, di fare gite su prati costellati da rifiuti, di respirare puzze o affacciarsi su distese di capannoni arruginiti

La Danimarca segue la Germania, l’Austria, la Francia, la Gran Bretagna (dove i Verdi hanno addirittura sorpassato i Tories) nell’improvviso decollo delle formazioni ambientaliste, che nel 2018/19, dopo anni di risultati marginali, hanno incontrato improvvisamente un consenso popolare imprevedibile e imprevisto. Se si depura la parola “populismo” dal suo significato negativo e criminalizzante, non è azzardato dire che il fenomeno marca la nascita un nuovo tipo di populismo, di segno opposto a quello che abbiamo conosciuto dalla Brexit a oggi ma altrettanto pervasivo e suadente. Arriva dai Paesi più stabili e ricchi. È l’espressione di un’idea di benessere diversa da quella abituale. Intercetta un’aspirazione e un desiderio diffusi: il pane lo ha, adesso vuole le rose della bellezza e della pulizia. Ha senz’altro una caratura utopistica, ma non maggiore di quelli che hanno fatto fortuna vendendosi l’idea di sigillare le frontiere e di ripristinare l’Europa bianca, cristiana e autosufficiente del Sacro Romano Impero o le piccole patrie degli staterelli rinascimentali.

In Italia, dopo Alex Langer, l’ambientalismo non è riuscito a produrre più nulla di significativo e dunque si continua a bollare questo tipo di tendenza come una moda elitaria, un gioco delle solite classi colte da rubricare sotto l’intestazione “radical-chic”. Ma forse bisognerebbe essere più attenti alla realtà di tutti i giorni. Non sono radical-chic le casalinghe che acquistano senza protestare piatti più cari ma che garantiscono di non inquinare le spiagge. Non sono radical-chic i ragazzi che chiederanno una Ichnusa “tappo verde” per l’aperitivo. Pure il popolo – anzi, soprattutto il popolo, che non ha ville a Portofino o attici ai Parioli - si è stufato di vivere in posti schifosi, di fare gite su prati costellati da rifiuti, di respirare puzze o affacciarsi su distese di capannoni arruginiti. Anche il popolo e comincia a coltivare un’idea di decoro che non si limiti alla cacciata degli extracomunitari dalle periferie. Prima o poi qualcuno dovrà pur accorgersene anche da noi e far quello che sta facendo l'impresa: comprendere la domanda, adeguare l'offerta.

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