poco attrattivi
7 Giugno Giu 2019 0700 07 giugno 2019

Ilva e Whirlpool ci prendono per il culo? Sì, ma il vero problema è che nessuno vuole venire a produrre in Italia

È vero, gli investitori esteri arrivano in Italia, e si permettono di disattendere accordi presi. Ma è anche vero che siamo poco attrattivi verso chi vuole produrre da noi. Non solo per la burocrazia e le tasse, ma anche per una politica industriale inesistente

Di_Maio_Linkiesta
Carlo HERMANN / AFP

Difficile non chiamarle prese per il culo, così come le ha definite Di Maio. Prima Whirlpool, che solo pochi mesi fa aveva annunciato un investimento complessivo di 250 milioni per il triennio 2019 -2021 in attività di innovazione nei siti industriali italiani. e che adesso improvvisamente vuole vendere lo stabilimento di Napoli, su cui ne aveva promessi ottanta. Poi Ilva, che ha annunciato la cassa integrazione per 1400 operai, dopo che Arcelor Mittal, meno di un anno fa, aveva firmato un accordo con 10.700 assunzioni e zero esuberi. In entrambi i casi, parliamo di aziende che dallo Stato italiano hanno ricevuto fior di denaro negli ultimi anni: 27 milioni a Whirlpool, 84 milioni a Ilva, per farsi prendere in giro.

Questo lo stato dei pochi investimenti stranieri che arrivano in Italia. Figli di trattative col ministero, di generosi sussidi erogati e di clamorosi dietrofront appena presi i soldi. Ahi noi, però, l’irriconoscenza e l’istinto predatorio dei capitalisti stranieri nel Belpaese è il dito, non la Luna. La Luna è che se attraiamo gente di questo tipo - o meglio, se chi arriva in Italia si permette di firmare accordi, prendere i soldi e disattenderli cinque minuti dopo, è perché il nostro Paese è diventato talmente poco attrattivo da permetterglielo.

Se chi arriva in Italia si permette di firmare accordi, prendere i soldi e disattenderli cinque minuti dopo, è perché il nostro Paese è diventato talmente poco attrattivo da permetterglielo

Qualche dato: secondo uno studio di Confcooperative recentemente presentato l’Italia è penultima tra i 28 Paesi dell'Unione per capacità di attrarre investimenti esteri, davanti solo alla Grecia, mentre è terza tra le nazioni da cui andare via per cercare lavoro, dietro a Romania e Polonia. Terzultimi e in caduta libera, per altro: l’indicatore di attrattività Aibe-Censis è infatti sceso quest'anno a 42,9 (su una scala che va da zero a 100), rispetto a 43,3 del 2018. Se si confronta il sondaggio di quest'anno con quello del 2018, si scopre infatti che diminuisce dal 31% al 6,3% la percentuale di investitori industriali che ritiene più attraente l'Italia, mentre aumenta in maniera clamorosa (dal 16,7% al 60,4%) la percentuale di chi ritiene che il Paese sia diventato meno attraente.

Spiegare perché è relativamente semplice: ai soliti problemi del sistema Italia, dalle tasse, alla burocrazia, dal costo del lavoro alla giustizia lenta e inefficiente - parentesi: che bello spettacolo che stiamo offrendo col caso Csm-Palamara -, si aggiungono la crescita zero, l’instabilità politica, l’assenza di una qualsivoglia politica industriale, l’immagine di un Paese a pezzi sempre sul filo del default, pronto a collassare su se stesso da un momento all’altro.

Alcuni osservatori lo chiamano il secondo spread e non sbagliano: ormai dobbiamo innaffiare di denaro le imprese, per farle investire in Italia. E poi dobbiamo dargliene altri per evitare che si rimangino gli accordi e se ne tornino a casa, lasciando centinaia o migliaia di famiglie senza lavoro.

Whirlpool e Ilva sono solo due dei 160 tavoli aperti al ministero dello sviluppo economico, e sarà dura convincere le imprese a rimanere, o a non chiudere, in condizioni del genere

Di Maio ha centrato la diagnosi, ma ha sbagliato la cura: a poco servono sanzioni come quelle contenute nel decreto dignità, se il sistema non torna a essere attrattivo. Se non si abbassano le tasse, se non si ammazza il burosauro, se non si taglia il costo del lavoro, a partire dal cuneo fiscale più alto d’Europa, se non si smette di offrire all’estero l’immagine di un Paese prigioniero del proprio debito, in guerra perenne con le istituzioni sovranazionali.

Anche perché Whirlpool e Ilva sono solo due dei 160 tavoli aperti al ministero dello sviluppo economico, e sarà dura convincere le imprese a rimanere, o a non chiudere, in condizioni del genere. Già oggi spendiamo 4 miliardi di cassa integrazione, nel solo Mezzogiorno, più di quanto costi il reddito di cittadinanza in tutto il Paese. Se ci esplode pure quella, a suon di crisi industriali, per l’Italia sono veramente guai seri.

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