10 Giugno Giu 2019 0600 10 giugno 2019

Aggrappato al Capitano: ecco perché Di Maio non tradirà mai Salvini

Di fronte a un Di Maio appeso ai diktat del Capitano, tra i grillini ormai i mugugni crescono di giorno in giorno. Nel Movimento ormai il dissenso non è più ascrivibile a pochi: ora vogliono la sua testa. Stanno solo aspettando un suo errore per averla

Luigi Di Maio_Linkiesta
Tiziana FABI / AFP

È un Luigi Di Maio che ormai pende dalle labbra di Matteo Salvini. Appeso ai diktat del Capitano leghista, disposto a tutto pur di salvare sé stesso. Ecco, una delle ragioni per cui l’esecutivo gialloverde andrà avanti riporta al profilo del capo politico del M5S, a quel giovanotto cresciuto a Pomigliano D’Arco, che è partito dal basso, che è cresciuto al fianco di Beppe Grillo giungendo nel 2017 alla guida dei pentastellati perché il più adatto alle liturgie dei palazzi della politica, il più malleabile, il più precisino per certi versi.

Ecco, oggi si può dire che l’incantesimo starebbe per finire. Sono tutti stufi all’interno della galassia grillina del vicepremier che emula il ministro dell’Interno. «Non lo riconosciamo più, sembra il vice di Salvini», borbotta una parlamentare dissidente del Movimento. I mugugni crescono giorno dopo giorno. E il dissenso interno tocca corde mai raggiunte. Per dire, non è più ascrivibile alle solite Nugnes e Fattori, le due senatrici che dall’inizio dell’esperienza gialloverde storcono il naso e invocano uno strappo e poi un’alleanza con il Pd. Non è più ascrivibile alla fronda dei fedelissimi di Roberto Fico. Per intenderci, ai deputati Luigi Gallo, Gilda Sportiello e alla siciliana Gloria Vizzini. No, questa volta il dissenso interno investe nove presidenti di commissioni e, va da sé, il solito presidente della Camera Roberto Fico. I quali nei giorni della tempesta della sconfitta elettorale hanno preso carta e penna vergando una lettera al vetriolo indirizzata a Luigi Di Maio. «Caro Luigi,…».

Di Maio fa l’andreottiano, meglio tirare a campare che tirare le cuoia, ma poi non cambia schema di gioco e ritorno sui passi di Salvini

Ma a parte l’incipit i toni sono violenti nei confronti del capopolitico che per i 10 sembra essere alla mercé del Capitano leghista. I dissidenti chiedono un maggior coinvolgimento sulle decisioni prese dall’esecutivo. I presidenti di commissioni riportano a Di Maio la versione dei 300 deputati e senatori che lamentano come i cinquestelle siano diventati «una corrente della Lega di Salvini» con l’aggravante che tutto ciò avrebbe svilito «il nostro di ruolo di parlamentari». Alla lettera non fa seguito un cambio di rotta da parte di Giggino Di Maio. Anzi, il vicepremier pentastellato si è dapprima blindato con la piattaforma Rousseau e un attimo dopo il discorso del premier Conte ha aperto alla fase 2, «alla riscossa politica» del governo gialloverde che nel frattempo si è trasformato in esecutivo verdegiallo. E infine è corso a Bibbona dal fondatore Grillo per riferire e spiegare cosa sta succedendo. E soprattutto per provare a frenare gli assalti di Fico.

Di Maio fa l’andreottiano, meglio tirare a campare che tirare le cuoia, ma poi non cambia schema di gioco e ritorna sui passi di Salvini. E allora scorrendo le agenzie degli ultimi giorni troviamo un Di Maio aperturista sullo sblocca cantieri, sulla flat tax, sui mini Bot del leghista Claudio Borghi, e pronto a sfidare i «numerini» che la Ue ci chiede per sanare il nostro debito pubblica. Insomma, un Di Maio che insegue Salvini. E che giovedì pomeriggio dopo l’incontro con il leghista dirama una nota congiunta che non si vedeva dai giorni della nascita del governo del cambiamento. Con una chiosa perentoria: «Per Di Maio e Salvini “il governo deve andare avanti”». Più chiaro di così.

È vero, i due sono legati a doppio filo, ma ora è Di Maio ad essere legato a Salvini. Non a caso in queste ore il vicepremier cinquestelle si dice pronto a un rimpasto di governo e non è un mistero che a rischiare sia un ministro come Danilo Toninelli, ora che Autostrade non è più il nemico a cui togliere le concessioni, ma il partner fondamentale per salvare Alitalia. E lo stesso sarebbe disposto a fare nei riguardi della ministra della Difesa Elisabetta Trenta - nemica giurata di Matteo Salvini - che è stata rimbrottata dal sottosegretario Angelo Tofalo, assai vicino a Di Maio. E allora la resa dei conti è solo rimandata a data da destinarsi. Perché i parlamentari del Movimento aspettano Di Maio al varco, al primo errore che non potranno quasi certamente digerire. A quel punto la leadership del giovanotto di Pomigliano d’Arco sarebbe finita. Per sempre.

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