Penisola degli sprechi
10 Giugno Giu 2019 0600 10 giugno 2019

Basta col regionalismo, lo Stato deve puntare sulle città metropolitane

Nelle Regioni non c'è delinquenza maggiore rispetto ad altri gangli dello Stato. Però vanno pienamente ripensate nella funzione e nei confini, a partire dal ruolo delle città che rivestono

Duomo_Linkiesta
MIGUEL MEDINA / AFP

Dopo la via giudiziaria al socialismo siamo alla via giudiziaria alla riforma costituzionale. Flavia Perina scrive un articolo che in sostanza lega le scelte in materia di architettura istituzionale con gli scandali che hanno colpito Regione Lombardia e Regione Campania. Nelle Regioni non si ravvisano in alcun modo forme di delinquenza amministrativa maggiore che in altri gangli dello Stato e le inchieste a cui Perina fa cenno, legate alla Lombardia, non fanno, se non in minima parte, riferimento ad attività regionali. Gli scandali della burocrazia nazionale, nelle sue varie diramazioni sono molteplici, nessuno si sognerebbe mai di usarli per ipotizzare modelli di architettura costituzionale differenti. Ma senza scomodare la magistratura, il pensiero di Perina ne avvalla uno uguale e contrario e altrettanto pericoloso: si pensi se a fronte delle raccomandazioni europee di debito eccessivo seguisse da parte delle autonomie locali il desiderio di secessione per mala gestione del denaro pubblico da parte dello Stato. Questo tipo di ragionamenti ci porta a una reale follia nella costruzione di una equilibrata scelta capace di assegnare funzioni a istituzioni seguendo il principio dell’utilità pubblica e l’ampiezza dell’ambito ottimale in cui le politche pubbliche debbano svolgersi.

Il tema va affrontato con il coraggio di rivedere pienamente il senso dell’autonomia partendo da alcuni elementi. Le categorie produttive, in modo pressoché unanime, sono a favore di una maggiore devoluzione di poteri dal centro alla periferia. Da anni sono impegnate nel territorio metropolitano milanese a sostenere la nascita della città metropolitana e ritengono il principio di sussidiarietà verticale importante per poter offrire servizi più celeri e orientati agli effettivi bisogni del territorio. Uno studio Ocse indica come in Germania e in Spagna il 50% della spesa pubblica sia collocata in periferia, mentre tale quota raggiunge solo il 29% in Italia. Il feticcio dello Stato nazionale che protegge il popolo viene agitato da una parte marginale della destra che – seppur con risultati apprezzabili in Italia – ha subito un drastico ridimensionamento in Europa, nella maggior parte delle tematiche che impattano quotidianamente la vita dei cittadini: la fiscalità, l’offerta di lavoro, il movimento dei capitali, le tematiche ambientali e i flussi migratori gli Stati nazionali sono troppo piccoli per offrire risposte strategiche ed organiche e troppo grandi per prevedere misure impattanti sui singoli territori.

Gli Stati nazionali sono troppo piccoli per offrire risposte strategiche ed organiche e troppo grandi per prevedere misure impattanti sui singoli territori

Certamente, va messo in discussione il regionalismo. Le Regioni vanno pienamente ripensate nella funzione e nei confini, a partire dal ruolo delle città che rivestono il principale punto di riferimento di costruzione dell’identità e di appartenenza. Pensiamo a Milano che riveste un ruolo guida non per la Lombardia ma per l’intero Nord Italia, con funzioni logistiche e di collegamento sociale ed economico che influenzano lo sviluppo dell’intero Nord Italia. Analogamente i dati di sviluppo di Napoli la indicano come un punto di riferimento che va ben oltre i confini campani. Le Regioni sono sia enti di strategia (come erano stati immaginati) che di gestione (spesso in competizione con funzioni territoriali), con moltiplicazioni di costi e di personale, hanno acquisito un numero crescente di funzioni amministrative non accompagnato dallo sviluppo di una visione organica di gestione della devoluzione verso le autonomie locali. Si è nel corso degli anni pienamente mancata la sfida della costruzione di città metropolitane e governi di area vasta capaci di collaborare tra loro. La Lega, allora Nord, inoltre ha trasformato il dibattito in una rivendicazione Nord contro Sud che ha inquinato il dibattito mettendo in contrapposizione parti del Paese e portandoci allo stallo attuale.

Eppure, proprio per recuperare credibilità della politica, servirebbe uno sforzo costituente capace di rimettere in discussione del tutto ruoli e funzioni consolidati nel tempo: l’identificazione di poche città metropolitane a cui affidare poteri rafforzati e con la capacità di superare il dualismo tra ente di area vasta e comune capoluogo, l’accorpamento in distretti di più province contigue in aree vaste che rafforzino le vocazioni produttive e le sappiano proteggere, il ripensamento del ruolo e dei confini delle Regioni in una logica di sviluppo strategico superando la competizione sulle funzioni che rende incomprensibile per i cittadini elettori la differenza di ruolo e capacità.
Oggi certamente non si vede in alcun modo la possibilità che ciò si realizzi o che – anche solo – si abbia il coraggio e la voglia di attivarsi in questa direzione. Rimane però indubbio che il desiderio di autonomia sia forte e radicato, soprattutto in alcuni territori, e ha a che fare con la nostra storia, con la capacità che alcune classi dirigenti hanno avuto di curare la cosa pubblica e con un sogno forse ancora più profondo: l’Europa è il primo esempio mondiale di istituzione pensata come non territoriale, ossia un’Istituzione fondata sulla regolazione di pilastri comuni e funzioni sovranazionali flessibili, di volta in volta attivabili in base alle priorità che emergono.

Credo che sia un modello importante che si sposerebbe perfettamente con la creazione di macroregioni e governi di città metropolitane dotate di flessibilità amministrativa e di capacità di regolazione che superino il classico rapporto tra territorio e funzioni: il governo delle reti (digitali, di collegamento, di socialità, di economia) passa oggi da un lato da macrostrategie di carattere continentale, dall’altra dalla capacità di reazione per cogliere le opportunità dove le istituzioni devono essere in grado con meccanismi regolatori di orientare (tramite incentivi e penalità) le scelte di imprese, cittadini e associazionismo. Il fiorire di nuove forme di regolazione di questi anni dimostra che si è colta l’importanza di questi strumenti ma non si è avuto il coraggio di applicarli ad una moderna organizzazione dello Stato. È il tempo di iniziare a pensarci.

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