11 Giugno Giu 2019 1050 11 giugno 2019

Jeffrey Schnapp: “Il mezzo di trasporto del futuro? Le nostre gambe”

Parla il designer, umanista, storico fondatore del MetaLab di Harvard: “Oggi viviamo in funzione della connettività, siamo nomadi digitali. La rivoluzione digitale non ci emancipa dalla mobilità, ma dalla velocità (dei mezzi di trasporto e non solo). Per questo dobbiamo tornare a camminare"

Mobilità_Linkiesta

È designer, umanista, storico e un mare di altre cose. È il fondatore del MetaLab di Harvard, dov’è anche co-direttore del Berkman Klein Center for Internet and Society. Come un novello, poliedrico Leonardo da Vinci, è da trent’anni che Jeffrey Schnapp opera all’incrocio fra digital humanities, knowledge design e media studies, E oggi, in qualità di chief visionary officer di Piaggio Fast Forward, Schnapp è è anche impegnato nello sviluppo di veicoli robotici di nuova generazione. Questa sua passione per la mobilità - che sarà il cuore del suo keynote speech di martedì 11 giugno 2019, alle ore 19,30 presso l'Auditorium del Mudec - Museo delle Culture di Milano, in occasione il terzo appuntamento con Meet the Media Guru Around Mobility - non una passione peregrina: «La mobilità sta al cuore di tutte le questioni di cultura, di società, di politica che stiamo affrontando oggi - spiega a Linkiesta -. Non si può separare e trattare come un settore a sé, nel quale hanno voce in capitolo solo lo specialista e il tecnico che devono provvedere alle soluzioni. Tutte le questioni più profonde della nostra civiltà sono questioni di mobilità».

Siamo tornati a essere nomadi, dopo millenni alla ricerca della stanzialità?
È un nomadismo diverso. E non è caso che si parli di digital nomad. Noi viviamo in funzione della connettività, oggi, che ci permette nuovi modelli di lavoro, di interazione e di conversazione e di mobilità. Il digital nomad può essere a Bali e partecipare in remoto a una riunione a Milano.

Nomadi, nel senso che possiamo andare ovunque. Ma anche stanziali, nel senso che possiamo essere connessi senza essere prossimi...
Però la domanda di mobilità fisica rimane. È una domanda che c’è sempre c'è sempre stata, che si è espressa sempre, anche quando siamo diventati stanziali, anche oggi che siamo iperconnessi. Ha assunto altre forme, semmai, cambiata. La questione è capire come.

Come?
Facciamo un passo indietro: nel Novecento mobilità è cambiata profondamente dall'avvento dell’automobile: durante il Novecento abbiamo visto una trasformazione profonda che realmente ha modificato tutte le nostre abitudini e che ha modificato la struttura delle nostre città attribuendo all'automobile un ruolo predominante. Adesso quel ruolo è messo in crisi da una rivolta da parte della società che cerca sempre più di recuperare quegli spazi concessi alle automobili, creando zone pedonali e dando priorità ai mezzi pubblici.

"Tra tutti i vettori di trasporto, nell'ultimo mezzo secolo, il treno è l'unico che è riuscito ad accelerare. Aerei, automobili, camion, tutti gli altri mezzi di trasporto si sono mantenuti sulle velocità di trenta, quarant’anni fa, per limiti tecnici, o di congestionamento. Questa idea della modernità come accelerazione continua è finita"

Jeffrey Schnapp

C’è chi dice che l’era delle automobili sta iniziando ora, con la guida autonoma e con l’alimentazione elettrica?
Questo è quel che vorrebbero le compagnie produttrici di automobili. Io sono convinto che come succede in tutti i grandi momenti di trasformazione, ci sarà una ridefinizione della responsabilità e dei ruoli. L'automobile sarà sempre un vettore importante. soprattutto per le lunghe distanze. Però l'accesso delle automobili alle città diminuirà sempre di più. Il modello auto-centrico di mobilità come l'abbiamo concepito nel Novecento è finito.

Come mai?
Proviamo a pensarci: tra tutti i vettori di trasporto, nell'ultimo mezzo secolo, il treno è l'unico che è riuscito ad accelerare. Aerei, automobili, camion, tutti gli altri mezzi di trasporto si sono mantenuti sulle velocità di trenta, quarant’anni fa, per limiti tecnici, o di congestionamento. Questa idea della modernità come accelerazione continua è finita.

E che idea di modernità abbiamo oggi? Che cos’è la modernità digitale?
È una rivoluzione che non ci emancipa dalla mobilità, ma dalla velocità. Se viaggiano i dati, anziché noi, si possono ridurre gli spostamenti perché è meno costoso e meno stressante. Adesso possiamo muoverci perché ci fa piacere, perché fa parte della nostra quotidianità. Fa parte dei nostri ritmi sociali di interazione con le persone. Per interagire con i commercianti del nostro quartiere. Spostarsi per fare il pendolare? Non è più necessario.

C’è anche chi si muove per necessità: per scappare da guerre, carestie, siccità, miseria. E noi a queste persone chiudiamo le porte...
La questione del diritto alla mobilità è uno dei grandi temi del futuro. Una delle grandi dialettiche politiche del nostro tempo - forse la dialettica - è tra chi promuove la libera circolazione delle persone e chi vuole farne un privilegio. L’esempio dell’Unione Europea è paradigmatico: dentro c'è Schengen e la libera circolazione. Fuori c’è la fortezza, che impedisce la libera circolazione a chi arriva dall’Africa o dalla Siria. Noi possiamo essere nomadi digitali. Loro no. Lo sviluppo delle nostre società sta diventando asimmetrico e non va bene.

Ventenni, trentenni e quarantenni sono iperconnessi, mentre la generazione dei nostri nonni, dei settantenni e degli ottantenni, è già tanto se sanno usare lo smartphone. Il mio lavoro nel settore della mobilità è soprattutto fare da ponte per chi non riesce a fruire al meglio delle nuove tecnologie

È questo l’umanesimo digitale di cui parla?
In realtà a me non piace parlare di umanesimo digitale.

A posto...
Credo però che si dia un'enfasi eccessiva alla componente tecnologica di questa svolta che in realtà a mio avviso riguarda maggiormente nuovi modelli di sapere, nuovi modelli di cultura, nuovi modelli di società che sono emersi e che stanno emergendo grazie alla tecnologia, ma senza che la tecnologia sia protagonista. Prendi noi: siamo una specie di avanguardia iperconnessa di persone per la quale lo smartphone sta diventando il prolungamento dell’identità, in senso profondo. Ma il tema non è lo smartphone, il tema siamo noi.

In che senso?
Che non è così per tutti, ad esempio. Ventenni, trentenni e quarantenni sono iperconnessi, mentre la generazione dei nostri nonni, dei settantenni e degli ottantenni, è già tanto se sanno usare lo smartphone. Il mio lavoro nel settore della mobilità è soprattutto fare da ponte per chi non riesce a fruire al meglio delle nuove tecnologie. Migliorare la qualità della vita degli anziani per fare un esempio. La tecnologia non può essere solo per i geek.

Puoi fare un esempio di un progetto di mobilità che concretizza questo tuo pensiero?
Gita, il progetto a cui sto lavorando per Piaggio Fast Forward, incarna alla perfezione la mia attuale idea di mobilità. È un robot pedonale, un trasportatore intelligente che segue e supporta chi si muove a piedi, pulito e sostenibile e rappresenta la scelta di vita di chi ha deciso di muoversi a piedi. È un piccolo piccolo trasportatore che usa la navigazione ottica per seguire il suo proprietario, che conosce i codici del mondo pedonale, che sa come spostarsi per non dare fastidio agli altri, che sa come comunicare i suoi comportamenti tramite suoni e luci.

Di fatto non ci toglie la fatica di camminare, ma ci permette di farlo senza portare pesi. O senza dover seguire una mappa…
Esatto. Ci accompagna, ci guida e ci fa camminare di più: è un esempio di come un veicolo intelligente possa rafforzare un modello di società un modello di mobilità alternativo, ed essere messo a servizio di una visione della città a cui io credo. Una città dove la gente cammina, dove la gente riscopre l'immediata fisica spaziale del suo quartiere. Oggi i veicoli per la mobilità anche questo devono fare: non solo portarci altrove, ma rimetterci in connessione con la realtà fisica spaziale delle nostre città.

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