Sinistra "ex"
11 Giugno Giu 2019 0600 11 giugno 2019

Isolato nel Pd e in rotta con Calenda: Matteo Renzi è sempre più solo (e sempre più arrabbiato)

Lo spazio politico per un nuovo partito alla Macron e contrapposto al Pd per Renzi c’è sempre stato. Contava sulla crisi dei dem, che però non c’è stata. E il rapporto con Calenda è tornato ai minimi storici. Risultato: i dolori del giovane Matteo continueranno ancora per molto

Renzi_Linkiesta
ALBERTO PIZZOLI / AFP

Asserragliato, nervoso, senza un progetto per uscire dall'empasse politica in cui si è cacciato. Per Matteo Renzi è il momento più difficile da quando, giovanissimo, ha cominciato a fare politica. Davanti a sé un futuro pieno di incognite, dietro di sé un passato pieno di rimpianti. Come quelli di cui parla lui stesso, nel colloquio di domenica scorsa alla Repubblica delle Idee: "Lo spazio politico per un nuovo partito c'è stato almeno due volte. Dopo la sconfitta alle primarie del 2012 e dopo la vittoria alle Europee del 2014". Oggi no, dice Renzi, oggi quello spazio non c'è più.

In realtà, nella testa dell'ex rottamatore quel progetto c'è ancora, non è mai uscito davvero. Anche perché la ridotta che lo circonda più da vicino, dai suoi amici fiorentini fino alla coppia formata da Luciano Nobili e Anna Ascani, è sempre più piccola, ma sempre più agguerrita. Lo idolatra alla stregua di una divinità e lo spinge a non sotterrare l'idea di un partito centrista, alla Macron, per dirla come la direbbe Sandro Gozi, altro fedelissimo in cerca di un futuro lontano dal Pd.

Ma Renzi è assillato dai dubbi. E dai fantasmi. Chi lo conosce bene, sa che una parte fondante della sua strategia politica poggiava sul fatto che la crisi del Pd continuasse, in maniera quasi irreversibile. E invece la realtà si è rivelata, per fortuna dei dem, decisamente diversa. Le recenti elezioni europee e, ancora di più, la tornata amministrativa, ha consegnato al Paese un partito, se non in salute, quanto meno vivo e vegeto. E la cosa era tutt'altro che scontata, dato che, prima dell'elezione a segretario di Nicola Zingaretti, i sondaggi fotografavano un partito che si barcamenava tra il 15 e il 16 per cento.

Le pattuglie renziane, soprattutto sui social, hanno provato (e stanno provando) a minimizzare il risultato del Pd, mettendo in evidenza tutti i lati negativi del voto, ma l'idea secondo quale il ritorno salvifico di Renzi potesse essere invocato a furor di popolo, è andata comunque a sbattere contro il risultato delle urne del 26 maggio e del 10 giugno.

A complicare ulteriormente i piani di Renzi è stata la grande ascesa mediatica e politica di Carlo Calenda. In primo luogo perché l'ex ministro è andato ad occupare lo spazio politico del "suo" ex premier

A complicare ulteriormente i piani di Renzi è stata la grande ascesa mediatica e politica di Carlo Calenda. In primo luogo perché l'ex ministro è andato ad occupare lo spazio politico del "suo" ex premier. Quel centro liberale e liberista, che guarda al ceto produttivo come interlocutore privilegiato, è ora rappresentato da Calenda più che da Renzi. E ne è la dimostrazione il fatto che, proprio in quel nord-est che qualche anno fa aveva aperto un importante credito nei confronti dell'ex segretario, Calenda ha fatto incetta di preferenze, facendo crescere il Pd, oltre che a livello percentuale, anche a livello di voti assoluti rispetto alla disfatta del 2018.

Il rapporto tra Renzi e Calenda, contraddistinto da molti alti e bassi, sembrava essersi definitivamente rinfrancato nelle ultime settimane, culminate con l'iniziativa in comune di campagna elettorale a Milano. In realtà siamo precipitosamente tornati ai minimi storici. Renzi non ha infatti gradito l'uscita post-voto dell'ex titolare del Mise, che si è detto apertamente pronto a "costruire la gamba liberal-democratica della coalizione di centrosinistra, se me lo chiede il Pd".

Un approccio totalmente opposto a quello dell'ex premier, che però ora rischia seriamente di vedere quello spazio volare via. Anche in questo caso Renzi lo dice in maniera netta: "Non mi metto a rifare la Margherita". Il non detto di questa frase è che lui non ha alcuna intenzione di fare qualcosa "con" il Pd, ma "in contrapposizione" al Pd. Ossia, sarebbe pronto a buttarsi nella nuova avventura solo se avesse delle garanzie sul fatto che un giorno possa diventare una forza egemone, che vada a pescare nell'elettorato del Pd, non una "lista" a supporto dei dem.

Il problema è che queste garanzie, ora come ora, non gliele può dare nessuno. Pochissimi sono i parlamentari (e ancora meno gli amministratori) disposti a seguirlo in questo percorso di rottura. Non ci sono le necessarie certezze dal punto di vista economico ed elettorale. E inoltre, al di là di poche uscite infelici, il nuovo segretario non ha fornito alcun "assist" polemico, riconoscendo la generosità di tutte le anime del Pd in questa fase così difficile e pacificando un mondo che sembrava destinato all'eterna guerra civile. Motivo in più per cui i dolori del giovane Matteo sono destinati a continuare, ancora per molto.

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