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11 Giugno Giu 2019 0600 11 giugno 2019

Un mondo di voyeur: quando le fotografie dei delitti permettevano a tutti di sbirciare nelle case degli altri

Il nuovo metodo investigativo permetteva di dare un quadro oggettivo e completo del crimine perpetrato. La giuria poteva cogliere la gravità dell’azione commessa e il pubblico godere di una visione (gli interni altrui, spesso ricchi) altrimenti impossibile

foto-camere
METROPOLITAN MUSEUM OF ART/PUBLIC DOMAIN

Immagini di camere devastate, di corpi senza vita lasciati sui letti, o ad agonizzare per terra. Era il metodo “Bertillon”, dal nome dell’ufficiale di polizia parigino che, verso la fine del XIX secolo, decise di utilizzare la fotografia per rappresentare le scene del crimine. Il sistema era semplice: da un lato c’erano le immagini dei colpevoli, spesso presi in primo piano, di fronte e di profilo. Dall’altro un’immagine del crimine commesso. Camere sconquassate, letti sfatti e corpi senza vita. Il tutto era accompagnato da dati, misure, indicazioni precise.

L’obiettivo dell’ufficiale di polizia era di contribuire ad aiutare i magistrati nei processi, fornendo loro un quadro completo e standard, cioè non manipolato, del reato perpetrato, categoria per categoria, dettaglio per dettaglio. Era, come hanno scritto, un tentativo di rendere “scientifico” anche il discorso sul crimine. Prove, indizi, manifestazioni andavano raccolti, studiati e resi evidenti e oggettivi. In questo modo, continuava il ragionamento di Alphone Bertillon, spingere per pene severe e durissime. Perché le immagini, pensate per essere esposte al pubblico ma soprattutto ai giudici, “avrebbero funzionato come catalizzatore emotivo per la condanna, anzi, per la vendetta”.

In ogni caso, sempre per volontà di Bertillon (che Arthur Conan Doyle farà definire dallo stesso Sherlock Holmes “il più grande investigatore del mondo”, cui lui stesso era secondo), le immagini di questi crimini finivano sui giornali. I lettori, avidi di questo tipo di notizie forti, potevano così farsi un’idea più precisa della gravità (o meno) del crimine perpetrato oltre che – cosa secondaria e non prevista – accedere, per un poco, a un mondo privato e nascosto. Le case delle persone. Tutti divennero spettatori di violenze (già consumate, in realtà) e, soprattutto, voyeur di interni, luoghi riparati che si trovano esposti all’occhio di tutti a causa della violenza.

Era, anche questo, voluto: “La finestra mezza aperta, le ciabatte abbandonate visibili lì, nella sinistra sono tutti elementi che permettono di ricostruire, nell’immaginazione, la strada seguita dall’assassino per entrare nella stanza di nascosto. Li puoi vedere mentre accendono la candela, che è stata poi trovata sulla sedia; o immaginare la furia che li coglie quando scoprono che il loro percorso è bloccato dal disgraziato signor R., che dorme come un barboncino fedele ma non molto vigile, in mezzo alle porte di cui difende l’eccesso”, scriveva Bertillon. Quando la privacy era un concetto ancora lontano.

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