La strana coppia
12 Giugno Giu 2019 0601 12 giugno 2019

Il Movimento Cinque Stelle sceglie ancora Farage: ecco perché ora l’Italexit si avvicina davvero

Il M5S è costretto ad allearsi con il Brexit Party per non perdere fondi e per poter partecipare ai lavori del Parlamento, ma una legge Ue impone di potersi unire solo con chi ha affinità politica. E i grillini danno l'ok al sostenitore dell'uscita dall'euro Bagnai come ministro agli Affari europei

Farage_Linkiesta
TOLGA AKMEN / AFP

Voleva essere l’ago della bilancia in Europa, ma rischia di non toccare palla per cinque anni. Il Movimento Cinque Stelle dovrà prendere la decisione più importante della sua storia europea: ammettere di voler lasciare l’Ue o non contare più nulla. I pentastellati non hanno scelta. Dopo il no di liberali, conservatori, verdi e popolari europei, il M5S si trova con il cerino in mano e non sa con chi allearsi a Strasburgo. Senza un eurogruppo non si hanno né i finanziamenti né la possibilità di fare opposizione. Tradotto: niente soldi per l’ufficio degli europarlamentari, niente stipendi pagati per esperti che aiutino a scrivere le leggi, nessuna possibilità di ricoprire una carica strategica nel Parlamento europeo, neanche quella di relatore dell’opposizione nelle commissioni. Per evitare l’irrilevanza e formare un eurogruppo il M5S è costretto ad allearsi con il Brexit Party di Nigel Farage. Ma ci sono due problemi: il primo è che i due partiti non hanno i numeri perché servono degli eurodeputati di almeno altre cinque nazioni europee.

L’altro gigantesco problema è il regolamento “anti coalizione arlecchino”. È la norma numero 32 del regolamento interno, approvato alla fine della legislatura, che vieta le alleanze tra partiti che non c’entrano niente tra loro e impone di unirsi solo con chi si ha una minima affinità politica. Ovvero bisogna condividere gli ideali di fondo e votare allo stesso modo. Ci saranno controlli continui sulle votazioni e penalità nel lavoro alla conferenza dei capigruppo o nell’Aula. Un cavillo per evitare quanto è successo nell’Efdd negli ultimi cinque anni, in cui i 5 Stelle votavano in un modo e lo Ukip, il precedente partito fondato da Farage prima del Brexit Party, in un altro. È disposto il M5S ad allearsi con un partito che come unico punto nel suo manifesto l’uscita dall’Unione europea il 31 ottobre? È questo il valore che hanno in comune? Sarebbe il terzo indizio nell’ultima settimana. Dopo l’appoggio di Di Battista ai minibot, il via libera come ministro degli Affari europei ad Alberto Bagnai favorevole all’uscita dall’euro, l’alleanza con Farage sarebbe il naufragio della politica europeista del Movimento. E allora addio salario minimo europeo e alla credibilità del presidente del Consiglio Giuseppe Conte che sarebbe ancora più escluso dagli altri leader. «Dobbiamo essere forti delle nostre convinzioni e pretendere più rispetto in Europa» ha scritto ieri sul Blog delle Stelle il capo politico Luigi Di Maio. Con quattordici eurodeputati congelati e costretti a pigiare bottoni senza mettere penna sulle leggi europee, più che rispetto ci sarà indifferenza.

Tanti media inglesi hanno paragonato Nigel Farage a Davide Casaleggio per aver fondato un partito simile per struttura. Senza contare che Farage possiede il marchio e i suoi membri non sono soci ma iscritti. Con questa alleanza agli occhi degli europei le differenze tra i due movimenti sarebbero minime con tutto quello che comporta. Sono disposti i cinque stelle al bacio della morte pur di avere i finanziamenti?

L’avevamo predetto sei mesi fa e non ci voleva un genio: il Movimento cinque Stelle non sapeva che pesci prendere e per questo si è scelto degli alleati europei irrilevanti. Solo uno, il partito croato Zivi Zid, ha superato la soglia. La “Barriera Umana”, chiamata così perché i suoi militanti formavano un blocco con i loro corpi per impedire gli sfratti, ha eletto un eurodeputato. Tutti gli altri spariti. dagli antiabortisti polacchi ai finlandesi pro democrazia diretta. L’obiettivo del M5S era arrivare libero dopo le elezioni con un grande risultato per apparentarsi con i liberali, verdi o popolari e contare qualcosa nelle nomine. Dopo il 17% delle europee la strategia è fallita. M5S, Brexit Pary e Zivi Zid: in tre non si va da nessuna parte perché il regolamento del Parlamento europeo impone 25 iscritti da almeno sette nazionalità. I 29 eurodeputati di Farage e i 14 pentastellati da soli superano ampiamente il numero di deputati necessario, ma il loro problema non è la quantità quanto la diversità. A complicare le cose c’è l’addio di Alternativa per la Germania (Afd) che ha abbandonato l’Efdd per raggiungere l’eurogruppo sovranista di Salvini. Ecco perché i pentastellati dovranno pescare dai non iscritti per non perdere finanziamenti. Senza una squadra con cui giocare sono rimasti in 23 di 12 Paesi: nove tra i non iscritti e quindici sotto l’etichetta “Altri”, ovvero partiti eletti per la prima volta che ancora non hanno deciso da che parte stare. Però solo 10 non sono né tedeschi, né croati, né italiani. E al M5S ne servono di almeno di altre quattro nazionalità e dovrà fare di necessità virtù.

Dal partito dei pensionati olandese +50 al partito ambientalista e animalista tedesco, lo Tierschutzpartei. In Grecia il Movimento dovrebbe scegliere tra i neonazisti di Alba Dorata, talmente a destra da rifiutare l’apparentamento nel gruppo dei sovranisti salviniani, e il partito comunista greco (Kke), alleato del Partito comunista italiano che non vuole entrare nell’eurogruppo dell’estrema sinistra Gue perché non criticano abbastanza il sistema capitalista. Stesso bivio in Spagna: prendere gli indipendentisti catalani di Puigdemont o i nazionalisti di Vox? I 5 Stelle per non perdere i finanziamenti avrebbero bisogno dei deputati di Sns, l’estrema destra slovacca, o gli ultranazionalisti ungheresi di Jobbik. Siccome la legge del Parlamento europeo impone che ci sia la stessa visione politica nell’eurogruppo diventa difficile per i 5 stelle avere idee di Europa così diverse tra loro. Sarebbe stravagante ma legittimo un partito ambientalista, animalista per i pensionati ma contro gli sfratti e il capitalismo. Oppure potrebbe fondare l’eurogruppo bipolare che la mattina è a favore dell’indipendenza della Catalogna, e la sera vuole una Spagna unita. Ironie a parte, il grattacapo per il pentastellati è serio. In campagna elettorale Di Maio disse:«Mi preoccupa la deriva di ultradestra di Salvini in Europa», come potrebbe giustificare l’apparentamento con partiti di estrema destra come Alba dorata, Jobbik e Sns che nei loro manifesti elettorali propongono l’uscita dall’Unione europea?

I problemi non finiscono qui. Gli eurodeputati di Farage sono il doppio dei Cinque Stelle e se la norma del regolamento interno impone di votare allo stesso modo per non incorrere in penalità nei finanziamenti e nel lavoro in commissione, si capisce con facilità chi menerà le danze. E poi l'elefante nella stanza: il Brexit Party nasce con un unico obiettivo: vincere le elezioni europee per obbligare il prossimo premier inglese a far uscire il Regno Unito dall'Unione europea entro il 31 ottobre, con o senza accordo. Oltre al danno la beffa, sarebbe disposto il Movimento Cinque Stelle a fare un'alleanza in cambio di finanziamenti pur sapendo tra qualche mese di dover rifare tutto da capo? Anche perché secondo il regolamento deve passare almeno un anno prima che il presidente del Parlamento europeo decida di lasciare gli eurogruppi così come sono. E dal 1 luglio al 31 ottobre passano a malapena quattro mesi. Per giunta senza inglesi bisognerebbe trovare altri alleati e la rosa sarebbe sempre più sottile.

C’è un grande equivoco sul Movimento 5 stelle al Parlamento europeo. Come ora, anche cinque anni fa il M5S non aveva idea da che parte stare. Per questo decise di unirsi con gli altri esclusi, lo Ukip di Nigel Farage. Ma la truppa di eurodeputati M5S non è mai stata ostinatamente euroscettica. I vari Fabio Massimo Castaldo, diventato addirittura vicepresidente del Parlamento europeo così come Laura Ferrara, vicepresidente della commissione giuridica dell’Eurocamera hanno sempre avuto posizioni critiche verso l'Unione europea ma non l'hanno mai messa in discussione, cercando sempre di riformarla al meglio. Non a caso due anni e mezzo fa i 5 Stelle europei stavano per entrare nel gruppo dei liberali ma in Italia il Movimento era ancora nella fase di lotta e da noi non si capì la scelta politica che fu derubricata come una manovra di Palazzo. Ma i Cinque Stelle hanno votato quasi sempe come i liberali e non come lo Ukip. Anche il leader dei liberali europei Guy Verhofstadt in un'intervista esclusiva a Linkiesta il 20 aprile ha confermato che i penastellati europei sono diversi dai loro colleghi nazionali «Il Movimento Cinque Stelle si è allontanato dalla posizione europeista che molti dei suoi eurodeputati hanno mostrato lavorando all'Europarlamento». Un'altra alleanza con Farage sarebbe un passo indietro per i grillini e questo spiega i tentativi disperati e incoerenti di bussare alla porta di tutti gli altri eurogruppi. In Europa non tutti conoscono le sfumature dei singoli partiti ci si ferma ai voti e alle scelte eclatanti. Tanti media inglesi hanno paragonato Nigel Farage a Davide Casaleggio per aver fondato un partito simile per struttura. Senza contare che Farage possiede il marchio del Brexit Party e i suoi membri non sono soci ma iscritti. Con questa alleanza agli occhi degli europei le differenze tra i due movimenti sarebbero minime con tutto quello che comporta. Sono disposti i Cinque Stelle al bacio della morte pur di avere i finanziamenti ed essere il settimo gruppo dell'europarlamento?

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