Scarsità di risorse
12 Giugno Giu 2019 0600 12 giugno 2019

Troppo pochi e troppo costosi: i metalli rari sono la nuova emergenza dell’umanità

Per sostenere il nostro stile di vita high-tech, da qui al 2040 dovremo estrarre cinque volte più tellurio, dodici volte più cobalto e sedici volte più litio di oggi. Una quantità insostenibile. Ma i decisori politici sembrano non rendersene conto (e il progresso rischia di fermarsi)

Terre
FREDERIC J. BROWN / AFP

In un mondo segnato da disuguaglianze e conflitti, e su un pianeta sofferente, l'energia pulita e le nuove tecnologie sembrano essere oggi i vettori di un futuro migliore, nel quale l'umanità potrà finalmente interrompere la dipendenza dai combustibili fossili e perseguire una crescita più sostenibile e sempre meno basata sullo sfruttamento di risorse finite. Non molti sanno, tuttavia, che la transizione energetica e digitale nasconde un'altra dipendenza: tutte le tecnologie "verdi" e tutti i settori più strategici dell'economia del futuro hanno una componente essenziale nei cosiddetti metalli rari, attorno al controllo e allo sfruttamento dei quali rischia di scatenarsi una guerra che potrebbe avere per l'umanità conseguenze drammatiche.

Pubblichiamo un estratto da La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale (ed. Luiss)

Tecnologie del digitale, economia della conoscenza, filiera delle energie verdi, trasporto e stoccaggio dell’elettricità, e d’ora in avanti industrie spaziali e della difesa: i nostri bisogni di metalli rari si diversificano e crescono in maniera esponenziale. Non passa giorno in cui non si scopra una nuova proprietà miracolosa, un utilizzo inedito. I nostri progetti tecnologici e l’aspirazione a un mondo più verde sembrano avere come unico limite la nostra capacità di immaginarli, e il pianeta ci seguirà, non è vero? Estenderemo le aree minerarie all’intero pianeta. Qualunque siano le nostre congetture, ci sarà sempre un pezzo di montagna, un lembo di collina, una porzione di valle abbastanza generosa delle sue ricchezze da permetterci di estrarne il principio attivo, un aggregato di particelle divine, quella dose da 17 grammi di terre rare all’anno di cui ognuno ha bisogno. A prima vista non è nulla di impossibile: dall’indomani della Prima guerra mondiale al 2007 la produzione annuale dei quattordici minerali essenziali per l’economia mondiale è già aumentata di venti volte. L’inizio dell’esplosione dei consumi coincide con la fine della Seconda guerra mondiale e quasi tutti gli indicatori si sono innalzati: speranza di vita, abitudini di consumo, accumulo di ricchezza, numero di beni posseduti, quantità di dati elettronici scambiati, riscaldamento del pianeta… Cosa ci promette, allora, il secolo che viene? Questo ritmo folle accelererà ulteriormente? Se il PIL mondiale continua a crescere del 3% come ha fatto negli ultimi vent’anni si raddoppierà da qui al 2041. In altre parole secondo questa logica tutto quello che si costruisce, si consuma, si scambia e si butta via mentre leggete queste righe si moltiplicherà per due in meno di una generazione. Ci saranno due volte più torri residenziali, svincoli autostradali, catene di ristorazione, allevamenti industriali di bovini, aerei Airbus, rifiuti elettronici, centri di immagazzinamento dati… Ci saranno il doppio di automobili, di oggetti connessi, di frigoriferi, di fili spinati, di parafulmini… e i metalli rari, quindi, serviranno due volte in più.

Esistono stime dei nostri bisogni futuri. In occasione del simposio organizzato a Le Bourget nel 2015, a lato delle negoziazioni di Parigi sul clima, un gruppo di esperti ha svelato diverse proiezioni, pronosticando che da qui al 2040 dovremo estrarre tre volte più terre rare, cinque volte più tellurio, dodici volte più cobalto e sedici volte più litio di oggi. Olivier Vidal, ricercatore del CNRS, ha realizzato uno studio sui metalli necessari a medio termine per sostenere il nostro stile di vita high-tech. I suoi lavori sono stati pubblicati nel 2015 e menzionati dalla BBC. Vidal ha anche tenuto una trentina di conferenze in Europa, davanti a un pubblico composto per la maggior parte da studenti. E questo è tutto. Eppure lo studio di Vidal avrebbe dovuto essere un testo di riferimento per tutti i capi di Stato. Basandosi sulle prospettive di crescita più largamente condivise, il ricercatore sottolinea prima di tutto le considerevoli quantità di metalli di base che andranno estratte dal sottosuolo per mantenere il ritmo della lotta al riscaldamento globale. Prendiamo il caso delle pale eoliche: la crescita di questo mercato esigerà da qui al 2050 “3200 milioni di tonnellate di acciaio, 310 milioni di tonnellate di alluminio e 40 milioni di tonnellate di rame” poiché le pale eoliche inghiottiranno più materie prime rispetto alle precedenti tecnologie. “A pari capacità [di produzione elettrica], le infrastrutture […] eoliche avranno bisogno fino a quindici volte in più di cemento, novanta volte in più di alluminio e cinquanta volte in più di ferro, rame e vetro rispetto alle istallazioni che utilizzano combustibili tradizionali” indica Vidal.

Ci perdoni il lettore se insistiamo: consumeremo più metalli nella prossima generazione che nel corso degli ultimi 70.000 anni, ovvero delle cinquecento generazioni che ci hanno preceduto

Secondo la Banca mondiale, che nel 2017 ha condotto un proprio studio, ciò vale anche per il solare e per l’idrogeno, la cui “composizione […] richiede in effetti significativamente più risorse dei sistemi di alimentazione a energie tradizionali”. La conclusione generale è aberrante: dal momento che il consumo mondiale di metalli cresce a un ritmo che varia dal 3 al 5% l’anno, “per soddisfare i bisogni mondiali da qui al 2050 dovremo estrarre dal sottosuolo più metalli di quanti l’umanità ne abbia estratti dalla sua origine”. Ci perdoni il lettore se insistiamo: consumeremo più metalli nella prossima generazione che nel corso degli ultimi 70.000 anni, ovvero delle cinquecento generazioni che ci hanno preceduto. I 7,5 miliardi di nostri contemporanei assorbiranno più risorse minerali dei 108 miliardi di umani che hanno abitato la Terra fino a oggi. Vidal ammette che lo studio è incompleto: per comprendere la reale impronta ecologica della transizione verde bisognerebbe privilegiare un approccio molto più olistico del ciclo di vita delle materie prime, misurando anche l’immensa quantità d’acqua consumata dall’industria mineraria, le emissioni di carbonio causate dal trasporto, lo stoccaggio e l’utilizzazione di energia, l’impatto ancora poco conosciuto del riciclaggio delle tecnologie verdi, tutte le altre forme di inquinamento degli ecosistemi generate dall’insieme di queste attività, per non parlare delle molteplici incidenze sulla biodiversità. “È impressionante” riconosce il ricercatore.

Tuttavia pochi responsabili politici si rendono pienamente conto di questi aspetti. Vidal assicura di aver provato, negli ultimi anni, ad allertare il ministro francese della Ricerca a riguardo. Ma ahimè, “non ho mai potuto superare i primi sbarramenti ai gradi più bassi della gerarchia amministrativa”. Stessa delusione per Alain Liger, organizzatore del simposio dedicato ai metalli rari durante la COP 21. “Ho inviato una nota a Segolène Royal [l’allora ministro francese dell’Ambiente], a Emmanuel Macron [l’allora ministro dell’Economia] e a Laurent Fabius [l’allora ministro degli Affari esteri]. Ho ricevuto una telefonata dal gabinetto di Macron che mi diceva che organizzare quella tavola rotonda era fantastico. D’altro canto nessuna risposta da Fabius e Royal. Eppure si trattava dei due ministri a capo delle negoziazioni sul clima…”.

Cosa succederà se per effetto del cambiamento climatico le riserve d’acqua indispensabili per l’estrazione e la raffinazione dei minerali si esauriranno drasticamente?

Siamo evidentemente di fronte a un problema di scarsità. Da un lato gli avvocati della transizione energetica ci hanno promesso che per far funzionare le nostre tecnologie verdi avremmo potuto attingere all’infinito alle inesauribili fonti di energia costituite dalle maree, dai venti e dai raggi di sole. Ma dall’altro i cacciatori di metalli rari ci avvisano che affronteremo presto la mancanza di un numero considerevole di materie prime. Abbiamo già delle liste di specie animali e vegetali minacciate; stabiliremo presto altre liste rosse di metalli in via di esaurimento. Effettivamente all’attuale ritmo di produzione le riserve redditizie di una quindicina di metalli di base e di metalli rari si esauriranno in meno di cinquant’anni; per cinque metalli aggiuntivi (incluso il ferro, tuttavia abbondante) lo faranno prima della fine del secolo. Ci dirigiamo così, a breve o medio termine, verso una penuria di vanadio, disprosio, terbio, europio e neodimio. Anche il titanio e l’indio sono a rischio, così come il cobalto. “La prossima penuria riguarderà questo metallo” pronostica un esperto. “Nessuno ha previsto l’arrivo del problema e ora è a breve termine” (si consulti la tavola che sintetizza la durata di vita delle riserve redditizie dei principali metalli necessari alla transizione energetica, appendice 14).

Riusciremo nei prossimi trent’anni a mettere in funzione il numero di miniere necessario a rifornirci di metalli? Cosa succederà se per effetto del cambiamento climatico le riserve d’acqua indispensabili per l’estrazione e la raffinazione dei minerali si esauriranno drasticamente? Una volta che avremo sfruttato le miniere più ricche, avremo a disposizione nuove tecnologie per sfruttare i giacimenti più poveri, meno accessibili e più profondi? In molti paragonano la nostra epoca a un “nuovo Rinascimento”: ci troviamo all’alba di un nuovo capitolo della storia segnato dalle invenzioni tecniche e dalle inedite opportunità di esplorazione. Ma come raggiungere questi nuovi orizzonti se vengono a mancare le risorse? Cosa sarebbe successo nel 1492 se Cristoforo Colombo non avesse trovato le caravelle La Pinta e La Niña ormeggiate in un porto andaluso per mancanza di legno disponibile?

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