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13 Giugno Giu 2019 1053 13 giugno 2019

Aborto al sicuro, ecco la legge di iniziativa popolare per applicare davvero la 194

L’aborto è legge dal 1978, ma ancora oggi la normativa viene applicata in maniera discriminatoria: fra tassi del 70% di medici (e strutture) obiettori di coscienza e inefficienze ospedaliere, l’aborto è ancora un calvario. Adesso una proposta di legge in Lombardia vuole migliorare il sistema

Aborto Al Sicuro_Linkiesta
Frame dal video della campagna "Aborto al sicuro"

In Lombardia, le donne possono accedere all’aborto farmacologico solo in un ospedale su dieci. In Valle d’Aosta, per interrompere una gravidanza si aspetta anche più di tre settimane dalla richiesta. In tutto il Molise c’è un solo medico non obiettore: queste alcune delle cifre chiave quando si tratta di aborto in Italia. La legge 194 è stata istituita nel 1978 e da quell’anno prevede la tutela di questo diritto in maniera sicura, legale e gratuita. Ma nelle singole regioni (cui spetta la gestione della sanità), viene applicata in maniera molto varia. Di fatto, tassi vicini al 70% di medici obiettori a livello nazionale (con picchi del 90% in alcune regioni del Sud) e addirittura strutture ospedaliere che assumono unicamente ginecologi antiabortisti rendono praticamente impossibile trovare un medico in tempi brevi; spesso l’accesso alle procedure è inefficiente e lento, al punto che ancora oggi la procedura chirurgica (isterosuzione) rimane molto più diffusa rispetto all’aborto farmacologico (tramite pillola RU486 oppure Cytotec), malgrado quest’ultimo sia un metodo molto più economico, meno invasivo e in molti casi preferito dalle donne; in più, lo stigma che ancora persiste nel nostro paese non consente alle donne che decidono di abortire di poter affrontare con serenità una procedura che, dal punto di vista psicologico, è già traumatica di per sé. Risultato: sono in aumento i casi di aborto clandestino, dove molte donne preferiscono affidarsi all’acquisto su internet di farmaci sospetti e potenzialmente pericolosi per la propria salute (poiché sono presi senza che un medico ne abbia valutato l'appropriatezza in base alle condizioni di salute della donna, spesso sono dosati in modo non appropriato, a volte sono contraffatti o prodotti in modo non igienico, quasi mai riportano ulteriori importanti indicazioni e soprattutto non garantiscono sempre l'aborto, aumentando i rischi di infezioni ed emorragie), piuttosto che addentrarsi in una trafila medica insostenibile da molti punti di vista. Dal momento che una legge c’è (e, secondo gli esperti, è anche una legge buona), però, varrebbe la pena di applicarla.

È esattamente questo che prevede “Aborto al sicuro”, la campagna e proposta di legge di iniziativa popolare nata in Lombardia per consentire l’applicazione pratica della legge 194 sul territorio regionale. Non una modifica della legge sull’aborto, ma di una sorta di regolamento attuativo che propone soluzioni pratiche per adempiere in maniera più efficace ed economica ai principi della 194, contribuendo così anche a limitare gli aborti clandestini. Il progetto di legge, che fra le altre cose prevede l’eliminazione dell’obbligo di ricovero per l’aborto farmacologico, la riqualificazione dei consultori familiari e la continuità terapeutica nelle strutture accreditate, è stato promosso da diversi attori tra cui l’associazione Luca Coscioni, Radicali Italiani e l’associazione Enzo Tortora Radicali Milano. Nei mesi scorsi la proposta ha raccolto 8436 firme, a breve passerà al vaglio della commissione Sanità, che riceverà il comitato promotore, e poi sarà presentata al Consiglio regionale della Lombardia: i consiglieri regionali Michele Usuelli di Più Europa, Paola Bocci del Pd e Monica Forte del M5S si sono fatti garanti che venga discussa nel giro di tre mesi. L’obiettivo del comitato promotore, poi, è di portarla in tutti gli altri Consigli regionali, rendendo l’applicazione efficace della 194 una realtà a livello nazionale. Linkiesta ha approfondito la questione con Michele Usuelli, neonatologo e consigliere di Più Europa e Barbara Bonvicini, presidente di Radicali italiani.

“In termini medici ci sono 49 giorni di tempo per usare la pillola abortiva, ma in Lombardia solo l’8,2% degli aborti è attuato con metodo farmacologico. A livello nazionale è il 18,6%: questo significa che oltre l’80% degli aborti è applicato con metodo chirurgico, e questo è frutto unicamente di un sistema di ritardi”

Barbara Bonvicini

Bonvicini e Usuelli, a quarant’anni dall’istituzione della legge 194, ancora molte donne non riescono ad accedere ai servizi che dovrebbero consentire loro un aborto sicuro e gratuito. Perché?
Bonvicini: Succede perché, malgrado l’obiezione di coscienza sia prevista per legge, il problema è l’obiezione di struttura, cioè il fatto che, perlomeno in Lombardia, ci sono presidi ospedalieri (Gallarate, Iseo, Oglio Po, Sondalo e Chiavenna, ndr) che hanno il 100% di medici obiettori. Il problema di dover chiamare un medico non obiettore dall’esterno e il rimpallo tra le strutture ospedaliere provoca un allungamento dei tempi, per cui c’è un discrimine oggettivo. Se passa troppo tempo tra la scelta della donna di abortire e il momento dell’interruzione della gravidanza, infatti, non è più possibile abortire se non tramite intervento chirurgico, che è più costoso e anche più impattante sulla psicologia della donna. In termini medici ci sono 49 giorni di tempo per usare la pillola abortiva, ma in Lombardia solo l’8,2% degli aborti è attuato con metodo farmacologico. A livello nazionale è il 18,6%: questo significa che oltre l’80% degli aborti è applicato con metodo chirurgico, e questo è frutto unicamente di un sistema di ritardi.

Usuelli: La 194 in Lombardia è applicata ma è un percorso a ostacoli. Al di là del numero di operatori coinvolti e delle sale che vengono occupate per l’operazione chirurgica, un altro problema è tutta la dimensione delle strutture private convenzionate che, pur occupandosi di cura materno-infantile, lo fanno a partire da un punto di vista religioso, violando il cosiddetto continuum of care. Il problema è che gli ospedali della Lombardia che sono obiettori al 100% spesso non lo sono per caso. Nel caso la struttura abbia scelto di assumere solo medici obiettori, infatti, il gettonista (un medico che viene pagato a gettone per garantire un servizio che è impossibile che quella struttura garantisca, ndr), non viene neppure chiamato. Questa anomalia è una delle eredità formigoniane. Noi crediamo sia giusto dare le convenzioni a coloro che si occupano a 360 gradi di quell’aspetto di salute, non in base all’aspetto economico o ideologico: non sei dal fruttivendolo, dove decidi questo sì e questo no.

In Italia però abbiamo ancora un 70% di medici obiettori di coscienza: perché ce ne sono ancora così tanti?
Usuelli: Certamente ci sono implicazioni morali; visto che la legge le prevede, per noi sono accettabili. Esistono però una serie di altri fattori che pesano molto e che dovrebbero essere rimossi. Ad esempio, siccome i medici non obiettori sono molto pochi, questi sono obbligati a dedicare molto del loro tempo alla chirurgia abortiva, che di per sé è un intervento abbastanza banale, poco avvincente e anche poco utile agli avanzamenti di carriera. Soprattutto se lo devi fare cinque giorni su sei perché sei da solo. A Roma la ginecologa Mirella Parachini del San Camillo è riuscita a ottenere che per il suo ospedale si facesse un concorso pubblico solamente per ginecologi non obiettori: in questa maniera si è rimpolpato il pool dei non obiettori e così tutti riuscivano a fare tutto, non solo gli aborti. Tutti i ginecologi devono essere bravi e competenti, ma non tutti devono per forza avere un senso civile così alto da fare solo quello. Un’azienda ospedaliera deve poter gestire questa problematica e si devono creare le condizioni per cui l’aborto sia una delle tante attività di reparto.

Che cosa proponete con il vostro disegno di legge?
Usuelli: La 194 non la modifichiamo, noi cerchiamo di regolamentare alcuni aspetti pratici: operare una migliore informazione e organizzazione degli appuntamenti sul territorio, la riqualificazione dei consultori familiari, l’istituzione di canali preferenziali nella gestione dei casi urgenti, l’eliminazione dell’obbligo di ricovero e l’istituzione della possibilità di day hospital (per l’aborto farmacologico finora è stato previsto un ricovero di tre giorni, per via della somministrazione, a distanza di due giorni dal Mifepristone, delle prostaglandine che facilitano l'espulsione del materiale abortivo, ndr), più l’aspetto della diagnosi prenatale e la regolamentazione del mondo della procreazione assistita, soprattutto tra i privati convenzionati. Le diagnosi prenatale si fanno in situazioni di rischio, ad esempio in caso di età avanzata della mamma che rischia malformazioni fetali: quando effettivamente c’è un problema e la donna decide di abortire, loro ti abbandonano. Noi chiediamo che chi fa procreazione assistita e diagnosi prenatale debba garantire continuità terapeutica. Se si è obiettori, bisogna quantomeno farsi carico dello step successivo, prendendo appuntamento presso una struttura dove c’è questa possibilità.

Bonvicini: Negli ultimi 15 anni c’è stato in Lombardia un raddoppio dei consultori privati, che sono perlopiù cattolici, e quindi reticenti a darti il certificato che ti consente di accedere alla prestazione. In Lombardia si è passati dal 2005 da 44 enti privati a 100 nel 2018, mentre nel 2005 erano 178 quelli pubblici, oggi ridotti a 141. La parte più all’avanguardia della nostra legge è che facendo leva sul servizio sanitario nella conversione di una parte di aborti chirurgici (costo 1200 euro a carico del SSN, ndr) in farmacologici (costo 300 euro, ndr) tramite efficientamento, si potrebbe creare un centro regionale di prenotazione che riuscirebbe a smistare meglio soprattutto i casi di urgenza.

Per contrasto della mortalità materna e neonatale siamo tra i 3-4 paesi migliori del mondo. Lo sforzo di tensione e di analisi deve essere nella direzione di ciò in cui siamo bravi e del confronto con i migliori

Sappiamo che una donna su cinque abortisce nella propria vita: a cosa sono dovute queste statistiche allarmanti?
Usuelli: La fascia di età in cui si ricorre di più all’aborto è quella 30-35, la fase piena maturità di una donna. Io penso che per qualunque donna, anche la più normale, anche quella di più o meno successo, esistano dei periodi della vita in cui davvero quello non è il momento. La responsabilità e le conseguenze di far nascere e crescere un figlio sono enormi, e in quel momento, per quella persona, dolorosamente si ammette che sia la scelta migliore. La verità è che le grandi abortiste sono poche, e chi lo è viene comunque indirizzato ad un counseling specifico. Si può rimanere incinte per mille motivi, e certamente si parla troppo poco di contraccezione. Occorre quindi più contraccezione e più contraccezione d’emergenza, più educazione sessuale, più politiche a sostegno della donna incinta e della madre, e ovviamente più sviluppo economico in questo paese: le persone probabilmente avrebbero più piacere ad aggiungere un posto a tavola. Non è il pezzo di terra o l’incentivo per il pannolino, se la gente lavora è contenta di comprarselo da sola il pannolino. Dopodiché siccome ogni gravidanza deve essere desiderata, la scelta rimane della donna. Quindi la politica deve anche imparare a tacere.

Bonvicini: La pillola del giorno dopo in questi anni è in aumento, ci si approccia all’atto sessuale senza grandi interrogativi e poi si ricorre a un metodo. Guardando le statistiche e le fasce d’età possiamo ipotizzare che sia perché avere un figlio non è la prima scelta. Si decide di averlo o di non averlo in quel momento. Al family day però se ne faceva una questione solo di orologio biologico, che avrebbe dovuto portare una donna ad avere delle motivazioni in più per fare un figlio. Non è questo il caso.

Pare che l’aborto farmacologico sia scoraggiato. Perché?
Usuelli: Rispetto al nuovo, o siamo molto motivati o tutti conservatori. Introdurre una nuova procedura in un reparto significa riorganizzare tutto, serve tempo, energie, persone che ci credano. Da un lato le persone hanno sempre la tendenza a fare ciò che sanno fare. In più, la pillola secondo me è ancora molto poco conosciuta. Non credo ci sia un boicottaggio ideologico rispetto a quella chirurgica, credo sia una questione pratica. Un conto è se una persona te la viene a chiedere, e allora tu sei in difficoltà a non dargliela. L’utilità di questa legge è che contribuisce a molti aspetti pratici, e se venisse votata e applicata aumenterebbe il numero di aborti farmacologici rispetto a quelli chirurgici grazie ad una migliore organizzazione.

Bonvicini: È una somma di fattori, ma la questione della tempistica è la più rilevante: se una gravidanza si è protratta per due mesi pieni, si finisce sul chirurgico. Inoltre più si aspetta, più poi anche la scelta del medico è viziata da un'attesa più lunga. L’inefficienza incide molto. In confronto ad altri paesi, dove si arriva al 90% degli aborti farmacologici (98%, Francia 60%, Portogallo 70%, ndr), noi ne abbiamo il 90% chirurgici.

La Lombardia a che punto si piazza nella classifica delle regioni?
Bonvicini: La Lombardia è la 16esima regione per tempi di attesa tra la certificazione e l’intervento.

Usuelli: Per me il paragone non deve essere tra Milano e la Calabria, ma tra Milano e Londra, il paragone va fatto verso chi fa meglio. Per contrasto della mortalità materna e neonatale siamo tra i 3-4 paesi migliori del mondo. Lo sforzo di tensione e di analisi deve essere nella direzione di ciò in cui siamo bravi e del confronto con i migliori.

Quali sono i prossimi passi?
Bonvicini: Posta la discussione della proposta in Consiglio regionale in Lombardia, seguirà l’avvio della campagna in altre regioni, a partire da Emilia-Romagna, Marche, Toscana, Liguria e Lazio. Nella seconda fase della campagna, che integra la raccolta firme, poi, punteremo con i Radicali e l’associazione Luca Coscioni a fare sensibilizzazione soprattutto nelle scuole, perché è lì che il primo approccio sessuale avviene, già verso i 13-14 anni - una fascia d’età che il nostro ministero della Salute non sta prendendo assolutamente in considerazione. In modalità militante, andremo a consegnare materiale informativo e a distribuire contraccettivi. Contiamo di farla partire dall’inizio dell’anno prossimo e parlerà dei rischi dell’aborto clandestino. Abbiamo anche previsto traduzioni in inglese, arabo, francese e spagnolo, in modo da massimizzare l’impatto.

Usuelli: Sul sito abortoalsicuro.it c’è tutto il materiale per far partire nella propria regione la legge di iniziativa popolare analoga; basta fare copia e incolla. Sul sito ci sono tutti i movimenti che hanno aderito, dai Radicali a Più Europa, Possibile, I Verdi, M5S Lombardia. In un’epoca così complicata è stato bello fare azione transpartitica, ciascuno può parlare con consiglieri comunali e regionali per attivare l'iniziativa nella propria regione.

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