Servizio pubblico
13 Giugno Giu 2019 0600 13 giugno 2019

Julie Froud: “Pochi servizi, ma eccellenti: ecco cosa dovrebbe fare lo Stato oggi per essere utile”

Intervista alla professoressa Julie Froud, ospite del Jobless Society Forum 2019 organizzato da Fondazione Feltrinelli: "I governi snobbano l'importanza di avere un trasporto pubblico efficiente, acqua pulita e ospedali all'avanguardia. Diamo ai cittadini la possibilità di trovare le soluzioni"

Autobus In Fiamme_Linkiesta
TIZIANA FABI / AFP

Per alcuni lo Stato dovrebbe prendersi cura dei suoi cittadini dalla culla alla bara. Per altri dovrebbe occuparsi solo di far rispettare le leggi e i diritti civili, lasciando fare tutto il resto al mercato. C’è invece chi propone uno Stato né sociale, né minimo, ma fondamentale. Ovvero che garantisca l’alta qualità di servizi che dovrebbero essere scontati, ma non lo sono più: trasporto pubblico efficiente, istruzione avanzata gratuita, acqua potabile sicura. Così come servizi sanitari accessibili a tutti e provvisti di macchinari efficienti, ponti e viadotti stabili, energia elettrica non razionata. Utopia? Secondo la professoressa dell’Università di Manchester Julie Froud, ospite del Jobless Society Forum 2019 organizzato dalla Fondazione Feltrinelli, l’economia fondamentale è ormai al servizio del profitto e pensa più alla competitività che al benessere e alla coesione sociale. Basta guardare cos'è successo al Ponte Morandi di Genova nemmeno un anno fa o a qualsiasi autobus e metro di Roma per capire che molti servizi sono sottovalutati dallo Stato. «Come cittadini viviamo ogni giorno gli effetti dell'economia attraverso le cose che facciamo. Dalla metro che prendiamo per andare al lavoro al ponte per andare in vacanza, all'ospedale quando ci facciamo male. Che siano forniti dallo Stato o da società private spesso non funzionano e sono fonte di grandi disagi. La politica li sottovaluta pensando siano temi di serie b. I ministri dell'Economia parlano di automazione, intelligenza artificiale, autovetture, ma nella vita quotidiana di ciascuno di noi incide più se un bus arriva in orario o se non ci sono buche per strada».

Froud, cosa dovrebbe fare lo Stato per garantire questi servizi in modo efficiente?
Lo stato deve fornire dei servizi, ma non tutti. Non dobbiamo ripetere l'esperienza dello Stato sociale che controlla ogni aspetto della nostra vita, perché così si elimina la capacità delle comunità di cittadini o delle associazioni volontarie di dire la loro. Lo stato deve "abilitare", cioè facilitare, permettere che le cose accadano in modo efficiente trovando sempre la giusta soluzione. Questo però non vuol dire uno Stato minimo che lascia fare tutto al mercato.

E come si fa?
Mettendosi nei panni del cittadino, chiedendosi quali sono i suoi bisogni e se tutti indiscriminatamente possono accedere al servizio. Bisogna capire caso per caso quali sono i requisti per l'investimento, se ci sarà sempre bisogno di sussidi e come rendere il modello profittevole senza lasciare indietro nessuno. Da lì si capisce se lo Stato deve agire in prima persona, magari fornendo un'infrastruttura all'avanguardia oppure è meglio un privato con determinate regole da seguire. L'obiettivo non è solo generare servizi accessibili, ma anche di alta qualità perché influenzano la nostra vita.

Facciamo un esempio concreto per non morire di teoria.
Parliamo di sistemi di trasporto pubblico che sono generalmente ad alta intensità di capitale e per nulla redditizi. Nel Regno Unito l'idea generale è che sia possibile eseguire i trasporti pubblici senza sussidi statali, ma cosi si finisce con tariffe alte e tante persone che non possono permetterselo. Oppure ci si rassegna all'idea che una compagnia dei trasporti debba essere sempre in ritardo e funzionare male perché tanto lo Stato paga. Non esiste una soluzione unica, ma bisogna sviluppare il metodo oggettivamente migliore per quella situazione. Lo Stato dovrebbe ascoltare i suoi cittadini. Le persone dovrebbero avere un ruolo nel decidere come vengono forniti i servizi.

Come fa lo Stato a incoraggiare la partecipazione dei cittadini?
Un esperimento interessante negli ultimi tempi è quello della giuria dei cittadini. Quando si devono affrontare problemi difficili, invece di vedere i politici litigare tra loro nel tentativo di aumentare il proprio consenso polarizzando il dibattito, si passa la palla ai cittadini. Un'assemblea di cittadini che esamina le proposte e progetti in campo e valuta la via da seguire. Ad esempio, in Galles il governo britannico ha incoraggiato la formazione di giurie cittadine per capire come pagare le cure per gli anziani. La poplazione invecchia, c'è un sempre più alto tasso femminile nella forza lavoro, le famiglie non vivono più nello stesso posto tutta la vita. Insomma, un tema complesso perché non tutte le famiglie possono permettersi una badante. Invece di un gruppo di politici che deliberano in base alle loro convinzioni personali, i cittadini si sono messi in gioco per risolvere il problema, o almeno a dire la loro sulle proposte.

Negli ultimi decenni lo Stato ha lasciato troppo spazio all'iniziativa dei privati, ha guardato troppo al modello di business e poco ai bisogni delle persone. Non serve né uno Stato sociale, né Stato minimo, ma uno Stato razionale che pensi al modo migliore di offrire servizi fondamentali per la nostra vita quotidiana

Julie Froud

Proprio nel Regno Unito però si è visto che dare la parola ai cittadini non basta per risolvere i problemi.
È chiaro che i cittadini vogliono cose in contrasto con gli obiettivi sociali a lungo termine. Basta vedere il dibattito sui cambiamenti climatici. Se dici ai cittadini: "Vuoi prendere l'aereo ogni anno per andare vacanza?", nessuno ti dirà di no, anche se gli fai capire che potresti danneggiare l'ambiente. Allora diventa una questione di come imposti il dibattito chiedendo alle persone di non dire semplicemente sì o no ma di ascoltarsi a vicenda e trovare una soluzione.

E se ognuno mantiene la sua posizione?
Bisogna selezionare gruppi specifici di persone con età ed esperienze diverse. Il requisito è che le persone debbano ascoltarsi a vicenda e non ripetere solo il proprio punto di vista ma immergersi in quello degli altri. In Irlanda questo modello ha funzionato per discutere del tema dell'aborto in qui le posizioni erano polarizzate. Il governo ha utilizzato efficacemente le commissioni giudiziarie dei cittadini per discutere del tema. Non tutti saranno felici del risultato finale, ma almeno tutti i soggetti sono stati coinvolti e la soluzione sarà il più condivisa possibile. Perché non può valere anche per i servizi fondamentali?

Creare delle assemblee pubbliche istituzionalizzate non rischia però di creare una classe selezionata e "professionalizzata" di cittadini?
Serve un mix tra movimento spontaneo e qualcuno che tiri le fila del discorso. C'è il pericolo che tutto sia professionalizzato, che si crei una classe di sviluppatori della comunitàe che alla fine siano sempre gli stessi. Bisogna chiarire un concetto: è impossibile ottenere una politica completamente dal basso a tutti i livelli. Ma il tema esiste, soprattutto a livello locale: coinvolgiamo i cittadini e facciamo dire a loro come migliorare i servizi fondamentali.

In tutto questo qual è il ruolo di organismi come l'Unione europea? Lo Stato fondamentale deve passare per Bruxelles o farsi piccolo piccolo e agire a livello locale e basta?
L'Unione europea è formata da funzionari di alto livello, ma è in grado di attuare politiche pessime che determinano servizi pessimi. E allo stesso modo, non tutto ciò che è locale è positivo. Come sempre la soluzione sta nel mezzo. Si tratta di capire qual è il livello appropriato in cui prendere le decisioni. La gente del posto deve avere un ruolo nel decidere come vengono forniti i servizi, ma c'è anche bisogno di governi regionali e nazionali che guardino alla redistribuzione del reddito e la programmazione nel lungo periodo. Lo stato deve investire in tecnologie avanzate, dal trasporto all'uso di energia domestica perché l'azione dei singoli cittadini non è sufficiente. Se vivi in una casa vecchia, isolata, con un reddito basso non puoi investire milioni di euro. Ma puoi dire cosa bisogna cambiare.

Grandi investimenti pubblici nel mercato sembrano però una riproposizione dello Stato sociale.
L'Europa è eterogenea ma nella maggioranza dei Paesi in un certo periodo storico c'è stato un periodo in cui lo stato interveniva nel mercato per "abilitare" la vita dei cittadini e favorire nuovi mercati. Bisogna tornare ad alcuni aspetti di quello Stato senza un senso di nostalgia. Negli anni 50 e 60 non andava tutto alla perfezione, anzi alcune andavano anche peggio. Negli ultimi decenni lo Stato ha lasciato troppo spazio all'iniziativa dei privati, ha guardato troppo al modello di business e poco ai bisogni delle persone. Non serve né uno Stato sociale, né Stato minimo, ma uno Stato razionale che pensi al modo migliore di offrire servizi fondamentali per la nostra vita quotidiana.

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