toghe dubbie
14 Giugno Giu 2019 0601 14 giugno 2019

Lo scandalo Csm è il 1992 della magistratura (anzi, è ancora peggio)

Inutile cercare di negarlo: la Magistratura si trova al centro di uno scandalo di proporzioni e ramificazioni mai viste, che mina la consistenza di uno dei poteri fondamentali dello Stato. Urge l’intervento di Mattarella

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Non è solo una questione di soldi e regalie per influenzare le indagini e le sentenze. Non è solo una storia di fughe di notizie e di violazioni del segreto istruttorio. Non è solo una storia di influenze e di ricatti politici per influenzare le nomine dei magistrati in questa o in quella procura. E no, non è nemmeno un caso Lotti, o un caso Mattarella, come oggi prova a definirlo qualche organo di stampa. L’indagine sul giudice Luca Palamara, ogni giorno che passa e che emergono nuovi dettagli, squarcia il velo dietro il quale si nascondeva il sistema giudiziario italiano e in particolare il suo principale organo di autogoverno, quel Consiglio Superiore della Magistratura di cui, a oggi, sono dimissionari tre membri su sedici, più due autosospesi. Ed è, al pari di quanto accaduto nel 1992 con la politica, l’amara attestazione di ciò che tutti sospettavamo. Che dietro il paravento dell’autogoverno e dell’autonomia del potere giudiziario si cela un sistema profondamente malato, in cui sembra essere regola ciò che è perlomeno inopportuno, pervaso da un senso di impunità simile, se non identico, a quello dei politici della prima repubblica.

Ricapitoliamo, per chi si fosse perso qualche passaggio. Stando alle intercettazioni - pubblicate dai giornali e arrivate loro non si sa bene come, ça va sans dire - Luca Palamara, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura ed ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati avrebbe ottenuto soldi e regali da alcuni lobbisti vicini a importanti imprenditori per influenzare alcune sentenze. Palamara sarebbe poi venuto a conoscenza dell’indagine su di lui grazie alle sue amicizie tra i colleghi. A quel punto avrebbe cercato di influenzare la nomina del prossimo procuratore di Perugia, in modo da avere un alleato a capo dei magistrati che stavano indagando su di lui. E per farlo, avrebbe avvicinato Luca Lotti, braccio destro e uomo forte di Matteo Renzi nel governo Gentiloni e Cosimo Ferri, sottosegretario alla giustizia, pure lui Pd e pure lui renziano, dopo un passato in Forza Italia. Le intercettazioni, in questo contesto, avrebbero coinvolto diversi membri del Csm, cosa che ha portato tre di loro a dimettersi, e due ad autosospendersi. Ciliegina sulla torta, Palamara sarebbe stato informato di avere un trojan all’interno del proprio telefono da una non meglio precisata “fonte del Quirinale”, così da coinvolgere nel presunto scandalo anche il presidente della repubblica Sergio Mattarella, che del Csm è il Presidente, e che finora, sorprendentemente, non aveva proferito parola sullo scandalo.

Dietro il paravento dell’autogoverno e dell’autonomia del potere giudiziario si cela un sistema profondamente malato

Lo diciamo subito. Siamo ancora nell’alea delle indagini, a commentare intercettazioni non ancora depositate e comportamenti che in molti casi non hanno nulla di illecito, ma solo un gigantesco profilo di inopportunità. Per dire, che Lotti, indagato a Roma, parli della nomina del procuratore capo di Roma con Palamara non è niente di bello da leggere. Quel che atterrisce, semmai, sono le reazioni allo scandalo. “O sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti”, ha dichiarato il vice presidente del Csm Davide Ermini. “L’unica vicenda che mi pare assimilabile, sotto più aspetti a quella che stiamo vivendo in questi giorni è quella dello scandalo P2 dei primi anni ’80 del secolo scorso”, ha rincarato la dose il consigliere Giuseppe Cascini di Area, la corrente di sinistra della magistratura. "Ci troviamo di fronte a fatti gravissimi, che aprono una questione morale, di etica della responsabilità, che riguarda i magistrati ma anche la politica”, ha chiosato l’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, ora eurodeputato Pd.E pure il no comment dietro cui si è trincerato il presidente della repubblica e del Csm Sergio Mattarella, a suo modo, fa più rumore di mille parole.

Dall’altra parte del palco ci siamo noi tutti, e non è un bello spettacolo. Che assistiamo a queste dichiarazioni senza capire bene cosa stia succedendo dentro un organismo, il Consiglio Superiore della Magistratura, che ha un potere enorme, garantito dalla Costituzione e confermato da decenni di pratica politico-istituzionale. Se l’indagine riguarda il solo Palamara, perché getta discredito su tutta la categoria? Se l’influenza dei politici sulle nomine riguarda i soli Lotti e Ferri, perché si parla di “giochi di potere e traffici venali”, come se fossero pratiche diffuse? E ancora: perché Pignatone, stando a quanto dicono le intercettazioni, andava spesso cena con Centenaro, l’amico di Palamara? E come mai, nello stesso giorno, due giornali come La Repubblica e Il Fatto Quotidiano escono con notizie e intercettazioni così diverse e contrastanti tra loro? È tutto qua, quello che stiamo vedendo, o Luca Palamara è una specie di Mario Chiesa della magistratura, la prima tessera di un devastante effetto domino?

Quanto ci fideremmo di un’assoluzione, sapendo di membri del Csm che pilotavano indagini e sentenze in cambio di mazzette?

Sono domande pesanti, cui speriamo indagini accurate e qualche fuga di notizia in meno daranno presto risposta, nonostante i tempi biblici della giustizia italiana. Anche perché un Paese come l’Italia, in cui proliferano alcune tra le mafie più potenti del mondo e in cui il malaffare e la corruzione sono malattie ormai endemiche e auto-immuni, una delegittimazione totale dell’indipendenza e della terzietà della magistratura avrebbe effetti devastanti. Se da domani un politico o un imprenditore fosse indagato da una procura, ad esempio, saremmo portati a pensare che possa essere un favore a un suo avversario. E quanto ci fideremmo di un’assoluzione, sapendo di membri del Csm che pilotavano indagini e sentenze in cambio di mazzette?

Ultimo, ma non meno importante dei problemi: non abbiamo alcuno strumento per incidere su questa situazione. La magistratura si autogoverna proprio a partire dal Csm. E a meno che la politica non si prenda la responsabilità di una radicale riforma della giustizia - con tutti i rischi del caso - a partire proprio dal suo principale istituto di autogoverno, saranno gli stessi magistrati a decidere se e come eradicare il problema. Per questo, silente o meno, il ruolo del Presidente della Repubblica - non di Mattarella, ma dell’istituzione che rappresenta - è centrale. Perché solo lui, anello di congiunzione tra i tre poteri di questo Paese, può garantire una soluzione interna che non sia un colpo di spugna, o in alternativa una soluzione parlamentare che non sia una prevaricazione del potere legislativo ed esecutivo su quello giudiziario. Non ci azzardiamo a dire, nel Paese dei gattopardi, che nulla sarà più come prima. Ci limitiamo a rimarcare come negli stretti passaggi della Storia d’Italia, oggi come nel 1992, la crisi dell’economia e quella delle istituzioni vadano singolarmente a braccetto. Singolarmente, fino a un certo punto.

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