Bastone e carota
15 Giugno Giu 2019 0601 15 giugno 2019

Saviano non ha più nulla da dire. Per capire la tragedia dei migranti ecco due valide alternative

Nel suo libro Saviano crede di storpiare il gergo dei beoti che parlano di “taxi del mare”, e sbaglia. Di fronte a una tragedia che tramortisce ci vorrebbe un grande scrittore, e lui non lo è. Ecco almeno altri due titoli per capire sul serio cosa significano sofferenza e angoscia

Saviano Linkiesta
CHRISTOPHE SIMON / AFP

Il bastone. Candida premessa. Non m’importa, qui, la questione politica, o meglio, partitica – uno scrittore, partigiano a se stesso, deve imporre, sempre, la propria poetica, soprattutto quando si occupa di ‘cronaca’. Per parlare della questione capitale del nostro tempo, l’esodo sconvolto dei migranti, questa grandine di occhi che ci precipita addosso come una lapidazione e di cui, in modo lapidario, siamo destinati a dire o a tacere, Roberto Saviano scrive un libro. L’azione, di per sé, è coerente: uno scrittore preda la cronaca – ormai, da anni, uno tsunami – e ne scrive, lo hanno fatto tutti, da Dostoevskij a Truman Capote a Emmanuel Carrère. Saviano, però – che non è più scrittore dal corrusco Gomorra, piagato dalla necessità di dimostrare al prossimo che è Saviano – non ha scatti narrativi, si allinea al blabla della politica odierna – nata perdente, perduta al cospetto della Storia, senza idee che non siano cinguettii o barriti elettorali – fin dal titolo, In mare non esistono taxi, che in modo pedante ribalta (cioè: rilancia) una delle ennesime spavalderie del Ministro Luigi Di Maio, era il 21 aprile 2017 e il grillino rampante emise il latrato: “chi paga questi taxi del Mediterraneo?”.

Saviano, appunto, s’impunta lì, s’impantana nel liquame da campagna elettorale – il libro è stampato in concomitanza con le recenti europee – crede di storpiare il gergo dei beoti su quel piano, e sbaglia, perché la sua retorica perbene produce esiti letterari (quelli m’importano, qui, e ogni retorica è lecita a raggiungerli) inesistenti. Così, Saviano allinea una turbina di ovvietà inaccettabili se pronunciate da uno scrittore come da un giornalista: “L’immigrato è il nemico che serve”; “in Italia la politica decide di cavalcare l’ondata delle menzogne”; “si scorge lo straniero solo quando disturba l’orizzonte quotidiano”; “oggi la Libia è un luogo di tortura dove si è ridotti in schiavitù e da dove i migranti che si trovano attualmente in stato di prigionia vogliono fuggire”; “agli immigrati sono riservati lavori non qualificati che gli italiani rifiutano”. Il compito di difendere i migranti, per altro, Saviano lo esplica intervistando quattro fotografi di pregio – il libro è stampato dall’editrice dell’agenzia fotografica Contrasto – e un’infermiera di Medici Senza Frontiere, la Ong che ha collaborato alla realizzazione del volume, oltre a propalare ricette politiche un tanto fuorvianti (visto che gli italiani non figliano, “per garantire l’attuale capacità produttiva del Paese – e soprattutto per garantirne il sistema previdenziale – è necessario che nei prossimi anni arrivino 1,6 milioni di migranti”).

Adornato da fotografie potenti, crude, a volte epiche, il libro è un ottimo regalo per metterci il cuore in pace, insomma. Per informarvi, meglio fare una scampagnata web sul sito del Consiglio Italiano per i Rifugiati, ad esempio (qui: www.cir-onlus.org). Il punto è che da uno come Saviano, che, piaccia o non piaccia – e a me non piace, affari miei – è uno scrittore di spicco, con letture solide (ricordo quando sventolava in tivù Varlam Salamov: perché non prendere i lividi e perfetti Racconti della Kolyma a modello?), non mi attendo il metro quadro del ‘compitino’, un ardore da pettegola che bisbiglia.

L’unica questione rimbombante del libro è proprio questa: come si racconta l’indicibile della morte, della tragedia, dell’esilio da tutto? Non come fa Saviano, oratore di zucchero filato. Vorrei lo sregolato e il devastante per dire il sopruso, la violenza, la ferocia del deserto e l’azzurra crudeltà del mare, e la tratta e gli sfiancati, e la fame, l’arsura, il corpo-pasto per tutti, pesci mediterranei e squali politicanti. Gli esempi, per altro, ci sono. Gabriele Del Grande – che si occupa di naufragi nel Mediterraneo dal 2006, prima che diventasse scannatoio partitico –con Dawla ha tentato il romanzo-saggio sullo Stato islamico con supporto di fonti e gloria di scrittura. D’altro verso Curzia Ferrari, ne I giorni di Jacques (appena edito da Ares), è riuscita a entrare nella psiche stigmatizzata da inquietudini di Jacques Fesch, l’assassino, ghigliottinato nel 1957, su cui è in atto una causa di beatificazione. Anche in quel caso, la massa di fonti è utile a perfezionare la narrazione, senza cedimenti all’agiografia. Altrimenti, resta il modello di William T. Vollmann, la sua esorbitante violenza narrativa che ti mette con le spalle al muro, che ti sega le gambe. Il rischio, dopo aver sfogliato l’album In mare non esistono taxi, con le didascalie di uno famoso, è che non cambi nulla oltre la nostra indignazione stagionata in copertina rigida, immagini sgargianti, sentimenti oleografici. Ci resta una compassata compassione in corpo. Di fronte a una tragedia che tramortisce, di fronte all’uomo umiliato e all’umiliatore, ci vorrebbe una grande scrittura, un grande scrittore. Abbiamo Saviano. Non basta.

Roberto Saviano, In mare non esistono taxi, Contrasto 2019, pp.176, euro 21,90

Per raccontare il morto – cioè, per salvarlo dalla morte che tutto indifferentemente mastica – bisogna avere disciplina cardiaca nell’edificare una storia, far sfarfallare il mito

La carota. Provo a estrarre succo di carota dal pietrificante libro di Roberto Saviano. In fondo, è una riflessione su come lo scrittore dovrebbe raccontare la realtà, sul valore d’ustione della parola impegno, o meglio, compito. Il libro di Saviano ammette – nonostante le intenzioni – che lo scrittore è incapace a testimoniare il proprio tempo. Lo fa meglio un giornalista. Lo fa meglio un fotografo. Quando ad Anna Achmatova chiesero di testimoniare l’angoscia delle madri che mendicavano notizie dei figli presso la ‘Kresty’, la terribile prigione di Leningrado, lei disse “posso” e scrisse un poema, Requiem, di turbata grandezza (“ho appreso…/ come dure pagine di scrittura cuneiforme/ il dolore tracci sulle guance”). Un poema che passa di labbro in labbro. Non un reportage. L’impegno di uno scrittore è testimoniare il proprio tempo con un’opera senza tempo, imperitura.

Per dire non solo la tragedia dei migranti, ma soprattutto la tragedia dell’uomo cannibale a se stesso, ad esempio, l’austriaco Franzobel ha scritto un libro liturgico e onnipossente, La zattera della Medusa, che narra con folgore linguistica il delirio della nave resa leggenda dal quadro di Delacroix, affondata nel luglio del 1816. Scrittore voluttuosamente ‘politico’, Franzobel narra la dissoluzione della comunità, in cui vige, vince la barbarie del più forte, del più furbo. Allo stesso modo – su quinta epica e con una lingua di verdeggiante bellezza, vegetale, che mescola gli orizzonti di Robert Louis Stevenson alle galassie di George Lucas – Gianluca Barbera, con Marco Polo, non va virtuosamente fuori tempo né fuori tema. Attraverso lo specchio di una vicenda spaiata in un altrove della cronaca, una carovana del dilettare e dello spaesare, in effetti, Barbera, che ha formazione filosofica e mente cinicamente sillogistica, pone qualche questione capitale. Primo: il rapporto con l’altro, con l’altrove, con l’assoluto della diversità (Marco Polo si confronta con i costumi spesso truculenti dei popoli che incontra: non giudica, dice, inghiotte; il libro apre raccontando di “Ibn Battuta il Grande… il primo viaggiatore della Storia” che “non viaggiava in cerca di guadagno, ma per il gusto di viaggiare”, con sferzata borgesiana, “non parlo di un uomo esistito… ma di un uomo che esisterà. O meglio. Già esiste. Vive a Tangeri. Ma è solo un ragazzino”).

Secondo: il rapporto con il potere e con i potentati (Polo vaga per le “corti più blasonate d’Italia” raccontando dei palazzi del khan e degli stregoni tibetani, del Prete Gianni e del “principe Siddharta detto ‘Gotama’, che staccatosi dalle cose terrene, morì digiunando su un monte detto picco di Adamo, dopo essersi reincarnato ottantaquattro volte ed essere diventato bue, cane, cavallo, uccello e chissà quali altre bestie, fino a essersi fatto dio”, col talento dell’incantatore, di chi incunea enigmi). Terzo: il legame dissoluto tra verità e finzione, la coincidenza – o la dissolvenza – del fatto nel racconto. Che cos’è, in effetti, la ‘verità i fatti’ se non la singola interpretazione dei medesimi? Senza questo ragionamento che non nega il dispari e il sinistro (“il nostro non fu solo un viaggio per mare e per terra, fu prima di tutto il precipitare in una dimensione più profonda dell’anima, fatta di ombre e oscure presenze”, dice il Marco Polo di Barbera, di fatto, l’autobiografia camuffata dell’autore), ogni resoconto è un romanzo a ‘tesi’, teso a dimostrare le mie singole esigenze etiche, oppure è farfugliamento pre-elettorale. Cioè, menzogna. Che un uomo muoia non è una interpretazione, è una odorosa verità.

Per raccontare il morto – cioè, per salvarlo dalla morte che tutto indifferentemente mastica – bisogna avere disciplina cardiaca nell’edificare una storia, far sfarfallare il mito. Così, per paradosso, un romanzo come Marco Polo, nato a drogare gli sguardi dall’apparente, è un gesto ben più ‘politico’ dell’ennesima ramanzina in forma di libro. Assegna una avventura alle ossa, non nega il rebus, ci rende ribelli al banale. Apri gli occhi, e dopo il viaggio meridiano sai cos’è l’uomo e la sua tribolazione, spalanchi la mano come una mappa, ti dai, con un rigore imprevisto. Perché questo non è un romanzo, è una cosa che corre.

Gianluca Barbera, Marco Polo, Castelvecchi 2019, pp.178, euro 17,50

Franzobel, La zattera della Medusa, pp.544, euro 25,00

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