stelle cadenti
18 Giugno Giu 2019 0600 18 giugno 2019

La crisi di Morgan è la morte dell’indie

Se non trova 200 mila euro in sette giorni Morgan verrà sbattuto fuori di casa. L'ex giudice di X Factor e The Voice è stato lasciato completamente da solo. Gli anni Novanta sono finiti una volta per tutti: ognuno si salva (se riesce) da solo

Morgan Linkiesta
Dalla pagina Facebook di Morgan

C’è stato un periodo in cui Marco Castaldi in arte Morgan si sarebbe potuto permettere pressoché qualsiasi cosa e l’avrebbe fatta franca. Erano gli anni Novanta e per una sorta di congiunzione astrale probabilmente irripetibile, la scena alternativa italiana stava iniziando a contare qualcosa. Attenzione: non cedendo anima e corpo ai dettami del mainstream come sta capitando adesso — con il successo di artisti che fanno sostanzialmente pop decisamente commerciale e facile-da-ascoltare e lo spacciano per rivincita degli indie semplicemente perché, a differenza di altri, hanno suonato qualche mese nei locali di provincia davanti a venti persone spacciandola per gavetta — ma con una proposta autenticamente diversa e capace di passare su network commerciali come Mtv e far presa sugli ascoltatori giovani dando loro l’idea che qualcosa stava succedendo. Se Manuel Agnelli è diventato Manuel Agnelli, lo deve anche al fatto che dischi degli Afterhours come Hai Paura del Buio? e Non è per sempre vendevano decine di migliaia di copie. Ad un certo punto i discorsi attorno all’esponenziale percorso di crescita dei Subsonica vertevano sul fatto o meno di provare l’attacco agli stadi dopo aver riempito palazzetti in tutto il paese. E poi i Marlene Kuntz, i Verdena che piazzavano in classifica un pezzo come Valvonauta, gli Üstmamò, gli Scisma, oltre ovviamente ai capofila C.S.I. che con dischi come Linea Gotica e Tabula Rasa Elettrificata riuscivano ad arrivare un po’ ovunque. Una vera e autentica “golden age” fatta di tanto lavoro, tanto sudore, tanti concerti e tanta, tantissima musica. Ma anche un senso di comunità, l’idea di far parte di un circuito più ampio, la sensazione di stare in qualche modo tutti dalla stessa parte a cercare di cambiare le cose.

Tra di loro c’erano ovviamente i Bluvertigo. Che in tv ci passavano forse più di tutti gli altri. Che dei singoli erano riusciti a piazzarli pure nelle pubblicità. Che facevano arrivare ai più giovani il glam, il synth-pop, l’elettronica inglese e la canzone d’autore italiana più ricercata. Ascoltare oggi Metallo non Metallo (1997) è ancora un’esperienza spiazzante e appagante. Pop ambizioso, alternativo, che non si compiaceva nella sua dimensione residuale ma, anzi, tentava di attaccare la diligenza grossa del mainstream imponendo i propri codici e i propri stilemi. Il leader di quella band, Morgan, si era ritagliato il posto da personaggio sopra le righe e geniale, un artista a tutto tondo, che faceva della sua vita un’opera d’arte e che, mannaggia!, sapeva scrivere grandissime canzoni (la cui summa si trova nel bellissimo disco solista Canzoni dell’appartamento del 2003). E poi il capolavoro artistico definitivo: il matrimonio con Asia Argento. I due dannati per eccellenza della scena culturale italiana finalmente insieme. Era perfetto. Finirà molto male. Malissimo. Tribunali. Mancati alimenti (non solo da parte di Asia, ma anche per l’altra ex moglie, Jessica Mazzoli, per i tre figli). Cronica mancanza di soldi dovuti a cattivi investimenti e cattivi consigli.

Il quadro più ampio della tragedia personale di Morgan ci parla della sconfitta di un’idea. Quell’idea alternativa di potenza e possibilità che si riduce a piatire apparizioni televisive, aderire completamente ai canoni del peggior mainstream possibile, quello del reality

Oggi che Morgan dichiara a mezzo stampa di avere solo sette giorni per recuperare 200 mila euro per non farsi sbattere fuori da una casa già pignorata scoperchia un vaso di Pandora in cui il problema dei soldi e la tragica fine di un personaggio che è passato letteralmente da potersi permettere praticamente tutto a non poter fare più niente sono solo una parte del problema. Il quadro più ampio della tragedia personale di Morgan ci parla della sconfitta di un’idea. Quell’idea alternativa di potenza e possibilità che si riduce a piatire apparizioni televisive, aderire completamente ai canoni del peggior mainstream possibile, quello del reality, che ha trasformato il geniale entertainer che negli anni Novanta faceva conoscere Battiato e i Depeche Mode alla generazione che aveva appena cambiato canale dopo Holly & Benji in un saltimbanco da palcoscenico buono solo a riempire la “quota freak” accettabile da un dispositivo reazionario, appiattente e che assorbe a sé tutto. E ci parla anche dello sfaldamento di quella comunità: nessuno dei suoi ex colleghi e amici ha espresso solidarietà in pubblico (uno si aspetta qualcuno dei nomi storici dell’indie italiano, si ritrova la sola Simona Ventura). È possibile che qualcuno lo abbia fatto in privato, ma nessuno si è preso la briga di mettersi accanto al fool di corte ormai diseredato, on the hill, mandato via dopo aver accarezzato il potere, da cui è stato rigettato e che lui stesso non ha fatto niente per controllare o attutire.

Chiunque si sia fatto le ossa suonando qui e là in giro per i più sperduti buchi del paese, sa benissimo che non esiste conforto maggiore del sapere che si fa comunque parte di qualcosa di più ampio e che c’è questa idea che spinge a fare qualsiasi cosa a prescindere dalla inevitabile perdita economica e la mancanza di senso del gioco più rischioso e snervante del mondo (premessa: per tutto questo non bisogna essere nostalgici, ma considerare la musica una cosa seria, quindi si tratta di un argomento letteralmente svanito dal dibattito pubblico, spiace). Vedere le foto del flash mob organizzato da Morgan e popolato da quattro gatti spiega più di molti retroscena scandalistici e articoli sulla pazzia, la follia, la droga e gli eccessi personali di questo o quel personaggio che avrebbe o non avrebbe rovinato tutto. Non esiste più la generazione, ognuno ora si salva da solo. E non c’è redenzione possibile per chi è stato costretto da un gioco più grande di lui a diventare la caricatura di se stesso, prestarsi a qualsiasi cosa per sopravvivere e al tempo stesso morire lentamente ogni giorno un po' di più. Per dirla con le parole di un altro che ha provato l’ebbrezza di quel successo dentro il contenitore del reality: non c’è torto o ragione / è il naturale processo di eliminazione.

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