miti infranti
18 Giugno Giu 2019 0601 18 giugno 2019

Addio Totti, addio Roma: il Capitano che se ne va è il simbolo della Capitale che muore

Con Francesco Totti che se ne va, il progetto dello stadio che arranca, la disperazione dei tifosi (e anche con la gestione de-romanizzata della Roma) abbiamo la chiusura di un ciclo, non solo calcistico. Il simbolo di una città che annaspa

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Magari altrove si starà parlando di deficit, di elezioni, di scontro con l’Europa, ma a Roma si parla esclusivamente delle dimissioni di Francesco Totti dalla Roma: un evento che solo chi non conosce la città può ridurre ad argomento da cronache sportive.

La Roma (calcio) era in fondo l’ultimo progetto che restava alla Roma (Capitale), l’estremo appiglio da offrire al crescente disagio del romano medio davanti alla progressiva estinzione di ogni aspirazione cittadina oltre lo sfalcio degli spartitraffico e la raccolta della spazzatura. C’era questo presidente americano, c’era questo stadio progettato per evocare il Colosseo, i due grattacieli, il raddoppio della via del Mare, un ponte nuovo, la Roma-Ostia trasformata finalmente in treno veloce, e ancora due anni fa si immaginava lavoro, cantieri, soldi, e ovviamente la squadra cittadina sugli scudi.

Come la Juventus col suo Allianz. Anzi pure meglio, finalmente di nuovo Caput Mundi anziché robetta da metà classifica. Il progetto è stato sfogliato come un carciofo prima dalle scelte del governo grillino, poi dagli scandali e dagli arresti, dal pessimo andamento della squadra, dai giocatori venduti, dai veleni sul suo ultimo allenatore e sul suo ultimo capitano. Ora l’addio di Totti sembra a tutti l’amen che chiude la funzione. Andate in pace, finisce qui.

Il calcio è la terza industria italiana per investimenti e tra le prime dieci per fatturato: nella Capitale – dove di industriale c’è assai poco – è probabilmente la prima

Nel testo sacro per ogni tifoso alfabetizzato, Febbre a 90°, il protagonista è persuaso che il suo destino personale, quello dei suoi amici, del suo lavoro, dell’intera città, si sovrapponga allo stato di salute della sua squadra – l’Arsenal – con l’irrazionale convinzione che i momenti neri del team segnino l’inevitabile depressione di tutto il resto. A Roma magari non siamo a questo punto, ma certo l’addio di uno degli ultimi simboli positivi cittadini non invita all’ottimismo. Il calcio è la terza industria italiana per investimenti e tra le prime dieci per fatturato: nella Capitale – dove di industriale c’è assai poco – è probabilmente la prima. Intorno ai progetti della AS Roma ruota l’intera vicenda Tor di Valle, che non è solo circenses– stadio di proprietà, ristoranti, pub – ma soprattutto panem, visto il complesso di investimenti edilizi e di adempimenti infrastrutturali che si porta dietro.
Già ieri il caso Totti aveva rianimato le critiche al piano di James Pallotta
: figuriamoci oggi che l’americano è diventato nemico pubblico della città e una stretta di mano con lui ammazzerebbe il consenso di chiunque.

Esagerato? Forse. Ma la perdita del titolo in Borsa (2,6 per cento di primo acchitto) dice che anche gli investitori sono spaventati dall’ammainabandiera del Capitano e dal suo racconto pubblico: una società lontana e inconsapevole, che si libera dei suoi simboli senza conoscerne il valore e calcolarne le ricadute. Persino i laziali sembrano irritati. Su Facebook ripubblicano in segno di omaggio il vecchio striscione di due anni fa all’Olimpico, esibito per l’ultima partita del Capitano: “I nemici di una vita salutano Francesco”. E figuratevi il pubblico di Marione, l’implacabile capofila delle radio anti-Pallotta, che si è inventato persino il counter del “tempo senza vittorie dall’acquisto della As Roma da parte degli americani”: al momento di scrivere sono 2985 giorni, 16 ore, 26 minuti e 55 secondi.

Peraltro, il progetto di una AS Roma de-romanizzata perseguito a Trigoria fino alle estreme conseguenze è in sintonia con un’opinione assai diffusa ovunque: l’idea, cioè, che per salvare Roma bisogna gettare sale sul suo modo d’essere

Peraltro, il progetto di una AS Roma de-romanizzata perseguito a Trigoria fino alle estreme conseguenze è in sintonia con un’opinione assai diffusa ovunque: l’idea, cioè, che per salvare Roma bisogna gettare sale sul suo modo d’essere, annientarne il Genius Loci, convincerla – per dire – che è meglio andare a prendere il sole su una finta spiaggia lungo il Tevere, come a Parigi o Berlino, anziché incolonnarsi verso Ostia sulla Colombo.

O che al posto dei pini si possono piantare cipressi. O che si può illuminare il centro storico con i led come a Los Angeles. Molti dei guai che vive la città sono figli del rifiuto di considerare la specificità romana e della convinzione di poter gestire Roma “come una città qualsiasi” . Solo che qui di “qualsiasi” non c’è niente. Nemmeno il calcio, soprattutto il calcio, dove può capitare quel che è successo ieri e che altrove non si era mai visto: un ex-campione iconico che, anziché accettare il ruolo di bandiera, prendersi i soldi, divertirsi in giro con le partitelle strapagate, se ne va sbattendo la porta in conferenza stampa.

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