Giornata del rifugiato
20 Giugno Giu 2019 0600 20 giugno 2019

Più morti in mare e più rifugiati: ecco perché la politica dei porti chiusi non serve a niente

Secondo i numeri riportati dal rapporto Global Trend dell’Agenzia delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), nel 2018 sono state 70,8 milioni le persone costrette a scappare dalla guerra: 2,3 milioni in più. E nel Mediterraneo, senza soccorsi, aumentano i morti

Refugees Linkiesta
(ELVIS BARUKCIC / AFP)

Un nuovo record di rifugiati nel mondo, per il sesto anno di fila. Secondo i numeri riportati dal rapporto Global Trend dell’Agenzia delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), nel 2018 sono state 70,8 milioni le persone costrette a scappare da guerre, violenze e persecuzioni: 2,3 milioni di persone in più rispetto all’anno prima. E la metà sono bambini. Ma solo 92.400 di loro hanno potuto usufruire di una via legale per spostarsi, meno del 7% di quelli che sono in attesa. Il resto, si è affidato ai trafficanti. «L’aumento degli sfollati e rifugiati nel mondo è la dimostrazione che le politiche demagogiche che si sviluppano intorno alle tematiche migratorie non sono per nulla efficaci», ha spiegato Carlotta Sami, portavoce italiana dell’Unhcr. «Né la riduzione degli arrivi via mare in Italia di quasi il 90% può essere considerata un successo, se non si trova una soluzione alla causa delle partenze». Dall’Alto Commissariato arriva un appello: «È necessario che venga ristabilito un meccanismo di soccorso nel Mediterraneo. Perché il tasso di mortalità è molto aumentato, da uno ogni 29 migranti arrivati del 2017 a uno ogni sei del 2018».

Su 70,8 milioni di persone in fuga nel 2018, 25,9 sono i rifugiati (500mila in più del 2017), 41,3 sfollati interni, 3,5 milioni i richiedenti asilo. E la cifra è stimata per difetto, considerato che la crisi in Venezuela è solo in parte compresa in questa cifra. In tutto, 4 milioni di venezuelani hanno lasciato il proprio Paese, ma solo mezzo milione di loro ha presentato domanda d’asilo. Tra loro potrebbero esserci anche molti italiani, considerato che in Venezuela ce ne sono almeno 130mila.

A conti fatti, secondi i dati del Global Trend, nel 2018 13,6 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa per la prima volta, vale a dire 37mila persone ogni giorno. Più dei due terzi vengono da Siria, Afganistan, Sud Sudan, Myanmar e Somalia. E nell’80% dei casi (4 su 5) i Paesi ospitanti sono quelli confinanti con i Paesi d’origine.

«Il desiderio rifugiato è quello di poter tornare a casa non appena le condizioni lo permettono», spiega Yagoub Kibeida, rifugiato politico, rappresentante Ecre per il Mediterraneo. Per il quinto anno di fila è la Turchia a ospitare il maggior numero di rifugiati (3,7 milioni), seguita da Pakistan, Uganda, Sudan e Germania. È il Libano, però, a ospitare il più alto numero di rifugiati rispetto alla propria popolazione nazionale: un abitante del Libano su sei è un rifugiato. In Italia, invece, vengono ospitati 130mila rifugiati. E nel 2018 le nuove domande d’asilo si sono più che dimezzate a quota 48.900, portando l’Italia al decimo posto tra i Paesi di destinazione.

I Paesi che accolgono di più sono quelli che avrebbero bisogno di aiuto. Quelli che accolgono di meno sono invece quelli che dovrebbero dare contributo maggiore per trovare soluzioni

Carlotta Sami, portavoce italiana Unhcr

I Paesi ad accogliere di più non sono quelli ad alto reddito, ma quelli a reddito medio-basso: si trovano 5,8 rifugiati ogni mille abitanti nelle zone più povere del mondo e solo 2,7 ogni mille in quelle più ricche. Tra i Paesi ad alto reddito presenti nei primi dieci ospitanti, ci sono solo Svezia e Malta. L’Italia accoglie solo tre rifugiati ogni mille abitanti. «I Paesi che accolgono di più sono quelli che avrebbero bisogno di aiuto», ha spiegato Carlotta Sami. «Quelli che accolgono di meno sono invece quelli che dovrebbero dare contributo maggiore per trovare soluzioni».

«Quella a cui stiamo assistendo oggi è la più grande emergenza di sfollati dalla Seconda guerra mondiale», ha detto Roland Schilling, rappresentante regionale Unhcr per il Sud Europa. Le soluzioni, al di là dello slogan dei porti chiusi e l’accordo con la Libia ancora in corso, non si vedono. «Dalla Libia all’Italia, in un anno e mezzo abbiamo effettuato 700 evacuazioni umanitarie dirette», ha ricordato Luigi Maria Vignali, direttore generale per le politiche mingartorie del ministero degli Esteri. Numeri che, evidentemente non bastano. «Servono corridoi europei».

Quella a cui stiamo assistendo oggi è la più grande emergenza di sfollati dalla Seconda guerra mondiale

Roland Schilling

Così come non sono sufficienti le cifre dei corridoi umanitari gestiti dalla Cei. Nel 2017, con questo strumento, sono arrivate 500 persone da Eritrea e Somalia. «Non può essere la soluzione o l’unico strumento per far entrare persone in maniera sicura», ha detto Caterina Boca, dell’ufficio politiche migratorie e protezione internazionale della Caritas. «Il governo deve individuare politiche di governance delle migrazioni. Il terzo settore non può essere caricato di assistere a proprioe spese e sulle proprie spalle l’accoglienza che deve essere prerogativa del governo».

Bocciato anche il decreto sicurezza bis approvato dal governo. L’Unhcr «ha espresso una posizione molto precisa. La parte che concerne i salvataggi nel Mediterraneo da parte di soggetti privati ci preoccupa molto. Riteniamo che l'aumento del tasso di mortalità nel Mediterraneo sia direttamente dovuto all’assenza di un dispositivo strutturato di ricerca e salvataggio. Ribadiamo che la Libia non è un Paese sicuro, e chiediamo di eliminare gli ostacoli alle organizzazioni che svolgono soccorso nel Mediterraneo. I trafficanti così continuano ad agire indisturbati e per i migranti il rischio di morire è altissimo».

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