Nascite zero
21 Giugno Giu 2019 0601 21 giugno 2019

Recessione demografica: l’Italia sta diventando un Paese fantasma (e la colpa è tutta della politica)

Il rapporto annuale dell’Istat battezza la nuova fase “recessione demografica”: in breve, non facciamo più figli. E pur con tutti gli interventi legislativi fatti, sono mancati quelli che servivano davvero: incentivi all’occupazione femminile e investimenti per le donne lavoratrici

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Altro che sostituzione etnica. Nemmeno gli stranieri fanno più figli: il rapporto annuale dell’Istat battezza la nuova fase “recessione demografica”, dedicandogli un lungo e preoccupato capitolo. A differenza della crisi economica questo tipo di arretramento non svuota ancora le nostre tasche ma lo farà a breve: quando non ci sarà più abbastanza gente per pagare le nostre pensioni ma anche per comprare le case che mettiamo in vendita, le merci che distribuiamo, le verdure e la frutta che coltiviamo, i servizi che offriamo. Quando i 140mila bambini “persi” quest’anno rispetto ad appena dieci anni fa – un quinto del totale dei nati – non si iscriveranno a scuola, non vorranno il motorino, non compreranno abiti o libri.

Fa rabbia questa recessione demografica perché è un problema arcinoto, denunciato da tutti da moltissimo tempo, oggetto di ripetuti interventi legislativi in tutte le direzioni tranne quella che ha funzionato nel resto d’Europa: seri incentivi all’occupazione femminile e investimenti nei servizi per le donne lavoratrici. Dal 2015 a oggi abbiamo avuto il Bonus Bebè, il premio alla nascita, il premio all’adozione, il buono per le rette dell’asilo nido, il buono per l’assistenza ai figli con patologie croniche, la Carta Famiglia e di recente persino l’offerta di terre (incolte) a quelli/e che arrivavano fino al terzo figlio. Nulla ha cambiato di una virgola le cose. La curva demografica ha proseguito nel suo precipizio. E tuttavia la politica – di sinistra, di destra o di centro – ha continuato ostinatamente a perseguire la via delle regalie occasionali rifiutandosi di ammettere quel che altrove hanno capito da un pezzo: i figli li fanno le donne e nessuna donna è incline a fare un figlio senza uno straccio di sicurezza lavorativa, senza un minimo di certezza di potersi pagare le bollette anche da sola.

Il 45 per cento delle donne tra i 18 anni e i 45 non ha mai avuto un figlio, ma solo il 5 per cento dichiara di non volerne perché “non rientrano nel suo progetto di vita”

Ma c’è di peggio. Lo spirito del tempo, da noi, sembra addirittura rovesciare la connessione tra reddito femminile e natalità. Da anni serpeggia l’idea che la realizzazione del desiderio di maternità sia collegata all’affermazione di schemi famigliari antichi – la donna a casa, l’uomo in ufficio – e che una visione, per così dire, “tradizionale” delle relazioni possa riportarci le belle famiglie di una volta, quelle con tre o più figli, uccise dal progresso. Il recupero di questo modello, in realtà, è già largamente realizzato grazie alla crisi - metà delle italiane non lavora, al Sud il 70 per cento – e se questi alfieri dell’antimoderno avessero ragione le case dovrebbero essere piene di bambini. Chissà se gli è mai capitato di ragionarci sopra e chiedersi: e se avessimo sbagliato tutto?

I nuovi dati Istat sono assai taglienti. Il 45 per cento delle donne tra i 18 anni e i 45 non ha mai avuto un figlio, ma solo il 5 per cento dichiara di non volerne perché “non rientrano nel suo progetto di vita”. Il desiderio insomma c’è, manca la possibilità, forse il coraggio. D’altra parte come pensare a un bambino quando più della metà dei 20-35enni, cinque milioni e mezzo di persone, vive ancora in casa coi genitori, nubile o celibe che sia? Pure gli immigrati hanno tirato i remi in barca visto che per la prima volta dopo molto tempo i figli di stranieri sono scesi sotto quota 100mila. Molti ne saranno soddisfatti: Italia agli italiani, eccetera. E tuttavia sappiamo bene che tanti posti di lavoro – a cominciare da quelli nella scuola - esistono ancora, non sono stati tagliati, proprio per quei ragazzini di seconda generazione. Brindare al loro declino non pare molto furbo.

Oltre i numeri e i ragionamenti di carattere economico dovrebbe comunque atterrirci la prospettiva di un Paese vuoto, popolato solo da vecchi. Già oggi lungo tutto l’Appennino, nelle aree interne del Sud, nelle Isole, si moltiplicano i paesi fantasma, posti con poche decine di abitanti dove non c’è più niente, né ufficio postale, né banca, talvolta nemmeno un bar, e se l’idea di rianimarli è utopistica dovremmo coltivare almeno quella di fermare la desertificazione prima che si prenda pure centri più grossi. Provarci, almeno. Copiando un po’ dall’Europa invece di fare di testa nostra con irriducibile ostinazione e ammettendo che le loro ricette hanno funzionato, le nostre no.

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