Politica
24 Giugno Giu 2019 0601 24 giugno 2019

Gialloverdi, fermatevi: il braccio di ferro con l’Europa è un suicidio che non vi serve

Con l’Europa potremmo pure superare il braccio di ferro e sfangarla all’italiana. Ma il consenso dell’attuale governo non prevede tempi morti. E così la richiesta di manovra anticipata di Salvini rischia di mandare tutto all’aria

Matteo Salvini_Linkiesta
Miguel MEDINA / AFP

Se un pregio hanno avuto i populismi e i sovranismi è senz’altro quello di essere sempre stati chiari, comprensibili anche al normotipo di un bambino di 12 anni che, secondo un’indimenticata battuta di Berlusconi, rappresenta il pubblico medio della politica e della tv italiana. Ma adesso no, adesso quella specialità sembra persa nelle nebbie di un braccio di ferro con l’Europa che risulta assolutamente incomprensibile ai più. A guardare i fatti, tutto potrebbe persino filare liscio. Giovanni Tria ha trovato un tesoretto dimenticato, tre miliardi avanzati da Reddito di Cittadinanza e Quota Cento più altri due miliardi racimolati in giro. L’Unione ha altre gatte da pelare (nomine) e con un po’ di abilità potrebbe essere ammansita. È vero, i dati economici macroeconomici sono pessimi, gli accordi non sono stati rispettati, ma è successo altre volte e l’abbiamo sempre sfangata all’italiana, giustificando i nostri sforamenti con gli eventi straordinari più disparati - il terremoto, i flussi migratori, la necessità di investire nell’anti-terrorismo, le riforme strutturali, gli investimenti – per un totale calcolato dal Centro Studi di Confindustria di 29,7 miliardi di flessibilità in poco più tre anni.

Tuttavia sembra che la pace non si addica al governo gialloverde, e nemmeno la tregua, e così invece di un tentativo di appeasement ecco i fulmini della proposta salviniana di una manovra anticipata, estiva, fatta tutta a debito, che aumenti di 10 o 15 miliardi le uscite per ridurre le aliquote fiscali di imprese e famiglie (la cosiddetta Flat Tax), “altrimenti saluto e me ne vado”. E dall’altra parte, quasi di concerto, ecco le folgori del redivivo Alessandro Di Battista contro la Lega, che tutti leggono anche come un attacco a Luigi Di Maio, il quale replica provocando una scontata contro-replica. Insomma, una zuffa nella quale il nostro dodicenne capisce una cosa sola: la maggioranza resta numericamente fortissima – Lega e Cinque Stelle, insieme, sono al 54 per cento nei sondaggi – ma politicamente è vicina al capolinea.

Il fatto è che il tipo di consenso abbracciato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio non prevede tempi morti, ordinaria amministrazione, tranquillità

Il fatto è che il tipo di consenso abbracciato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio non prevede tempi morti, ordinaria amministrazione, tranquillità. Si nutre di emergenze e di eccezionalismo, esattamente come il suo unico gemello europeo, il blocco inglese della Brexit che dal referendum del 2016 strapazza la politica britannica macinando classi dirigenti, intese, leadership, mai contento di nulla, mai pago di quel che ottiene, innamorato del conflitto permanente e convinto che il caos sia una scala sulla quale arrampicarsi, la strada migliore per la conquista di un potere duraturo.

L’Italia, tuttavia, ha tradizioni diverse e almeno uno dei protagonisti della nostra scena – la Lega – interpreta interessi e desideri che non sono solo quelli dei famosi perdenti della globalizzazione, delle periferie depresse, della provincia profonda, ma ruotano intorno all’impresa del Nord ed ai suoi affari, un mondo generalmente poco interessato alle avventure e alla lotta continua. È senz’altro possibile che accompagnino Salvini nella scommessa contro l’Europa e magari in un’ennesima campagna elettorale al calor bianco, fondata sul vittimismo antieuropeo – ci tartassano! Ci umiliano! Bloccano il nostro sviluppo! - con la suggestione di vederlo incoronato premier senza più mediazioni e quindi padrone assoluto delle partite che stanno loro a cuore. Ma il rischio del disincanto è alto. Dall’estate 2016, quando si incardinò il referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi, fino a questo luglio 2019 fanno mille giorni di incertezza, risse interne ed esterne, governi pericolanti e maggioranze instabili in rapida successione, elezioni una via l’altra, tutte drammatizzate come ultima spiaggia dei partiti, delle coalizioni, degli esecutivi. Magari l’elettorato potrebbe aver voglia di un po’ di tregua. Magari anche il bambino di dodici anni che è in noi potrebbe essersi stancato di azzuffarsi e vorrebbe farsi un riposino senza la paura che il mondo gli crolli addosso.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook