I furbetti del bilancino
27 Giugno Giu 2019 0601 27 giugno 2019

Perdete ogni speranza, gialloverdi: nessun trucco di bilancio ci salverà dalla procedura d’infrazione

Per evitare la procedura di infrazione, il governo deve fare tagli strutturali. Punto. Il governo ci sta provando con mille escamotage, per evitarlo. Dalle finte privatizzazioni all’oro di Banca d’Italia su cui mettere le mani, i magheggi non servono a nulla

Giovanni_Tria_Linkiesta
EMMANUEL DUNAND / AFP

Non ci siamo. Bruxelles l’ha detto ancora una volta. Mancano almeno due miliardi per tappare il buco di nove miliardi nei conti del 2018 e 2019, anni in cui l’Italia ha continuato ad aumentare il debito pubblico in rapporto al prodotto lordo: nel 2018 il debito è stato pari al 132,2%, rispetto al 131,4% del 2017, nel 2019 si attesterà al 133,7% e nel 2020 raggiungerà il 135,2% . La Commissione ha concesso una proroga di un’altra settimana, però la procedura d’infrazione per debito che di fatto commissiarierà l’Italia per cinque anni, resta dietro la porta. La decisione toccherà alla riunione del ministri delle Finanze europei indetta per il 9 luglio, ma di fronte a un netto via libera della Commissione, sarà impossibile non passare sotto le forche caudine. Anche perché il governo italiano deve offrire serie garanzie di misure serie, credibili e non una tantum per evitare l’aumento dell’Iva l’anno prossimo. Si tratta come ormai è arcinoto di circa 23 miliardi di euro.

Che cosa ha messo sul piatto finora il ministro Tria? Minori spese per quota 100 e il reddito di cittadinanza, il dividendo della Cassa depositi e prestiti pari a circa un miliardo e parte dell’assegno che la Banca d’Italia ha versato al Tesoro, pari a 5,7 miliardi, più dei 3,9 miliardi versati l’anno precedente. Più il contenzioso con Gucci che pagherà al fisco un miliardo e 250 milioni per imposte non pagate sulle attività italiane. Si tratta di poste straordinarie che non corrispondono alla vera richiesta di Bruxelles, cioè una riduzione del deficit strutturale, cioè al netto degli interventi una tantum e delle variazioni del ciclo economico. Il governo si era impegnato per un taglio dello 0,3% che non è stato realizzato. Se mettiamo insieme 2018 e 2019, si arriva a uno scarto dello 0,7%, pari a 12 miliardi. La Commissione non chiede di tappare il buco integralmente, ma non si accontenta di finanza creativa. Invece è esattamente quel che il governo sta cercando di fare.

L’altro consistente intervento straordinario fa brillare gli occhi a Claudio Borghi e a molti grillini, perché si tratta dell’oro di Banca d’Italia. Sono duemila 451 tonnellate il cui valore supera i 90 miliardi di euro

L’elenco degli escamotage è davvero impressionante per quantità e qualità, e coinvolge alcune delle più importanti tecnostrutture dello Stato, utilizzate come mucche da mungere. Si è già visto con i dividendi della Cdp e della Banca d’Italia, ma non basta. Per quel che riguarda la Cassa depositi e prestiti, il progetto è legato alle finte privatizzazioni. Di che si tratta? Il Tesoro potrebbe vendere le quote delle aziende pubbliche che ha in portafoglio, si tratta di un ampio pacchetto di partecipazioni di società quotate che, però, non verrebbero collocate sul mercato incassando così denaro fresco, ma girate alla Cassa depositi e prestiti, la quale già detiene il 25,76% dell’Eni e il 35% delle Poste. Il pacchetto più consistente in termini di valore è quello dell’Enel (il 23%) seguito da Leonardo (30%). Il Monte dei Paschi di Siena del quale il Tesoro possiede il 68% è incedibile nelle condizioni attuali (la Cdp non può entrare in aziende in perdita). Poi ci sono le società con strumenti finanziari quotati come le Ferrovie o la Rai e una serie di non quotate (la maggiore è la STM Microlectronics della quale la Cdp detiene già il 28%). Ma non darebbero grandi frutti. Il Tesoro stima che il valore delle sue partecipazioni ammonta a 23 miliardi di euro, anche se non potrà cedere tutto, entrerebbe in cassa un buon gruzzolo il quale potrebbe servire ad abbattere il debito pubblico. Ciò avverrebbe dal prossimo anno (ammesso che l’operazione si possa concludere in tempi rapidi) quindi non serve ad evitare la procedura d’infrazione che riguarda il 2018.

L’altro consistente intervento straordinario fa brillare gli occhi a Claudio Borghi e a molti grillini, perché si tratta dell’oro di Banca d’Italia. Sono 2451 tonnellate il cui valore supera i 90 miliardi di euro. Ma davvero si potrà mettervi mano? Esiste una proposta di legge avanzata da Borghi per stabilire che le riserve diventino di proprietà dello stato: la Banca d’Italia dovrebbe continuare a tenerle nei suoi forzieri agendo “esclusivamente“ in qualità di depositario. Il presidente della Camera Roberto Fico ha chiesto il parere della Banca centrale europea secondo la quale le riserve possono essere usate a sostegno della stabilità della moneta unica. Martedì è arrivata la risposta di Mario Draghi. Il Parlamento può decidere di cedere la proprietà dell’oro allo Stato, ma la Banca d’Italia dovrà comunque gestirlo in modo attivo al contrario di quel che sostiene Borghi. Draghi sostiene che occorre togliere quell’avverbio “esclusivamente” che “potrebbe essere letto nel senso che limita (o addirittura esclude) il potere della Banca d’Italia di adottare decisioni indipendenti relativamente alla detenzione e alla gestione delle riserve ufficiali, necessarie per l’assolvimento dei propri compiti ai sensi dei Trattati”. Non solo: “La detenzione e la gestione indipendente delle riserve ufficiali in valuta estera (comprese le riserve auree) significa altresì specificamente che esse devono essere iscritte nello stato patrimoniale delle banche centrali nazionali o della BCE. Un loro trasferimento allo Stato eluderebbe il divieto di finanziamento monetario ai sensi dell’articolo 123 del Trattato, che vieta alla Banca centrale di finanziare il settore pubblico e contrasterebbe altresì con il principio d’indipendenza finanziaria ai sensi dell’articolo 130 del Trattato”.

Ancor peggiore in termini sia giuridici sia economici sarebbe l’altro esproprio, quello escogitato da Giorgia Meloni che vuole cambiare la proprietà della Banca d’Italia passandola direttamente allo Stato e non alle banche partecipanti come avviene oggi

Insomma, un esproprio per stampare più moneta. Ancor peggiore in termini sia giuridici sia economici sarebbe l’altro esproprio, quello escogitato da Giorgia Meloni che vuole cambiare la proprietà della Banca d’Italia passandola direttamente allo Stato e non alle banche partecipanti come avviene oggi. Oltre all’attacco alla indipendenza della Banca centrale, c’è una ricaduta finanziaria pesante perché “ogni quota di partecipazione della Banca d’Italia al momento posseduta da soggetti privati sarebbe acquisita dal Ministero dell’Economia e delle Finanze al valore nominale di mille lire, pari a 51,64 centesimi di euro, anziché al valore nominale di 25.000 euro specificato nello Statuto della Banca d’Italia – scrive la nota firmata da Draghi.
Di conseguenza, ciò può avere un impatto sugli enti creditizi nella misura in cui posseggano quote di partecipazione della Banca d’Italia, iscritte a bilancio per un importo pari al valore nominale attualmente indicato nello Statuto della Banca d’Italia. Pertanto, l’attuazione della proposta di legge potrebbe avere un impatto negativo sulla capitalizzazione del settore bancario italiano, aspetto che, in via di principio, merita una certa attenzione”.

Maneggi finanziari, ritorsioni politiche, impuntature ideologiche e soprattutto tanti pericolosi pasticci da parte di politici che non conoscono la realtà né, tanto meno, la macchina che pretendono di guidare. Il tutto unito da un filo conduttore: questo è il governo delle regalie, della distribuzione di reddito che non è stato ancora prodotto, di interessi privati in pubblici uffici, di una finanza allegra coperta da sproloqui nazionalisti e strafalcioni politici. Ammesso di potersi appropriare dell’oro e di piazzare a Cdp tutte le partecipazioni, il ricavato sarebbe di un centinaio di miliardi a fronte di un debito pari a 2.300 e rotti miliardi di euro. Una goccia. In ogni caso sappiamo tutti che non andrebbero affatto a ridurre il debito, bensì ad aumentare la spesa pubblica. Con queste premesse, si potrà davvero evitare la procedura d’infrazione? Tria ci sta provando in tutti i modi, ma nonostante i tanti magheggi, non è un mago. Quante divisioni ha l’attuale ministro dell’Economia?

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