Grandi ambizioni
1 Luglio Lug 2019 0600 01 luglio 2019

Accetta un consiglio, Beppe Sala: Milano non è l’Italia (e così non vincerai mai)

In un’intervista a L’Espresso il sindaco di Milano rivela di avere piani di portata nazionale: un nuovo partito moderato, per rendere l’Italia un po' più come Milano. Ma l’Italia non è Milano. E il déja vu della Milano da bere è troppo vicino per essere dimenticato

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XU Jinquan / POOL / AFP

Milano come ideologia, programma di governo, costituency politica di un’altra sinistra o anche di un centro amico della sinistra che tiri dentro i delusi della medesima, gli scontenti del grillismo, forse addirittura pezzettini di Lega. Beppe Sala ha declinato il suo progetto in una lunga intervista con l’Espresso che ha portato allo scoperto ambizioni di portata nazionale molto precise. Titolo decisamente mussoliniano: Vincere. Sottotitolo assertivo: Qui ci vuole un nuovo partito. Foto di copertina: il sindaco colto nel momento dell’esultanza per l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali 2026. Braccia alzate. Bocca aperta. Sfondo tricolore. La fanfara non si sente ma si immagina.

L’idea magari ci sta pure, se ne capisce il retroterra anche storico. Tutte le rivoluzioni italiane nascono a Milano, dalla fondazione dei Fasci di Combattimento al ventennio berlusconiano, passando per Bettino Craxi e Umberto Bossi e giù per li rami fino a Mario Monti che era di Varese ma si rifaceva palesemente al canone politico-estetico di una certa milanesità bocconiana, sobria ed efficiente. È stata milanese la nostra impresa. Milanese una fetta importante della nostra classe dirigente, dei nostri intellettuali, dei nostri opinion-leader. E tuttavia milanese l’Italia non è diventata mai: lo “spirito milanese”, se esiste, si è rivelato sempre un’idea troppo piccola, troppo fragile e troppo legata al suo genius loci per costruirci intorno qualche cosa che gli assomigliasse e avesse una portata nazionale.

Questa futuribile Cosa Milanese dovrebbe avere – par di capire – una collocazione moderata. Quindi Centro

Sala ha ragione quando dice che Milano ha fatto un salto in avanti sulle principali questioni che garantiscono il buon funzionamento di una città, “dai trasporti ai rifiuti”. Ma abbiamo la sensazione che la meritoria opera di svuotare cassonetti e tenere in funzione scale mobili – da noi romani sommamente apprezzata – non sia sufficiente per reggere un partito e un programma di valore nazionale. Salvo che, dall’alto della Madonnina, del Bosco Verticale, del successo olimpico, delle gratificazioni Expo, non si immagini il resto d’Italia come il Burundi o l’Angola.

Nel caso specifico, poi, questa futuribile Cosa Milanese dovrebbe avere – par di capire – una collocazione moderata. Quindi Centro. Quindi quel tipo di politica quintessenzialmente romana che pesca nell’indecisione, nel calcolo sulla convenienza, nel conteggio di resti e collegi. E davvero non si capisce come si convincerà questo mondo ad appassionarsi a “modelli di socialità diversa rispetto a cui l’ambiente abbia un ruolo centrale”, oppure alle conference call con il sindaco di Londra Sadiq Khan e di Los Angeles Eric Garcetti, o anche a una riforma delle tasse fondata sul sequestro delle automobili e dei beni degli insolventi (sì, è il modello che Sala vorrebbe presentare al ministro dell’Economia).

Senza sembrare presuntuosi o interferenti si vorrebbe dire: attenti agli eccessi di autostima. La vittoria per l’Olimpiade 2026 è senz’altro un trampolino che può suscitare molti tipi di ambizione e un giusto orgoglio rispetto a Roma che quella gara l’ha rifiutata prima di iniziarla, ma il déja vu della Milano da Bere è troppo recente per essere dimenticato. Anche allora – erano gli anni ’80, l’età d’oro dei guadagni di Borsa – Milano si autoelesse campione di una classe d’avanguardia, dello yuppismo più competitivo e dinamico, città degli affari, degli ascensori sociali rapidissimi, e attirò come una calamita chi subiva quel tipo di fascino. Salvo poi accorgersi che non era tutto oro quello che luccicava e che anzi una gran parte di quel racconto di modernità era solo una corsa all’oro, spesso sgangherata, con le ventiquattr’ore piene di quattrini al posto del mulo e del piccone.

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