Indipendentismi
2 Luglio Lug 2019 1300 02 luglio 2019

Catalogna, gli indipendentisti ancora fuori dall’Europarlamento: “L’Ue ci ignora”

A un mese dalle elezioni ci sono tre seggi del Parlamento europeo ancora vuoti. Sono quelli dei tre indipendentisti catalani: Puigdemont e Comin esiliati in Belgio e Jonqueras in carcere. I tre seggi sono ancora legalmente sospesi perché per essere eletti bisogna giurare sulla costituzione spagnola

Catalogna_Linkiesta
FREDERICK FLORIN / AFP

A poche ore dalle nomine del nuovo Parlamento europeo e a più di un mese dalle elezioni, alcune seggi, tre in particolare, sono ancora vuoti. Si tratta di un numero esiguo rispetto alla grandezza dell’emiciclo, ma sono vuoti che fanno rumore. Sono il seggio di Carles Puigdemont, ex presidente catalano in esilio in Belgio, Oriol Junqueras, il leader di Esquerra republicana, dal 2 novembre 2017 in carcerazione preventiva per ribellione e sedizione, e quello dell’ex Ministro della Salute Antoni Comìn, anch’egli in esilio in Belgio. Sono stati tutti e tre eletti deputati del Parlamento europeo senza però potervi prendere parte. Ed è di oggi la notizia che la Corte Europea di Giustizia ha respinto il ricorso di Puigdemont. La Catalogna, uno dei territori storicamente più prosperi della Spagna, con oltre sette milioni e mezzo di abitanti, si ritrova senza i suoi tre più importanti eurodeputati.

Facciamo un passo indietro: risale al 12 giugno, poco più di tre settimane fa, la chiusura della fase dibattimentale, davanti al Tribunale Supremo spagnolo, del processo a dodici leader indipendentisti catalani, nove dei quali in carcere. Con la formula di rito visto para sentencia (pronto per la sentenza) e un verdetto previsto in autunno, i pubblici ministeri hanno confermato le pesanti accuse, tra cui quella di “ribellione” e sedizione per i fatti accaduti in Catalogna alla fine del 2017, culminati con la dichiarazione unilaterale di indipendenza, che prevederebbero fino a 25 anni di reclusione. L’asse Madrd-Barcellona-Bruxelles non sembra aver trovato una soluzione e la questione è sempre più intricata. Per assumere la carica di parlamentare europeo, ai tre eletti mancherebbe un atto essenziale: il giuramento sulla Costituzione. Peccato che Puigdemont, qualora decidesse di recarsi a Madrid per adempiere alla formalità, verrebbe immediatamente arrestato. A dirla in breve, l’assenza non sarà colmata per un’impasse. Le istituzioni comunitarie attendono le proclamazioni dagli uffici di Madrid quando Madrid è invece pronta a dare esecuzione ad uno o più ordini d’arresto. Stesso destino per Junqueras che, seppur in suolo catalano, dopo il giuramento a Madrid non ha chiaro se potrà godere dell’immunità e quindi partecipare alle sedute europee. Un dedalo di vie burocratiche che non esiste in nessun altro Stato e che lascia la Catalogna passi indietro in termini di democrazia rappresentativa.

L’Unione europea si sta trasformando sempre più in un club di grandi Stati che bloccano le decisioni. Chi perde sono i territori come la Catalogna

Mireia Borrell-Porta, Segretario per la politica estera e l’Unione europea della Catalogna

«Con tre membri ufficiali del Parlamento europeo legalmente eletti in stato di sospensione, - spiega a Linkiesta Mireia Borrell-Porta, Segretario per la politica estera e l’Unione europea della Catalogna - è chiaro che siamo davanti ad un problema di democrazia, dignità e libertà di espressione. L’Unione europea si sta trasformando sempre più in un club di grandi Stati che bloccano le decisioni. Chi perde sono i territori come la Catalogna». Borrel-Porta racconta di una Catalogna in grado di sostenere le grandi sfide europee. Un territorio che sogna un’Europa federale e che crede ai valori fondanti, ora così lontani per dinamiche e crisi istituzionali: «Stiamo elaborando un nostro Europe Plan - continua Borell-Porta -, un progetto che ha il duplice obiettivo di affermare la presenza e l'influenza della Catalogna in Europa e avvicinare i suoi cittadini al progetto europeo. Lo strumento utilizzato dal piano europeo è la partecipazione pubblica e la mobilitazione, i colloqui e il dialogo. Il governo della Catalogna ritiene essenziale essere presente e attivo nei principali dibattiti europei e riaffermare la posizione della Catalogna come partner competente, affidabile e impegnato dell'Ue, con una società che partecipa alle azioni e alle posizioni del governo in Europa. L'iniziativa si basa su una prospettiva indiscutibilmente europea, aperta al mondo e, allo stesso tempo, vicina a casa. Il governo sostiene un'Unione europea che pone i cittadini al centro delle sue politiche e ne promuove i valori fondanti per realizzare un'Europa unita nella sua diversità».

Governance economica e governance politica per il governo catalano sono facce della stessa medaglia. Una leadership plurale, che superi le logiche nazionali dei grandi Stati a favore di logiche sovranazionali comuni e per i molti: «Il ruolo della Catalogna nell’Unione europea diventerà sempre più centrale - conclude Borrell-Porta - per questo, all’interno dello Europe Plan, prepareremo anche un cosiddetto Green Paper, che illustra la posizione del governo della Catalogna sui principali dibattiti europei». Si tratta di un piano preciso, chiaro, che parla di democrazia, legittimità, rispetto della multiculturalità, salario minimo garantito e politiche occupazionali a tutti i livelli. Un piano che racconta dell'eccellenza catalana in termini di progettualità, finanza, contribuzione, cooperazione, migrazione e cambiamenti climatici. Tutte priorità che alcuni Stati europei faticano persino a pronunciare. Uno su tutti, il dossier immigrazione: «I nostri porti sono aperti, anche se non rispondiamo per quello di Barcellona, che è di competenza dello Stato centrale spagnolo. Ma tutti gli altri porti catalani sono aperti e sicuri. Se avessimo più peso politico e se quindi i nostri eurodeputati eletti fossero, come è legittimo, presenti quanto prima nelle sedute dell’emiciclo, potremmo lavorare affinché una normativa europea apportasse una reale modifica dell’attuale situazione dell’accoglienza».

Insomma, il 2 luglio segna uno spartiacque importante nella questione catalana, elevandola a livello europeo. Basti pensare alle prospettive che si aprono, tutt’altro che facili da districare. Il Parlamento europeo ora ha dinanzi a se essenzialmente due strade: o limitarsi a recepire la decisione delle autorità spagnole, senza quindi svolgere un’autonoma verifica (secondo il principio di autonomia) dei titoli di elezioni di quelli che sono a tutti gli effetti tre propri componenti, oppure effettuare controlli di legittimità propri. Almeno in punto di diritto, peraltro, c’è da chiedersi se questa verifica di legittimità sia davvero possibile. L’esperienza europea racconta non solo di una delega ai Parlamenti nazionali delle procedure di verifica, che nel caso degli eurodeputati catalani dovrebbe effettuare l’organo del contenzioso amministrativo spagnolo, ma anche di una semplice presa d’atto della valutazione dello Stato membro in questione. Più in là, pare, il Parlamento europeo non va, nonostante le richieste di far valere qualche tipo di peso politico che l’Europa dovrebbe avere in questi casi. Per la Catalogna si aprono altri mesi di difficile cammino. Se non latro, la Generalitat non si è fatta trovare impreparata.

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