rimandati a gennaio
2 Luglio Lug 2019 0730 02 luglio 2019

La polpetta avvelenata dell’Europa: perché il rinvio della procedura è un guaio enorme per Salvini e Di Maio

La procedura di infrazione si allontana, i dati sull’occupazione migliorano, ma a breve termine vedremo i problemi: tutti gli indicatori economici puntano verso il basso, e per fermare l’aumento dell’iva e fare la flat tax serviranno un mare di soldi. Che non abbiamo

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È iniziata la caccia ai gufi. Così come ai tempi del governo Renzi, arrivano i giorni in cui basta una piccola vittoria politica o un dato congiunturale positivo e magicamente il mondo diventa color arcobaleno, i critici diventano catastrofisti, e il futuro meraviglioso. Oggi è quel giorno: a quanto pare, infatti, l’aggiustamento dei conti pubblici sta evitando la procedura d’infrazione all’Italia, perlomeno nella scadenza del 9 luglio. E contemporaneamente i dati Istat certificano una crescita degli occupati da record e il ritorno del tasso di disoccupazione sotto la soglia del 10%.

Applausi e cenere sul capo? No, purtroppo. Perché la salvezza dell’Italia, a questo giro, è stata tutta politica. Perché di salvezza ancora non si tratta, visto che stiamo parlando di un rinvio all’autunno, o al più tardi a gennaio. E perché lo stato di salute della nostra economia, a dispetto dei miliardi spesi, è ancora parecchio cagionevole, soprattutto se declinato al futuro.

Primo dato: la salvezza dell’Italia è legata al doppio filo allo stallo politico di Bruxelles. La mossa di Conte - bocciare il candidato della Merkel, Frans Timmermans - così come hanno fatto i Paesi del blocco di Visegrad è stata un coniglio dal cilindro al momento giusto. Perché ha rotto un equilibrio faticosamente raggiunto tra popolari e socialisti, così come tra Francia e Germania e ha aperto un fronte di dissidio all’interno del Ppe, sinora molto sottaciuto, nei confronti di Angela Merkel, la tessitrice sconfitta, peraltro alle prese con misteriosi problemi di salute che ne minano ulteriormente il potere.

Attenzione alla polpetta avvelenata. Spostare il giudizio sulla procedura d’infrazione dopo la manovra d’autunno è uno strumeto di pressione contro l’Italia: oggi ballavano dai 2 ai 4 miliardi, a ottobre si parla di 23 miliardi da trovare per sterlizzare l’aumento dell’Iva, di 15 miliardi se si vuole fare la flat tax​

A questo giro, insomma, i popcorn li stiamo mangiando noi. Estromessa da tutti i tavoli delle trattative ora l’Italia diventa decisiva per eleggere il nuovo commissario. La speranza di Conte, Salvini e Di Maio è che il Barnier o la Georgieva di turno, una volta incassato l’appoggio del nostro governo, saranno più compassionevoli di Juncker e Moscovici nei confronti dei nostri conti pubblici. La giornata di oggi, in questo senso, rischia di mischiare ancora le carte in tavola. Se con un colpo di coda Merkel e Macron riusciranno a trovare l’accordo su un nome, senza scomodare Roma, rischiamo il risultato opposto. Staremo a vedere.

In ogni caso, secondo dato, la salvezza dei nostri conti è solo temporanea. La Commissione, banalmente, ha scelto di non scegliere e di affidare ai neo entranti, se gennaio sarà, l’onere di comminare o meno una procedura d’infrazione per debito - la prima di sempre - a uno dei Paesi fondatori.

Attenzione alla polpetta avvelenata, però. Spostare il giudizio sulla procedura d’infrazione dopo la manovra d’autunno rischia di essere un formidabile strumento di pressione contro l’Italia e, soprattutto, contro le velleità di spesa di Lega e Cinque Stelle. Il ricatto è servito: se il governo non troverà i soldi per coprire le clausole di salvaguardia e se deciderà di fregarsene dei parametri di Maastricht e degli impegni a ridurre debito e deficit, la procedura sarà quasi automatica, a gennaio. Piccolo -per modo di dire- dettaglio: oggi ballavano dai 2 ai 4 miliardi, a ottobre si parla di 23 miliardi da trovare per sterlizzare l’aumento dell’Iva, di 15 miliardi se si vuole fare la flat tax e di altrettanto denaro per un’analoga misura-bandiera da intestare al Movimento Cinque Stelle. Allacciate le cinture.

Il record occupazionale riguarda tutti meno che i giovani, e tutti gli indicatori congiunturali puntano verso il basso: ordinativi, investimenti, consumi, fiducia, finanche l’export

In tutto questo, scusateci, ma anche i dati economici del Paese non lasciano sereni. Il record occupazionale riguarda tutti meno che i giovani ed è figlio della permanenza al lavoro degli anziani. Di fatto, il contrario di quel che ci si aspettava con Quota 100.
Allo stesso modo, tutti gli indicatori congiunturali puntano verso il basso: ordinativi, investimenti, consumi, fiducia, finanche l’export.
E se il Pil non cresce, per i conti pubblici la notte rischia di essere sempre più buia. Sorridiamo, quindi, ma con molto giudizio. Il risveglio, tra qualche mese, rischia di essere ancora peggiore.

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