nuova politica
3 Luglio Lug 2019 0601 03 luglio 2019

Benvenuti nell’Europa dell’insulto, da Strasburgo all’Italia

I deputati del Brexit Party che si voltano di schiena all’esecuzione dell’Inno alla gioia. I codici della dialettica politica, che ormai è solo lotta, e non risparmia insulti, sia fra i leader che nei commenti social, come nel caso Carola Rackete. Benvenuti nell’era in cui l’insulto è regola. Non mi

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L’immagine dei parlamentari inglesi del Brexit Party che voltano le spalle all’esecuzione dell’inno europeo e dei sovranisti francesi di Identità e Democrazia che restano seduti, rifiutando di alzarsi anche dopo il ripetuto invito della presidenza, ci aiuta a capire il nuovo universo politico-simbolico in cui siamo scivolati. Non basta avere un avversario – nella fattispecie la famosa “Europa dei burocrati” – e nemmeno contrastarlo nelle urne, litigarci nelle riunioni dove si decide il futuro dei popoli: è necessario anche schernirlo, dimostrare plasticamente che non esiste con lui alcuno spazio di condivisione valoriale, che è impossibile persino ascoltare insieme un inno che esalta la gioia della vita e invita le moltitudini a goderne, ad abbracciarsi “sotto il cielo stellato dove abita un padre affettuoso”.

Nel Parlamento Europeo, che esiste nella sua forma attuale da quarant’anni, abbiamo visto alternarsi forze estremiste di ogni natura, dal Front National del vecchio Jean Marie Le Pen ai greci di Alba Dorata, dai gruppi di ispirazione marxista-leninista agli anarchici dei Partiti Pirati, e tuttavia nessuno in questo variopinto mondo di contestazione agli apparati, ai poteri forti, alle élite senza volto della finanza, finora aveva mai nemmeno immaginato di prendere a calci l’assemblea dove era appena entrato. Anche l’estremismo conservava un suo limite, un suo senso del ruolo, insieme alla capacità di riconoscere elementi pre-politici sui quali trovarsi d’accordo, come il rispetto dell’istituzione. Adesso quel limite non esiste più. Le colonne d’Ercole sono state superate, probabilmente per sempre.

Non basta avere un avversario – nella fattispecie la famosa “Europa dei burocrati” – e nemmeno contrastarlo nelle urne, litigarci nelle riunioni dove si decide il futuro dei popoli: è necessario anche schernirlo

Il rifiuto assoluto di riconoscere, anche nel conflitto, terreni e regole comuni è il sottofondo dello scontro politico al quale assistiamo tutti i giorni anche qui in Italia. Ogni tipo di tabù è rimosso, si sparge sale su qualsiasi possibilità di incontro tra tribù diverse. La retorica sovranista ha criminalizzato valori fino a ieri considerati unanimemente positivi: il senso di compassione, la pietà per i deboli, persino i richiami al Vangelo del Papa. Dall’altra parte si è negata addirittura l’umanità degli avversari: la copertina dell’Espresso con la foto affiancate di un bracciante e di Matteo Salvini sotto il titolo “Uomini e no” ha espresso bene il discrimine ontologico-razziale tracciato intorno al salvinismo.

Ma come finisce la politica quando rifiuta le precondizioni minime che tengono insieme un sistema, che apparentano i suoi cittadini oltre le differenti convinzioni, provenienze, ceto sociale? Cosa succede nella Polis se i suoi attori respingono l’idea stessa di partecipare a fondamenti culturali comuni? Non lo sappiamo. Non è mai successo in democrazia.

Persino nella temperie della nostra più recente guerra civile – gli Anni ’70 – abbiamo scoperto l’esistenza di ripetuti dialoghi tra gli arcinemici Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante (“Il gesto di Almirante e Berlinguer”, di Antonio Padellaro, ed. PaperFIRST). Il confronto tra visioni radicalmente opposte ha mantenuto canali aperti durante ogni drammatica vicenda del Paese, dall’affaire Moro al tentativo di salvare dalla morte Bettino Craxi, e anche se troppo spesso quegli sforzi non hanno avuto riscontro sappiamo che ci si è provato, che c’è stato il tentativo di far emergere un comune sentire.

Levato di mezzo ogni residuo legame di co-cittadinanza, sia così facile, così naturale, usare sul web e altrove parole che mai abbiamo associato alla politica come stupro, impalatela, cazzi neri, puttana fascista, ministronza

Sono queste le Colonne d’Ercole che abbiamo superato. Viaggiamo in un mare nuovo, con regole differenti, ed è ovvio che, levato di mezzo ogni residuo legame di co-cittadinanza, sia così facile, così naturale, usare sul web e altrove parole che mai abbiamo associato alla politica come stupro, impalatela, cazzi neri, puttana fascista, ministronza. Espressioni così, solo pochi anni fa, in qualsiasi partito, in qualsiasi comunità, qualsiasi ambito sociale, avrebbero suscitato una assoluta riprovazione. Oggi godono di buon successo tra i fan delle tribù in lizza, diventano segnali di appartenenza come le pitture sul viso dei Sioux o le collane di ossa degli indigeni amazzonici.

Lo sberleffo all’Inno alla Gioia marca con grande potenza questa stagione, che non è solo nostra ma coinvolge l’intero continente. Giudicarla con le categorie del moralismo è inutile. Meglio, forse, guardare altrove. In fondo ci sono milioni di concittadini che si sono ritirati dal sabba, scegliendo la non-partecipazione, l’astensionismo, l’assenza: sono probabilmente quelli che tengono insieme il tessuto connettivo della nostra società ogni giorno, un’Italia profonda e segreta ancora capace di normalità.

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