Giochi di potere
3 Luglio Lug 2019 1300 03 luglio 2019

Ecco perché Macron in Europa si è preso tutto (mentre l’Italia resta a guardare)

Chi dava per politicamente morto il presidente francese, si dovrà ricredere. Dal nome di Christine Lagarde per la Bce all’esclusione di Weber dalla Commissione, infatti, Macron si è posto al centro di accordi chiave in Ue, consolidando l’asse franco-tedesco. E sbaragliando la concorrenza

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Bertrand GUAY / AFP

Dopo la rivolta furiosa dei gilet gialli e il successo di Marine Le Pen (oltretutto avanti di un punto su LRM, il partito del presidente) alle elezioni europee, molti commentatori, anche francesi, davano quasi per morto o comunque tramortito il povero Macron, il “tecnocrate” inviso alle masse e con fragile base elettorale. Autocitarsi non è mai elegante, ma mi occorre ricordare di avere sostenuto quanto il presidente francese sia oggi un formidabile play maker in Europa e disponga di un’importante rendita di posizione per i futuri giochi elettorali in Francia. L’esito delle nomine per la nuova legislazione europea e l’attuale fase politica nel suo Paese ne sono più di una conferma.

A Bruxelles, il presidente francese ha ottenuto tutto quanto voleva, mettendo il suo gruppo in una posizione di equilibrio centrista che ne fa la chiave di volta di accordi e compromessi. Ha eliminato Weber dalla corsa, smussando le ali più conservatrici dei popolari, ma ha accontentato Angela Merkel, indispensabile sponda di ogni futura partita europea, probabilmente costringendola a concedere qualche cosa sui prossimi negoziati in materia di budget e fiscalità condivisa. Inoltre ha favorito la nomina di una donna alla Commissione, il che contiene in sé un messaggio progressista, socialmente e culturalmente elevato, di cui Macron si può intestare la genesi. Ha soprattutto conquistato per la Francia, e per la seconda volta, il cuore delle soluzioni, ovvero la presidenza della BCE. Christine Lagarde è personalità di perfetto equilibrio, con positivi riflessi in patria, appartenendo alla famiglia della destra popolare.

Il successo di Macron a Bruxelles consolida l’asse franco tedesco nella gestione degli affari europei

In Francia, il partito di Macron ha prosciugato i partiti tradizionali. I socialisti sono ai minimi termini. I gaullisti in profonda crisi d’identità e consensi. Le fronde e le scissioni allargano la base elettorale e di consenso del presidente. Il successo in Europa potrebbe dare nuove spinte. In pratica, a Marine Le Pen resta il monopolio dell’opposizione. Può crescere ancora, sull’onda del populismo interno e sovranazionale, ma non tanto da impensierire il presidente, il quale dispone peraltro di una schiacciante maggioranza parlamentare. Se non commetterà gravi errori, la rielezione all’Eliseo è già nel mirino, sempre che questo resti l’obiettivo personale di un uomo che coltiva in cuor suo orizzonti anche più vasti.

Il successo di Macron a Bruxelles consolida l’asse franco tedesco nella gestione degli affari europei. Il compromesso con la Merkel potrebbe avere effetti positivi sui propositi di riforme fiscali, di condivisione del debito, sulle politiche di sviluppo, sull’urgenza di voltare pagina per evitare l’implosione della UE sotto i colpi del populismo e del sovranismo montante. Le elezioni europee sono state un campanello d’allarme fragoroso. Lo scampato pericolo e il compromesso sulle nomine possono essere il primo passo per rilanciare il progetto ideale di cui si parla per lo più in occasione di cerimonie e anniversari. Emmanuel Macron e Angela Merkel sanno benissimo che il motore franco tedesco rischia di girare a vuoto senza il carburante di Paesi e governi che condividano il cammino da intraprendere, la Spagna di Sanchez, innanzi tutto. La Brexit non significa avere le mani più libere, ma costruire progetti e alleanze su un piano di parità con i Paesi più importanti.

possiamo solo sperare che Christine Lagarde si riveli un clone di Draghi. Anzi, un comodo alibi, se si troverà a favorire indirettamente la politica di Macron e i suoi disinvolti sforamenti di bilancio

Per queste ragioni, la posizione assunta dall’Italia, accodatasi al gruppo di Visegrad, rischia di essere suicida. Siamo uno dei Paesi fondatori, abbiamo il più alto interscambio con Francia e Germania, e sembra che ce ne siamo dimenticati. Non solo rischiamo di ottenere gli strapuntini nei posti chiave del governo europeo, (anche se, alla fine, il gioco dei compromessi e il peso specifico ci regaleranno qualche poltrona, vedi elezione di David Sassoli), soprattutto perchè abbiamo un disperato bisogno di ottenere sostegno su questioni cruciali come l’immigrazione e il debito pubblico. Ed è folle attenderci favori da Budapest o da Varsavia.

Il solito compiacente can can mediatico mostra una situazione economica e occupazionale migliore del previsto e un deficit più contenuto che allontana la minaccia di procedura d’inflazione. Ma i conti veri si faranno l’anno prossimo, con l’aumento dell’IVA, le clausole di salvaguardia e la flat tax. Allora possiamo solo sperare che Christine Lagarde si riveli un clone di Draghi. Anzi, meglio ancora, un comodo alibi, se si troverà a favorire indirettamente la politica di Macron e i suoi disinvolti sforamenti di bilancio.

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