Storie
6 Luglio Lug 2019 0600 06 luglio 2019

Dal Marocco all’Italia e oltre: l’impegno di Abderrahmane per l’inclusione degli stranieri

Plurilaureato, ex consigliere comunale a Bra, presidente del Network Italiano dei Leader per l’Inclusione, ambasciatore della cultura rom e... italo-marocchino. Abderrahmane Amajou ha 33 anni, è in Italia da 26 e da sempre fa politica e inclusione culturale. Ecco la sua storia

Abderrahmane Amajou_Linkiesta
Foto tratta da Nuove Radici

Abderrahmane Amajou, 33 anni, nato a Oued Zem vicino a Casablanca in Marocco, in Italia dal 1994, cittadino italiano dal 2011, ex consigliere comunale a Bra in Piemonte, presidente di NILI (Network Italiano dei Leader per l’Inclusione) che organizza workshop anche a livello internazionale per la formazione di una nuova leadership, sogna in grande: «La diversità va vissuta insieme per costruire un obiettivo comune. Vogliamo diventare protagonisti al di là delle differenze nazionali».

Perché è venuto in Italia?
«Mio padre era già in Italia a lavorare. Nel nostro Paese faceva il minatore. La nostra era una zona di miniere di fosfati. Si è stabilito prima a Trento, poi a Torino, dove c’era una forte comunità di marocchini, e infine a Bra. Per un certo periodo ha dormito anche sotto i ponti. Faceva di tutto per vivere. All’inizio il venditore ambulante poi il saldatore che è stato il suo vero lavoro. Nel 1993 ha ottenuto il ricongiungimento famigliare. E siamo arrivati noi. Avevo appena finito la prima elementare».

Lei aveva sette anni. Com’era vivere in una piccola realtà di provincia, a Bra vicino a Cuneo?
«All’inizio scioccante. Sono arrivato che era estate. Non c’era nessuno. Non parlavo italiano. La nostra casa era vicino a un bosco. Stavo molto da solo. La prima sera, me lo ricorderò per tutta la vita, ho visto le lucciole. Non le avevo mai viste. Sono rimasto a bocca aperta».

E a scuola?
«Il primo giorno di scuola ho scoperto che dovevamo avere il diario, il portapenne, lo zaino. Io non ce li avevo. Non sapevo nemmeno esprimermi. Passai ore a piangere. Tutti erano curiosi di conoscermi, di sapere tutto di me. Una mamma di un mio compagno di classe che si chiamava Davide mi regalò un astuccio, il diario di Lupo Alberto e uno zaino. È stato il regalo più bello. Mi sono sentito accolto. In classe ho sempre avuto ottime relazioni. Era la scuola che era arretrata».

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