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9 Luglio Lug 2019 0600 09 luglio 2019

10mila lavoratori del pubblico con gli stipendi a singhiozzo, ma per Di Maio non c'è nessun tavolo di crisi

I lavoratori del Consorzio Manital impiegati negli appalti pubblici per le pulizie di ministeri, Inps, Inail, Agenzia delle entrate da quasi due anni vengono pagati anche con 3 mesi di ritardo. Ma al Mise non hanno ancora aperto un tavolo di crisi

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(Foto: Linkiesta)

«Di Maio, a fine mese ti mando la lista delle mie bollette, poi valle a pagare tu». Sono arrivati a Roma da tutta Italia, per manifestare sotto il ministero dello Sviluppo economico, gli oltre 300 lavoratori del Consorzio Manital impiegati negli appalti pubblici per le pulizie di ministeri, Inps, Inail, Agenzia delle entrate, scuole, ospedali e università, che da quasi due anni vengono pagati sistematicamente a singhiozzo. «Una situazione a rischio implosione, che riguarda più di 10mila i dipendenti da Nord a Sud, molti dei quali ad oggi non hanno ancora ricevuto la busta paga di maggio», dicono i sindacati. Stipendi da 600-700 euro netti, già ai limiti della sostenibilità, versati a volte a metà, a volte con ritardi di due o tre mesi. Con il rischio di «una vera e propria emergenza sociale».

«Di Maio, fai come hai fatto con i lavoratori di Mercatone Uno. Siamo qui e siamo in tanti», urlano al megafono verso le finistre del Mise. Dopo un primo incontro con la segreteria del ministro a metà giugno, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e UilTrasporti hanno inviato una lettera indirizzata a Luigi Di Maio chiedendo l’apertura di un tavolo di crisi. «Ma ancora non abbiamo ricevuto risposta», raccontano. Per una vertenza che si trascina ormai dal 2017, quando Manital ha dichiarato le prime “difficoltà di riallineamento economico”.

Da più di un anno e mezzo non sappiamo quando verremo pagati, né ci arrivano notizie dall’azienda. Ce ne accorgiamo solo quando non vediamo l’accredito in busta paga

(Foto: Linkiesta)

«A noi hanno dato a giugno il 50% dello stipendio di maggio», racconta un addetto alle pulizie delle scuole da Napoli. «Da più di un anno e mezzo non sappiamo quando verremo pagati, né ci arrivano notizie dall’azienda. Ce ne accorgiamo solo quando non vediamo l’accredito in busta paga», spiegano. «Ci svegliamo alle 4 del mattino per lavorare, senza sapere se e quando riceveremo lo stipendio».

Il Consorzio Manital di Ivrea, con la capofila ManitalIdea e le circa 33 aziende consorziate, è uno degli storici fornitori di appalti per pulizie e servizi di facchinaggio sia nella pubblica amministrazione sia nelle aziende private. Tra ministero della Difesa, dello Sviluppo economico, Istruzione, ma anche comuni, città metropolitane, Regioni, Guardia di Finanza, Consip, Consob. E poi ancora Poste, Telecom, Fca, Trenitalia. «Parliamo di un fornitore “blindato di appalti”. Fino a qualche anno fa era uno dei più solidi su tutto il territorio nazionale», spiegano i sindacati. Poi sono arrivati i primi sentori di difficoltà finanziarie. «Manital lamentava 70 milioni di euro di fatture non pagate dalla pubblica amministrazione. Nel frattempo, l’acquisizione di società in fase di fallimento ha fatto sì che le casse si indebolissero ancora», dicono. L’ultimo bilancio disponibile, del 2017, riporta oltre 150 milioni di debiti.

E così come i lavoratori, anche i fornitori lamentano fatture inevase. «Molte pubbliche amministrazioni riferiscono però di aver pagato il dovuto a Manital», raccontano sotto al Mise. «Sono soldi pubblici, qualcuno dovrà pur spiegarci dove sono finiti». Nelle manifestazioni che nei mesi scorsi si sono susseguite da Nord a Sud, l’azienda ha dichiarato di essere a corto di liquidità. «Ma né dall’azienda né dal ministero dello Sviluppo economico riceviamo risposte», dicono i sindacati.

In molti casi si tratta di lavoratori monoreddito, che possono contare solo su stipendi già bassi che, con gli appalti al ribasso, si sono via via assottigliati negli anni

A metà mattinata, una piccola delegazione, composta dai segretari nazionali dei sindacati di categoria e qualcuno dei locali, riesce a farsi ricevere dai funzionari del Mise. Ma «l’incontro si è concluso con un nulla di fatto. Fumata nera», riferiscono i delegati all’uscita. «Abbiamo esposto la gravità della situazione. L’unica cosa che ci hanno detto è che hanno convocato l’azienda questa settimana. Noi abbiamo chiesto anche la convocazione dei rappresentanti dei lavoratori, ma non ci è stata fornita ancora una data».

L’obiettivo, dopo le mobilitazioni locali, ora è quello di proclamare uno sciopero nazionale a Roma. Una vertenza che riguarda 10mila lavoratori non è cosa da poco. In molti casi si tratta di lavoratori monoreddito, che possono contare solo su stipendi già bassi che, con gli appalti al ribasso, si sono via via assottigliati negli anni. «Ci devono dare risposte e soluzioni strutturali», dicono. «Non è possibile che le persone lavorino senza essere giustamente retribuite nel momento in cui devono essere retribuite. Bisogna far capire che i lavoratori non ce la fanno più. La situazione è insostenibile»

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