lotta di governo
10 Luglio Lug 2019 0700 10 luglio 2019

L’ultimo ricatto: ecco la mossa di Salvini per prendersi il governo (o tornare al voto)

Da qui al 15 luglio, termine ultimo per andare al voto a settembre, il ministro dell’Interno alzerà la posta. O i Cinque Stelle gli concedono quello che vuole, o fa cadere il governo. Il caso Spadafora è solo l’inizio. Ne vedremo delle belle

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Andreas SOLARO / AFP

Preparatevi ai fuochi d’artificio da qui al 15 luglio, data ultima per una crisi di governo che consenta il voto a settembre. Preparatevi, perché Matteo Salvini sa benissimo che da qui ad allora ogni incidente è buono per chiedere l’impossibile pur di evitare le urne. E perché i Cinque Stelle sanno benissimo che passata quella data possono tirare un sospiro di sollievo, e che, passata quella data, la Lega avrà un’arma negoziale in meno, soprattutto se la legge di bilancio porterà con se un po’ di lacrime e di sangue per gli italiani.

il caso Spadafora è, in questo senso, paradigmatico. Succede che il sottosegretario Cinque Stelle Vincenzo Spadafora critichi il vicepremier Matteo Salvini per gli insulti rivolti alla capitana della Seawatch Carola Rackete: «L'ha definita criminale, pirata, sbruffoncella. Parole, quelle di Salvini, che hanno aperto la scia dell'odio maschilista contro la Capitana, con insulti dilagati per giorni e giorni sui social». Non è un attacco leggero, per di più da un membro del governo molto influente e vicino al vicepremier Di Maio. Ma la reazione di Salvini, inizialmente, è ancora più dura: via Spadafora dell’esecutivo e pieni poteri al Viminale sull’immigrazione. “Altrimenti” non lo dice, ma è abbastanza chiaro.

Se non cedono, nemmeno di un millimetro, ha il pretesto per minacciare la crisi e tornare alle urne, con un asse Salvini-Meloni oggi accreditato al 45%

Per Salvini è una strategia in cui vince sempre: se i Cinque Stelle cedono, anche solo a metà, si porta a casa la testa del ministro Elisabetta Trenta e di chi nel governo si oppone alla sua politica brutale contro l’immigrazione. Se non cedono, nemmeno di un millimetro, ha il pretesto per minacciare la crisi e tornare alle urne, con un asse Salvini-Meloni oggi accreditato al 45% circa. Per vincere tutto, col Rosatellum e l’effetto valanga sui collegi uninominali, è sufficiente il 38%.

I Cinque Stelle non sanno che pesci prendere, se non prendere tempo. La retromarcia di Salvini, in serata, è quella di un gatto che molla la coda del topo e che ricomincia a giocare. Assicura di non voler far cadere il governo, ma solo per attribuire la crisi agli alleati pentastellati, nel caso. Apparentemente, cede su Spadafora e sui pieni poteri, ma si porta a casa tutti o quasi gli emendamenti leghisti al decreto sicurezza bis, a partire da quello delle supermulte e il primo sì all’autonomia differenziata, provvedimento cui i Cinque Stelle erano contrari, fino a ieri.

Sa bene, Salvini, che il ricatto ha i giorni contati. Che i Cinque Stelle a partire dal 15 di luglio, ricominceranno ad alzare la testa

Sa bene, Salvini, che il ricatto ha i giorni contati. Che i Cinque Stelle a partire dal 15 di luglio, ricominceranno ad alzare la testa, con lo spettro delle urne un po’ più lontano. Che la legge di bilancio, coi suoi 30 miliardi da trovare attraverso tagli e aumento delle tasse eroderanno un po’ del suo consenso. Che l’allineamento di oggi su immigrazione e autonomia tornerà a essere fronda, in meno di una settimana. Lo sa, e lo teme. Così come teme un governo in solitaria coi Cinque Stelle pronti a sparargli addosso a ogni piè sospinto.

Preparate il conto alla rovescia, insomma: in questi cinque giorni si decide il futuro della legislatura. Il nostro pronostico è che Salvini otterrà il massimo possibile, e non mollerà. Chissà se tra qualche anno parleremo di una grande mossa, o di un tragico errore.

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