11 Luglio Lug 2019 0739 11 luglio 2019

La vera emergenza d’Italia è la scuola al Sud, non i migranti

I dati del Rapporto Invalsi, come ogni anno, certificano lo spaventoso stato dell’istruzione meridionale. E ogni anno, puntualmente, ci scandalizziamo e ignoriamo. Forse è arrivato il momento di darsi una mossa

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La scuola al sud è un’emergenza sociale che stiamo nascondendo sotto al tappeto, anno dopo anno. Perché ogni anno, il rapporto sui test Invalsi ci dice le stesse cose: che un anno di scuola in Veneto vale due anni di scuola in Calabria. Che ci sono ragazzi del sud che affrontano l’esame di terza media con competenze da scuola elementare. Che ci sono regioni al sud, come la Calabria e la Sicilia, in cui il 35% dei bambini arriva in quinta elementare senza essere in grado di comprendere un testo. Che quattro bambini calabresi su dieci ci arrivano con gravissime lacune in matematica. Che i ritardi in matematica sono gravi per più della metà degli studenti di terza media in Sardegna, Sicilia, Campania e Calabria. Che in Calabria quasi sette maturandi su dieci non riescono a leggere un testo d’inglese - ma qui il dato è imbarazzante a livello nazionale - mentre in Calabria e in Sicilia non lo comprende l’85%.

Potremmo continuare, ma basterebbero questi pochi dati per parlare di emergenza. Se in mezzo Paese la scuola non funziona e amplia le disuguaglianze anziché ridurle, penalizzando i territori meno sviluppati, è un problema gigantesco per l’Italia. Perché rende il Mezzogiorno ancora più zavorra di quanto già lo sia. Perché fa della fuga l’unica strategia di sopravvivenza al disastro educativo. Perché ne depaupera, di generazione in generazione, la qualità della classe dirigente. La diciamo meglio: un Sud con una scuola del genere, è un Sud senza alcuna speranza di salvezza. Un Sud che non riesce a costruire nelle generazioni future il germe di una rinascita non ha alcuna possibilità di rinascita.

Certo, non tutta la colpa può essere data alla scuola. Nel rapporto Invalsi si dice chiaramente quanto siano importanti le famiglie, e quanto il contesto culturale influisca nei buoni risultati degli studenti. Ma allo stesso modo, proprio nei risultati dei bambini e nei ragazzi stranieri di prima e seconda generazione, inferiori a quelli dei ragazzi figli di genitori italiani, ma in netto miglioramento di anno in anno, soprattutto in inglese e matematica, si percepisce la consapevolezza della scuola come ascensore sociale, del sapere come strumento di emancipazione dall’indigenza e dalla marginalità. Consapevolezze, queste, che sembrano del tutto assenti nel contesto delle società meridionali, dove la speranza di un futuro migliore da conquistare attraverso l’istruzione cozza contro un dato di realtà in cui il merito non esiste, o quasi. E dove i percorsi di apprendimento informali - l’università della vita, sia detto senza ironia - sembrano più utili dell’italiano o del latino per sopravvivere.

Edifici scolastici nuovi di zecca, tempo pieno ovunque, insegnanti più preparati e motivati, lotta senza quartiere all’abbandono scolastico: immaginate cosa sarebbe il Mezzogiorno dopo vent'anni di una cura di questo tipo

Domanda: alzi la mano chi pensa che tutto questo non abbia alcuna relazione con un dato di crescita del Pil che è il più basso del continente ormai da anni. Chi è convinto che il continuo disinvestimento nell’istruzione - anche quest’anno, per evitare la procedura d’infrazione, si è deciso di tagliare i fondi per l’edilizia scolastica - non sia la prima causa del nostro declino economico, culturale e politico. Che più di Quote 100, redditi di cittadinanza, 80 euro, flat tax e condoni vari all’Italia - terzultimo Paese europeo per spesa in istruzione in rapporto al Pil - servirebbe un poderoso investimento nel sapere, con un altrettanto poderosa concentrazione dell’intervento nel Mezzogiorno d’Italia. Altro che autonomia differenziata e scuola regionale: se c’è una cosa per cui tutti, da Nord a Sud, dovremmo lottare è uno Stato che si prende la responsabilità e l’onere di cambiare faccia a questa vergogna dei dati Invalsi e che si assuma l’onere di investire nella cultura e nell’educazione dei giovani del Mezzogiorno come priorità politica.

Edifici scolastici nuovi di zecca, tempo pieno ovunque, insegnanti più preparati e motivati, lotta senza quartiere all’abbandono scolastico: immaginate cosa sarebbe il Mezzogiorno dopo vent'anni di una cura di questo tipo. Immaginate quanta manodopera in meno per la criminalità organizzata, quanta qualità in più nella classe dirigente, quanta volontà in più di intraprendere e provarci, forti della consapevolezza delle proprie qualità, e quanta frustrazione in più per chi si rende conto che il suo sapere non possa essere valorizzato nel proprio contesto di riferimento. Ecco: oggi quella frustrazione è di troppo pochi. Oggi quell’incazzatura non è abbastanza prevalente per scatenare una rivoluzione civile del Mezzogiorno. Date a quei territori una scuola che funziona e vedrete la riscossa. Chissà come mai, tra le tante politiche di sostegno allo sviluppo del Sud, dalla Banca del Mezzogiorno al reddito di cittadinanza, ai sussidi e agli sprechi giusficati in nome del sostegno al reddito e dell'emergenza occupazionale, questa sia l’unica cui non ha mai pensato nessuno. Chissà.

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