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13 Luglio Lug 2019 0600 13 luglio 2019

“Lauree 30 e frode”, ecco a voi quelli che si comprano il titolo di studio

Il libro “Lauree 30 e frode”, scritto da Luca Lantero e Chiara Finocchietti, direttore e vicedirettore del Cimea, racconta il mondo degli atenei fasulli, diplomifici con tanto di istituti di certificazione non veritieri

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(Pixabay)

C’è la “Standford University” che richiama la celebre Università di Stanford in California, e anche l’European Institute of Technology che nulla ha a che fare con l’European Institute of Innovation and Techology (Eit), polo d’eccellenza della Commissione europea. Ma gli atenei e gli enti di ricerca fasulli non finiscono qui. Dalle istituzioni che operano in Italia vantando dubbi accreditamenti internazionali agli istituti dediti a sfornare finte lauree ad honorem, quello dei diplomifici è un vero e proprio mercato parallelo. Una filiera della truffa a tutti gli effetti: alle istituzioni di formazione superiore false rispondono agenzie di accreditamento, altrettanto false, che ne certificano la qualità, cui fanno da corollario centri fasulli di certificazione delle qualifiche. Senza dimenticare i casi di “visa mills”, ossia enti che offrono corsi col solo scopo di consentire il rilascio di visti di studio per l’ingresso e il soggiorno in un dato Paese.

È in questa area grigia, in cui si altera il valore e il significato della conoscenza autentica, che si addentra il volume Lauree 30 e frode, scritto a quattro mani da Luca Lantero e Chiara Finocchietti, direttore e vicedirettore del Cimea (Centro di informazione sulla mobilità e le equivalenze accademiche afferente alle reti Naric - National Academic Recognition Information Centres dell’Unione Europea ed Enic - European National Information Centres del Consiglio d’Europa e dell’Unesco) ed entrambi esperti internazionali operanti all’interno della Piattaforma Etined del Consiglio d’Europa (Council of Europe Platform on Ethics, Transparency and Integrity in Education).

C’è chi ha fretta di fare carriera negli enti pubblici e nelle aziende e cerca la via breve per ottenere un titolo accademico, ma ci sono anche i “cacciatori di titoli” per pura vanità e narcisismo

Il libro, edito dal Cimea e la cui prefazione è stata curata dal viceministro al Miur Lorenzo Fioramonti, è anche un vademecum per orientarsi nelle scelte della formazione universitaria ed evitare di incappare nelle trappole della “fabbrica dei titoli”. Solo guardando all’Italia, sono oltre 60 le istituzioni non riconosciute citate dalle circolari del ministero dell’Università dal 1988 al 1994. E sono 143 quelle operanti nel nostro Paese e inserite nel report del Consiglio d’Europa del 1996, ma erano appena 30 dieci anni prima, all’epoca del primo rapporto dello stesso Consiglio d’Europa. A distanza di un decennio, infatti, le “diploma mill” in giro per il mondo sono passate da 700 a circa 1.330.

La maglia nera spetta agli Stati Uniti che ne conta oltre 400, seguiti dal Regno Unito (a quota 195) e appunto dall’Italia con le sue 143 istituzioni prive di riconoscimento. Ma si tratta di un fenomeno che negli ultimi anni sta mutando pelle, passando dal modello tradizionale di una società gestita da un solo proprietario, e operante principalmente in un unico o in un numero ristretto di mercati, a un modello di fabbrica di titoli costituita da una galassia tentacolare di società riconducibili a diversi Paesi, con una miriade di siti web di diverse “istituzioni”, i cui titoli sono venduti e spesi in una molteplicità di nazioni su scala globale.

Solo guardando all’Italia, sono oltre 60 le istituzioni non riconosciute citate dalle circolari del ministero dell’Università dal 1988 al 1994. E sono 143 quelle operanti nel nostro Paese e inserite nel report del Consiglio d’Europa del 1996

«L’internazionalizzazione della formazione superiore e l’innovazione tecnologica», sottolinea Finocchietti, «se da un lato costituiscono una enorme opportunità per la conoscenza, dall’altro rappresentano anche l’humus ideale per il proliferare di pratiche opache, per quanto antichissime, dal momento che ve ne è traccia già nel Medioevo. È pur vero però che gli strumenti di contrasto e, quindi, di salvaguardia degli standard di qualità del processo formativo ci sono e sono efficaci. In Italia le leggi e gli interventi dell’Agcm per pubblicità ingannevole o per pratiche di marketing scorrette i loro frutti li hanno dati e continuano a darli. Ma per arrestare il fenomeno occorre anche un cambio di mentalità».

Le regole del mercato, infatti, non conoscono eccezioni, per cui anche in questo ambito all’offerta di titoli fasulli corrisponde una domanda di scorciatoie che giunge da vari strati sociali. Ed il volume Lauree 30 e frode scandaglia proprio i diversi profili di “acquirenti”: c’è chi ha fretta di fare carriera negli enti pubblici e nelle aziende e cerca la via breve per ottenere un titolo accademico, ma ci sono anche i “cacciatori di titoli” per pura vanità e narcisismo. «È proprio per tale ragione», conclude Lantero, «che accanto alla deterrenza normativa serve anche un approccio culturale diverso. Al di là delle gravi ripercussioni economiche che questo business parallelo comporta, configurando giri d’affari milionari oltre che pesanti casi di evasione fiscale, c’è infatti un aspetto etico da non trascurare. Bisognerebbe tenere sempre a mente che nel caso di professioni sensibili rispetto a diritti fondamentali come la sicurezza o la salute, un titolo conseguito senza un percorso di studio e formazione autentici può rappresentare una minaccia per la vita delle persone e per l’intera collettività».

Il testo integrale è consultabile online all’indirizzo: http://cimea.it/files/fileusers/lauree_30_frode/mobile/index.html#p=1

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