Imperdibile
17 Luglio Lug 2019 0600 17 luglio 2019

Alienazione, ansia, claustrofobia: “Anima” di Thom Yorke è un sogno ad occhi aperti nel mondo di oggi

Nel suo terzo disco solista, il cantante dei Radiohead riesce finalmente a costruire una distopia contemporanea che racconta, in musica e immagini, il nostro attuale senso di sconfitta

Yorke Linkiesta
FABRICE COFFRINI / AFP

Negli ultimi anni la musica elettronica, anche quella più commerciale e capace di emergere rispetto ai più fertili circoli dell’underground, si è fatta portatrice e interprete di un “common feel” sulle cose del mondo. Senso di ansia e di alienazione, una depressione permanente dovuta alla perdita di orizzonti, fallimenti collettivi e individuali, disastri su larga scala, incapacità di distinguere il vero dal falso e il sonno dalla veglia, ma anche una volontà di esaminare il vuoto attorno al quale si prova non più tanto a danzare, ma a muoversi con ostinata e ritmica resistenza. Come se la musica elettronica fosse diventata a sua volta un lunghissimo saggio teorico di critica culturale sull’esistente. A leggere le dichiarazioni di Thom Yorke che hanno anticipato l’uscita di Anima (qui potete leggere una bellissima intervista rilasciata a Crack), il suo terzo disco solista lontano dalla casa madre Radiohead è intriso di questo “common feel”. Del resto, senza andare a guardare nella parte post Kid A, la band di Oxford ha sempre ragionato molto su questi concetti: dall’alienazione giovanile di Creep all’insoddisfazione apatica verso il nulla di Just e Fake Plastic Trees, passando per l’ossessione per l’eccellenza di Fitter Happier (in piena esplosione cyberpunk, una voce robotica su suoni raccolti qui e là e filtrati sinteticamente che elogiava l’etica della produttività) e ovviamente l’esplosione perturbante di Paranoid Android. Ma in Anima - ed è la prima volta che si può dire riguardo a un lavoro solista di Thom Yorke - c’è qualcosa di più.

In The Eraser (2006) e Tomorrow Modern Boxes (2014) Yorke dava l’impressione di essere al tempo stesso timoroso e sprezzante del campo che stava iniziando ad attraversare. Una superstar convinta di poter fare di tutto che si approccia a un mondo che conosce – ma non così a fondo – da cui deriva un lavoro facile e fuori fuoco, quasi un divertissement.

Qui invece il gioco è diverso. Dicono bene quelli che recensendo il disco hanno constatato trattarsi della prima opera a sé stante, completamente sintonizzata, in cui Yorke gioca un campionato diverso e vive senza pericolosi (e non necessari) paragoni con la casa madre. Anima prende questo “common feel” contemporaneo e lo traduce in canzoni che riescono essere al tempo stesso un percorso introspettivo individuale (ancora: non sapere se si è svegli o si sta sognando) e una dichiarazione di sconfitta globale, di perdita e di incapacità di uscire dal vortice dell’alienazione. Sia attraverso i testi, litanie monocordi, filtrate, che vanno per flash, immagini, parole chiave; sia attraverso la musica, claustrofobica, chiusa, caratterizzata da ampi riverberi che cercano lo spazio là dove non c’è, nata attraverso un procedimento a flusso per cui dai frammenti di Yorke Nigel Godrich montava e costruiva senso ulteriore su cui attaccarci le voci. Curiosamente, è proprio nel processo di montaggio, e cioè mettere insieme elementi che non appartengono allo stesso luogo e allo stesso spazio, che Mark Fisher in The Weird and the Eerie (minimum fax, 2018) identifica la nascita del nuovo e dello strano.

Anima prende questo “common feel” contemporaneo e lo traduce in canzoni che riescono essere al tempo stesso un percorso introspettivo individuale (ancora: non sapere se si è svegli o si sta sognando) e una dichiarazione di sconfitta globale, di perdita e di incapacità di uscire dal vortice dell’alienazione

Anima infatti gioca molto con l’idea che a emergere siano cose e frammenti che non dovrebbero essere in quel posto. E oltre a sentirsi si vede nel cortometraggio - anche se a essere a sinceri potremmo chiamarlo “lungo videoclip” - dallo stesso titolo che accompagna l’uscita del disco. Diretto da Paul Thomas Anderson (che da anni si avvale di Johnny Greenwood dei Radiohead per le sue colonne sonore), Anima cuce insieme tre delle canzoni più significative del disco (Traffic, Not the News e Dawn Chorus) in un racconto di alienazione contemporanea in cui le persone che vivono in un costante daydreaming con una danza al tempo stessa esagerata e contratta, che impedisce a Yorke di raggiungere il suo oggetto del desiderio (la protagonista, interpretata dalla compagna Dajana Roncione). Si incontrano in una metropolitana, si inseguono sfidando corpi umani mobili ma inconsapevoli, quasi fantasmi, si incontrano senza impedimenti in un vicolo di una città che può essere ovunque e nessun luogo (infatti il video è girato sia tra Les Baux-de-Provence e Praga) e quando pensano di essere finalmente “trovati” si riaddormentano.

Non è qui peregrino definire Anima una distopia per il XXI secolo. Lo stesso Yorke conferma come le canzoni siano venute fuori da un momento di ansia profonda, di blocco dello scrittore e da sensazione di impotenza rispetto al mondo per come si stava configurando. Anche le parole più significative del disco richiamano questa sensazione: «I can't breathe/There’s no water/A drip feed/Foie gras/A brick wall/But you're free» (Traffic); «I think I missed something/But I'm not sure what/In the middle of the vortex» (Dawn Chorus); «Goddamned machinery/Why don't you speak to me?/One day I am gonna take an axe to you» (The Axe). Senza lasciarsi andare a facili entusiasmi messianici (con cui il cantante dei Radiohead, suo malgrado, convive più o meno da vent’anni e chiunque abbia visto la band in concerto sa cosa vuol dire avere a che fare con i suoi fan duri a morire), possiamo affermare senza tema di smentita che Anima è uno dei dischi più importanti di questo 2019. Se non altro per la capacità di sintonizzarsi musicalmente su frequenze inusuali e creare un collage sonoro coerente e curiosamente non familiare (un po’ come nella colonna sonora di Suspiria per l'omonimo remake di Luca Guadagnino) e di essere riuscito a battere sentieri sotterranei e claustrofobici uscendone con un lavoro capace di raccontare l’oggi e, soprattutto, di raccontare anche noi.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook