Disuguaglianze
18 Luglio Lug 2019 0600 18 luglio 2019

La tirannia della minoranza: ecco perché la democrazia non funziona più

Viviamo in società altamente diseguali, e quel che è peggio è che non c’è modo di uscirne. Per questo serve una "tirannide" di pochi che sappiano prendersi cura degli interessi dei meno abbienti della società

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Photo by Randy Colas on Unsplash

Gli occidentali sono abituati a dividere il mondo politico tra “buoni” - i governi democratici - e “cattivi” - i regimi autoritari. Eppure, nella Cina degli ultimi trent’anni, è emerso con forza un modello diverso. È quello della meritocrazia politica, che con la sua straordinaria efficienza e i suoi sorprendenti risultati sembra mettere a dura prova le nostre convinzioni: crescita economica costante, sempre maggiore prestigio internazionale, una macchina amministrativa efficiente sembrerebbero dimostrare che il modello cinese funzioni molto meglio di quelli ai quali siamo abituati.

Pubblichiamo un estratto di Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia di Daniel A. Bell (edizioni Luiss)

In una democrazia, secondo Aristotele, le classi inferiori (la maggioranza) domineranno, così le proprietà dei ricchi non saranno al sicuro. Il filosofo riconosceva che i ricchi potessero esercitare un potere di corruzione, tentando altri cittadini ad abbracciare una vita che puntasse ad acquisire ricchezze illimitate (e i piaceri oziosi ai quali la ricchezza dà accesso) a spese del vivere bene – il che aiuta a spiegare perché nel migliore regime possibile proponesse di togliere la cittadinanza ai commercianti – ma non prevedeva la possibilità che fosse la minoranza ricca a trovare modi di avanzare i suoi interessi economici a spese della maggioranza, in sistemi politici democratici nei quali i poveri (teoricamente) hanno più potere politico. I padri fondatori degli Stati Uniti, a prescindere dalle diferenze politiche, concordavano con Aristotele sul fatto che il commercio compromettesse la capacità di avere un giudizio politico indipendente. Per ridurre al minimo il potere della proprietà privata, “la costituzione includeva quel che allora erano titoli di proprietà estremamente limitati per gli elettori e – in netto contrasto con le pratiche di quasi tutti gli Stati – nessuno per i rappresentanti eletti”. I fondatori però temevano l’oclocrazia più che il potere economico dei ricchi, e cercarono di contenere la possibilità della tirannide della maggioranza con istituzioni come quella del collegio elettorale, il Senato deliberativo, e corpi istituzionali non eletti come la Corte Suprema. Una stampa libera avrebbe contribuito a denunciare gli abusi di potere da parte delle élite, ed è possibile che fossero anche stati incoraggiati da quella che sembrava l’alba di un’epoca pluralista “quando un ampio spettro di gruppi sociali, relativamente uguali per potere e influenza, possono soppiantare la contrapposizione tra cittadino povero/ricco che aveva prevalso nelle repubbliche delle epoche precedenti”.

Sembrava altamente improbabile che i ricchi potessero esercitare tirannide economica in un sistema democratico basato sulla logica di una persona (o, più precisamente, un uomo bianco) un voto; perciò, i padri fondatori non cercarono di arginare il potere dei ricchi attraverso istituzioni che riconoscessero, afrontassero o riflettessero distinzioni socioeconomiche. Il principale pericolo della democrazia, come Alexis de Tocqueville osservò nel capolavoro del 1835 La democrazia in America, è piuttosto che la maggioranza meno ricca del paese sfrutti il proprio potere politico per espropriare la ricchezza: “In tutte le nazioni del mondo, il maggior numero è sempre stato composto dai nullatenenti o da quelli che possedevano troppo poco per poter vivere discretamente senza lavorare. Dunque il sufragio universale dà veramente il governo della società ai poveri”.

Quel che i fondatori non previdero (o temettero) fu il rapido sviluppo del capitalismo industriale nei successivi due secoli, seguito poi dalle grandi concentrazioni di ricchezza e dall’aumento delle disuguaglianze. Oggi, interessi di minoranze solide e organizzate possono in efetti avere la meglio rispetto a maggioranze relativamente senza potere su questioni come la legislazione ambientale, il controllo delle armi, e la regolamentazione delle istituzioni finanziarie. Dal momento che in genere la gente ha poco tempo o energie per dedicarsi alla politica, piccoli gruppi con forti motivazioni economiche o ideologiche possono esercitare un’influenza sproporzionata nel processo politico, o bloccando il cambiamento che sia nell’interesse comune, o facendo lobbying per politiche che vadano a beneficio soltanto dei loro interessi. Il problema è ingrandito quando la classe dei più abbienti ha sia un chiaro senso di quali siano i suoi interessi economici, sia la motivazione di difenderli contro gli interessi della maggioranza degli elettori. L’influenza del denaro nella politica è il flagello di quasi tutte le democrazie contemporanee, e gli Stati Uniti costituiscono forse il caso più estremo. Contrariamente alla prosperità condivisa, caratteristica dei decenni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, nell’ultima generazione la grande maggioranza degli americani è di gran lunga rimasto indietro rispetto a un ristretto segmento della società di superricchi: “Dal 1979 fino alla vigilia della Grande Recessione, l’un per cento più ricco del paese ha ricevuto il 36 per cento di tutti gli incrementi di reddito per nucleo familiare – anche dopo aver tenuto conto del valore dell’assicurazione sanitaria fornita dal datore di lavoro, di tutte le tasse federali e di tutti i benefit governativi. […] La crescita economica è stata anche più sbilanciata tra il 2001 e il 2006, periodo durante il quale la quota di incrementi di reddito andati all’un per cento più ricco è salita al 53 per cento”.

Questo divario di reddito viene spesso attribuito al cambiamento tecnologico e alla globalizzazione, che premia notevolmente i vincitori, ma lascia dietro di sé molti perdenti: come osserva Charles S. Kupchan: “La fonte primaria delle fortune in declino del lavoratore americano è la competizione globale”. Ma la disuguaglianza negli Stati Uniti è cresciuta in modo costantemente più rapido che in altre democrazie benestanti, e una causa importante, secondo Jacob S. Hacker e Paul Pierson, è una lunga serie di cambiamenti di politiche governative che hanno favorito i ricchi in modo spropositato: attività di lobbying politica da parte del settore delle aziende e quello finanziario hanno portato i funzionari pubblici a riscrivere “le regole della politica americana e dell’economia americana in modi che sono andati a beneficio dei pochi e a spese dei molti”.

Dalle leggi sulle imposte alla deregulation, dalla governance aziendale ai problemi di sicurezza della rete, gli interessi economici hanno esercitato pressioni sul governo affinché mettesse in atto politiche per permettere a chi era già ricco di accumulare una quota sempre maggiore della ricchezza della nazione. Anche dopo il crollo finanziario del 2008, le banche più colpevoli sono state in grado di continuare a controllare le decisioni di chi formulava politiche e dei legislatori, e il ristretto gruppo di individui che guadagna più di 50 milioni di dollari ogni anno si è quintuplicato dal 2008 al 2009. Con la ripresa economica nel 2009-2010, il 93 per cento degli incrementi del reddito sono andati all’un per cento più ricco dei contribuenti. Forse un macroscopico divario di reddito non deve costituire causa di preoccupazione, anche se la nuova ricchezza è concentrata proprio ai vertici. Dal punto di vista della giustizia, quel che conta davvero è il destino degli svantaggiati: secondo la teoria della giustizia di John Rawls, le disuguaglianze di reddito possono essere giustificate se vanno a beneficio dei meno abbienti. Negli Stati Uniti, al contrario, i poveri sono divenuti anche più poveri: nel mese di novembre del 2012, il Census Bureau ha riportato che più del 16 per cento della popolazione statunitense viveva in condizioni di povertà, compreso quasi il 20 per cento dei bambini (il livello più alto dal 1993), salito dal 14,3 nel 2009. E i più poveri dei poveri stanno anche peggio: nel 2011, chi nel paese era in condizione di estrema povertà, a intendere il numero di nuclei familiari che viveva con meno di 2 dollari al giorno prima di benefit governativi, era il doppio del livello del 1996, con 1,5 milioni di nuclei familiari e 2,8 milioni di bambini.98 In breve, il problema non è soltanto che i superricchi stanno divenendo più ricchi, ma anche che i più poveri tra i poveri si stanno impoverendo ulteriormente.

Un’altra argomentazione contro le critiche egualitarie è che grandi divari di reddito sono necessari per il progresso economico. L’economista Daron Acemoglu sostiene che il capitalismo spietato negli Stati Uniti consente più innovazione di quanto non faccia la spesa per il welfare in paesi relativamente egualitari come la Svezia: “L’impegno in attività innovative richiede incentivi che arrivano per le ricompense diferenziali per tale impegno. Di conseguenza, un divario più ampio tra imprenditori che hanno successo e chi non lo ha aumenta l’impegno imprenditoriale e quindi il contributo di un paese verso la frontiera del mondo tecnologico”.99 L’innovazione aumenta il tasso di crescita dell’intera economia mondiale, con l’implicazione che “capitalisti teneri” viaggiano gratis grazie al capitalismo spietato degli Stati Uniti (si potrebbe aggiungere che le spese militari smisurate degli Stati Uniti forniscono una protezione agli alleati e consentono loro di spendere di più per il welfare). Ma gran parte dell’incremento del reddito ha dato benefici al settore finanziario e si può indubbiamente afermare che complesse innovazioni finanziarie abbiano arrecato più danni che benefici occultando i rischi a trader, buyer e organismi di regolamentazione, contribuendo in definitiva alla crisi finanziaria del 2007-2008. 100 Perdipiù, l’idea che le società nordiche siano meno innovative degli Stati Uniti è controversa, e lo stesso Acemoglu riconosce che gli Stati Uniti possono fornire una maggiore rete di sicurezza in basso, pur permettendo smisurati guadagni ai vertici.101 In ogni caso, la disuguaglianza di reddito non è preoccupante sino al punto da costituire una minaccia per il sistema politico democratico. Negli Stati Uniti gli elettori sono ancora convinti che il loro paese sia ricco di opportunità tanto da far risalire la scala dei redditi anche se la realtà è ben diversa:

[Gli Stati Uniti sono] meno mobili di quasi ogni altra democrazia industrializzata al mondo. […] Eppure, per una delle grandi ironie dell’opinione pubblica americana, sono ancora il luogo in cui la fiducia meritocratica arde di più. […] Dal 1983 un sondaggio CBS/New York Times chiede alla gente: “Pensa che sia ancora possibile in questo paese partire da poveri, lavorare sodo e diventare ricchi?”. Nel 1983 il 57 per cento ha dato risposta affermativa, e nel 2007 la percentuale è salita all’81 per cento. Anche nel 2009, a seguito della peggiore crisi finanziaria della storia recente, e livelli di disoccupazione epidemici, la stragrande maggioranza degli intervistati (72 per cento) nutriva ancora fiducia nell’affermazione. Tali (false) convinzioni mantengono la stabilità del sistema politico perché i “perdenti” non lo colpevolizzano quanto dovrebbero. Il sistema elettorale stesso fornisce anche un elemento di controllo illusorio. Il dibattito sulla politica attuale – sui media e nella vita di tutti i giorni – è dominato dalla tradizionale narrazione delle elezioni foriere di cambiamento.

Come osservano Hacker e Pierson: “Gli scontri tra il ‘team rosso’ e il ‘team blu’ non sono tanto diversi da una partita tra i Celtics e i Lakers. Questo è di certo il motivo per cui la politica come spettacolo elettorale è così attraente per i media: è entusiasmante, ed è semplice. I tifosi possono memorizzare le statistiche dei loro giocatori preferiti o diventare esperti delle grandi partite del passato. Tutti, tuttavia, possono godere dell’avvincente spettacolo di due team altamente motivati che si battono”. Nella realtà, la formulazione di politiche avviene tra un’elezione e l’altra, perlopiù lontano dai riflettori dei media: è lì che i grandi interessi aziendali si mobilitano e fanno pressioni a chi formula politiche per influenzare la struttura di mercati “privati” a loro favore. Per proseguire la metafora sportiva, è come se i tifosi di baseball credessero di poter influenzare i risultati delle partite perché possono votare per i giocatori dell’All-Star-Game, senza rendersi conto che i risultati sono perlopiù determinati dalla ricchezza delle squadre e dalle regole di proprietà della lega. Un’elezione, in altre parole, aiuta a spostare l’attenzione dai problemi politici inducendo la (spesso falsa) convinzione che cambiare il governo sia il modo più efficace per ottenere il cambiamento politico, e l’irrazionalità degli elettori aiuta a limitare il danno politico della disuguaglianza di reddito.

Da un punto di vista morale, un sistema economico e politico la cui stabilità si fondi su false convinzioni non è desiderabile quanto dovrebbe. Ma anche più importante è il fatto che la disuguaglianza di reddito è negativa per la società. Più la società è diseguale, minore sarà la mobilità sociale. Facendo riferimento a estesi dati statistici, lo studioso di scienze sociali Richard Wilkinson sostiene che la disuguaglianza sfocia in stress, lo stress crea malessere a livello individuale e di massa, e la società in generale sofre di una difusa infelicità e livelli elevati di violenza, depressione, e sfiducia nella società. Bastano riduzioni contenute nella disuguaglianza per raggiungere migliori condizioni di salute, meno violenza, e relazioni più armoniose tra i membri di una famiglia, di una società e con l’ambiente. In altre parole, c’è bisogno di ridurre livelli elevati di disuguaglianza di reddito, anche se chi sta peggio non è disperatamente povero, se l’economia è molto innovativa e se la disuguaglianza viene sostenuta dall’irrazionalità degli elettori.

Quindi che cosa andrebbe fatto? Timothy Noah avanza soluzioni al problema della disuguaglianza di reddito senza inficiare l’istituzione della democrazia elettorale: un sistema fiscale più progressivo, più lavoratori nel settore federale, un aumento dell’importazione di manodopera specializzata, l’allargamento universale all’istruzione in età prescolare, il controllo dei costi di college e università, la regolamentazione di Wall Street, e una ripresa del movimento dei lavoratori; sprona gli elettori ad appoggiare un presidente democratico. Possono esserci ragioni di ottimismo. Echeggiando il revival delle cause progressiste dopo la Grande Depressione, la crisi finanziaria e le sue conseguenze hanno aumentato la preoccupazione pubblica per la disuguaglianza di reddito e le sue cause reali. Dalla critica mossa dal presidente Obama alle istituzioni finanziarie agli interventi e alle denunce dei media che sottolineano il predominio economico dell’un per cento, “i molti” potrebbero rendersi conto della realtà e della necessità del cambiamento.

Forse però il problema va più in profondità e non può essere afrontato semplicemente scrivendo libri che espongono le cause della disuguaglianza di reddito e spronano gli elettori a diventare più razionali e a cercare il cambiamento politico negli interessi economici della maggioranza. Se il sistema democratico può essere così facilmente tenuto in scacco da gruppi organizzati che promuovono gli interessi dell’élite ricca e se le elezioni stesse allontanano l’attenzione generale dal problema reale (e se le persone sembrano più inclini a credere a favole alla Horatio Alger di persone passate dalla miseria alla ricchezza che ai dati presentati dagli studiosi di scienze sociali), è possibile prendere delle misure per ridurre la disuguaglianza senza mettere in dubbio la democrazia elettorale? Un crescente numero di critici sostiene che il modello di governo basato primariamente sul voto popolare non riesce a fare in modo che le élite politiche siano responsabili e sensibili all’opinione pubblica nel suo insieme e non ostacola l’influenza sproporzionata dei ricchi sulle attività del governo.

La politica elettorale può essere completata da istituzioni come i sondaggi deliberativi con l’intento di creare un’opinione pubblica più informata e riflessiva, ma finché le elezioni sono viste come il solo (o il principale) meccanismo per scegliere persone “reali” che prendono decisioni, sarà difcile, forse impossibile, contrastare la “tirannide della minoranza ricca” nelle democrazie capitaliste. Un’alternativa alla democrazia elettorale: contenere i capitalisti Forse per contenere il potere dei capitalisti c’è bisogno del pugno di ferro. Come sappiamo, Karl Marx teorizzava l’esproprio della proprietà privata e una “dittatura del proletariato” come la fase temporanea sulla strada verso il vero comunismo, ma “esperimenti” di marxismo nel Ventesimo secolo hanno (a ragione) delegittimato quell’opzione. Ci sono comunque altre possibilità. Niccolò Machiavelli è noto soprattutto per la sua cinica proposta di ricorrere ad astuzia e doppiezza nell’arte di governare, ma disprezzava il governo dei ricchi ed era a favore di repubbliche in cui la gente contesta con vigore e contiene la condotta delle élite politiche ed economiche attraverso voti extra elettorali. Ispirato da Machiavelli, John P. McCormick propone nel contesto americano un corpo cittadino che escluda le élite socioeconomiche e quelle politiche e che accordi a persone comuni scelte a caso una significativa autorità di veto, legislativa e di censura all’interno del governo e sui funzionari pubblici. In teoria, questo tipo di corpo cittadino potente potrebbe contrastare l’influenza sproporzionata esercitata dai ricchi sulle attività governative, ma non è politicamente realistico. Prima di tutto, i ricchi probabilmente non si arrenderebbero senza lottare.

McCormick suggerisce una misura per “privare i magnati dei loro privilegi” con il loro consenso: “potremmo considerare di proporre che gli individui che guadagnano di più nelle condizioni presenti, ad esempio 150.000 dollari di reddito, o che appartengono a nuclei familiari con un reddito netto superiore a 350.000 dollari (reddito, proprietà immobiliari e beni), siano sollevati da tutte le imposte come compensazione per rinunciare al diritto di votare e di candidarsi a una carica pubblica, o di contribuire con fondi alle campagne politiche”. Ma anche se i ricchi valutano la ricchezza più di onori o cariche, come riconosce McCormick, non è probabile che “resistano alla tentazione di convertire il loro privilegio economico in potere politico, soprattutto per usare quest’ultimo per gonfiare ulteriormente il primo”. Ancora più fondamentale, la pratica del sufragio universale (lo ripeto!) è divenuta quasi sacra nelle società democratiche moderne, e qualsiasi richiesta affinché le istituzioni politiche escludano formalmente una classe di persone non sarà probabilmente approvata da un punto di vista morale (per non parlare del problema che tali proposte violerebbero la costituzione statunitense). Non saranno soltanto i ricchi a obiettare alle proposte di privare una classe di uguali diritti di cittadinanza: lo faranno quasi tutti coloro che appartengono alle società democratiche, anche se non è nel loro interesse economico farlo.

Perciò, ancora una volta, è meglio guardare a società non democratiche per alternative realizzabili. Le meritocrazie politiche, sgravate dalla necessità di scegliere leader politici attraverso elezioni libere ed eque, potrebbero avere più facilità nel tenere a freno il potere politico del capitale senza sacrificare meccanismi di mercato che sono il fondamento di innovazioni e capacità produttiva. L’ascesa economica di Singapore è stata guidata da leader scelti per merito che hanno costantemente sfruttato i radicali cambiamenti globali. Il governo ha tenuto molto a freno la finanza interna e fatto quel che poteva per invitare aziende internazionali, pur rimanendo al passo con le ricerche delle scienze sociali sui modi migliori di regolamentare la finanza e conservare la capacità di mettere in atto misure necessarie scevre dagli interessi particolari delle lobby. Come osserva The Economist, “le sole persone che hanno letto la pantagruelica legge di regolamentazione finanziaria Dodd-Frank nella sua interezza sono gli accademici americani, che la trovano una gran confusione, e la Singapore Monetary Authority, che ne sta studiando le opportunità”.

La Cina, da parte sua, ha sviluppato un modello di capitalismo statale che mantiene le principali leve di intervento nelle mani del governo. Il modello ha consentito di evitare le grosse crisi finanziarie ed economiche che hanno funestato le democrazie capitaliste negli ultimi trent’anni, di indirizzare lo sviluppo in settori vitali come le telecomunicazioni, i trasporti e l’energia e di mantenere il controllo sugli investimenti stranieri e sulle fluttuazioni finanziarie. Ma la Cina e Singapore non sono messe molto meglio degli Stati Uniti in termini di disuguaglianza di reddito, che è peggiorata negli ultimi vent’anni. Anche se entrambi i paesi hanno livelli elevati di proprietà della casa e bassi livelli di disoccupazione (soprattutto Singapore), che riducono gli efetti tossici della disuguaglianza di reddito, ridurla è un problema sociale e una sfida politica quasi quanto lo è negli Stati Uniti. Quindi che cosa si può fare per tenere sotto controllo questa altissima disuguaglianza di reddito? Nel caso della Cina, Martin King Whyte sostiene che la leadership deve mettere in atto riforme forti e generali di politica fiscale, nell’ambito dei modelli di investimento, nei prestiti da parte di banche statali, nell’accesso all’istruzione e nel sistema hukou (registrazione dei nuclei familiari).

A prescindere dal sistema politico, tuttavia, in società molto diseguali le riforme avranno successo soltanto se i ricchi sono in qualche modo spinti a interessarsi di più agli altri membri della società. E il modo migliore perché i ricchi e potenti si interessino ai meno fortunati non sono argomentazioni razionali, ma piuttosto la creazione di un senso di comunità che emerga dalla comune interazione sociale. Per esempio, non sarebbe troppo difficile per cittadini ricchi giapponesi o svedesi evitare (o evadere) tassi elevati d’imposta e altre misure che abbiano l’intento di ridistribuire la ricchezza, ma si attengono perlopiù alle regole e non soltanto perché devono, ma anche perché provano un senso di solidarietà con il resto della società. Questa volontà di osservanza viene spiegata soprattutto dal fatto che i ricchi non si sono ritirati in loro comunità: i giapponesi abbienti partecipano a rituali comuni e alle attività quotidiane che generano un senso di identità comune. Negli Stati Uniti invece si è verificata una riorganizzazione geografica “negli ultimi trent’anni, le comunità sono sempre più segregate non solo per razza, ma anche per appartenenza politica, cultura e reddito. La probabilità anche soltanto di vedere, per non parlare di scambiarsi opinioni, chi non condivide la vostra precisa identità demografica sta divenendo sempre più remota”. Di conseguenza, l’élite ricca americana è incredibilmente indiferente ai grandi problemi della classe lavoratrice, come la disoccupazione, ed è più conservatrice di chiunque altro su un’ampia gamma di questioni economiche.

In Cina, le tendenze sono simili (seppur non così estreme): i ricchi popolano città urbane costiere, e vivono all’interno di comunità ad accesso controllato, con il risultato che ci sono meno attività sociali condivise e sempre più alienazione reciproca e incomprensioni tra le classi. Come promuovere allora una maggiore interazione sociale tra classi diverse? È irrealistico aspettarsi che i leader di grandi aziende sviluppino un maggior senso di solidarietà; in un’epoca di globalizzazione, le aziende hanno interessi diversi e in conflitto con quelli della loro “madrepatria”, sia essa democratica o meno. Ma i leader politici possono provare a mettere in atto politiche che mescolino le classi sociali, come quella di leggi sulla zonizzazione che limitano comunità ad accesso controllato per i ricchi. Ugualmente, se non anche più importante, i leader dovrebbero assicurarsi che i fondi per la scuola non dipendano soltanto dalle fonti di reddito locale, in modo da evitare (come è più tipico negli Stati Uniti) di avere scuole di qualità più elevata nei quartieri più ricchi e per i ricchi e scuole di bassa qualità in quartieri poveri e per i poveri.

Negli Stati Uniti, probabilmente, la leadership politica è stimolata a provare a ridurre la disuguaglianza di reddito, ma non ha la capacità di farlo: gli sforzi del presidente Obama saranno con tutta probabilità ostacolati da quelli delle lobby che esercitano pressioni sui membri del Congresso affinché mettano in atto misure a beneficio dei ricchi. Nella politica americana, è difcile fare una cosa e facile bloccarla, e l’ostruzione da parte di interessi specifici è aumentata nel corso degli anni. Operando una grande semplificazione, la Cina ha il problema opposto: la leadership del paese ha maggiore capacità di mettere in atto misure con l’intento di ridurre il divario di reddito (comprese misure per mescolare le classi sociali), ma non ha sufficiente motivazione per farlo. I principali leader cinesi, prima di tutto, tendono a essere o personalmente ricchi o legati a famiglie con possedimenti enormi. Quale sistema potrebbe migliorare?

Secondo me, è meno difficile provare a motivare leader in un sistema che in genere consente loro di mettere in atto politiche una volta che hanno deciso di farlo, che cambiare un sistema politico disfunzionale che ostacola leader con buone intenzioni. La chiave per trovare la motivazione è quella di incoraggiare maggiore esperienza diretta con i più sfortunati, in modo da generare sensibilità per il loro destino. Negli Stati Uniti, si assiste a leader politici progressisti come il presidente Obama che compiono uno sforzo deliberato nel dedicarsi agli svantaggiati in quartieri poveri come parte di un autoimposto programma di educazione politica. Ma gran parte dei leader non avranno tale accortezza. In Cina, al contrario, vi è una crescente consapevolezza della necessità di infrangere le barriere sociali tra le persone. Negli ultimi anni, parte della formazione politica dei quadri del PCC prevede che trascorrano lunghi periodi (di almeno un anno) in comunità rurali povere, e questi leader arriveranno ai vertici del potere nel corso dei prossimi decenni. Se è vero che il modo migliore per sensibilizzare le élite potenti alle condizioni in cui versano i poveri è quello di incoraggiare la mescolanza tra classi sociali diverse come parte dell’educazione politica, allora la Cina è dalla parte buona della storia. Il problema negli Stati Uniti (e in altre società democratiche) è che i leader politici vengono scelti dalla gente e non devono avere una formazione che intenda estendere sensibilità di classe; nessuna specie di formazione alla leadership politica può divenire obbligatoria nelle democrazie elettorali. Perciò, per una meritocrazia politica sarà più semplice introdurre una formazione politica obbligatoria per i futuri leader con l’intento che capiscano e si prendano cura degli interessi dei membri meno abbienti della società. Al momento, la “tirannide della minoranza” può avere problematicità simili in Cina e negli Stati Uniti, ma potrebbe essere più realistico aspettarsi dei miglioramenti in Cina.

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