sbarcare il lunario
20 Luglio Lug 2019 0600 20 luglio 2019

Razzismo spaziale: l’America che andò sulla Luna era quella dei bianchi (tra le proteste dei neri)

Oggi celebrata come un evento epocale, la missione Apollo 11 fu contestata da ampie fasce della popolazione, soprattutto quelle delle minoranze di colore, discriminate e povere. Non mancarono anche fisici e musicisti. È morale mettere i soldi in queste cose quando le persone non hanno da mangiare?

moon landing
NASA / AFP

Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità. Sì, ma quale? Una parte poco raccontata della storia dello sbarco dell’uomo sulla Luna riguarda una fetta della popolazione americana rimasta a terra. Quella composta da minoranze di colore, discriminate, impoverite, sfruttate, che il giorno prima che Buzz e Aldrin mettessero piede sulla Luna, aveva manifestato a Cape Canaveral, con carri trainati da mule e cartelli contro la disuguaglianza negli Usa. Perché, chiedevano, il governo americano aveva speso milioni di dollari per mandare qualche bianco sulla Luna e non aveva pensato a migliorare le loro condizioni?

Come si racconta bene qui, a capo delle proteste c’era il reverendo Ralph Abernathy, combattente per i diritti civili per le persone di colore e seguace di Martin Luther King. “Un quinto della popolazione americana non ha accesso a una alimentazione adeguata, mancano case, vestiti, medicine”, spiegò Abernathy a Thomas Paine, a capo della Nasa. E i soldi “usati per il programma spaziale dovrebbero essere spesi per nutrire gli affamati, vestire gli ignudi, occuparsi dei malati e dare casa ai senzatetto”.

Quello che oggi viene celebrato come un evento storico epocale (e lo è, senza nessun dubbio) all’epoca era osteggiato da molti. Gli Usa erano nel mezzo del pantano del Vietnam e ampie fasce della popolazione si trovavano in povertà. Le proteste montavano da mesi, anzi anni. E quella appena precedente lo sbarco andava a segnare forse il momento più difficile della Nasa. Ma la risposta di Paine non lasciò spazio a dubbi: “Se potessimo risolvere il problema della povertà negli Usa soltanto non schiacciando questo bottone [quello del lancio], noi lo schiacceremmo”.

Ma da allora la domanda è rimasta viva, e il dubbio anche. È legittimo/opportuno finanziare operazioni costosissime per risultati notevoli ma comunque simbolici? Se lo chiedeva anche il fisico nucleare Leo Szilard, che non era proprio una colomba: insieme a Einstein aveva scritto a Roosevelt ai tempi della Seconda Guerra Mondiale per chiedergli di sostenere il programma nucleare prima che ci arrivassero i tedeschi. Secondo lui la Luna “non è né scienza né pane. È solo un circo. Gli astronauti sono i gladiatori. È una cosa da pazzi”.

Era una posizione condivisa, e tanti erano arrabbiati. Tanto che Gil Scott-Heron, uno dei precursori del rap, scrisse una poesia al riguardo: “Un topo ha mroso mia sorella Nell, mentre i bianchi erano sulla Luna. La sua faccia e le sue braccia hanno cominciato a gonfiarsi, mentre i bianchi erano sulla Luna. Non posso pagare il medico, però i bianchi sono sulla Luna. E tra 10 anni starò ancora pagando, e i bianchi saranno sempre sulla Luna”.

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