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23 Luglio Lug 2019 0601 23 luglio 2019

La metamorfosi di Giuseppe Conte, da segnaposto del Monopoli a uomo della provvidenza

Ne parlavano come di un segnalino del gioco del Monopoli, e invece, a quanto pare Giuseppe Conte mette d’accordo tutti, dai cattolici devoti modello Padre Pio, ai Cinquestelle, alla massoneria

Giuseppe_Conte_Linkiesta
Miguel MEDINA / AFP

Alla fine, come in un romanzo d’appendice, ricalcato sulla storia dei gagliardi moschettieri, il cadetto divenne duca, o forse conte, con titolo riconosciuto e segnato in cima alle insegne, la carrozza dorata con i palafrenieri finalmente a disposizione, così sotterrando chi, infame, aveva cercato di tenerlo in ombra, l’impostore crudele che con mille bugie e sotterfugi, affidandosi al plauso della plebe di tutto ignara, si era fatto strada conquistando, usurpando invece lui carrozza, armigeri, birri e palazzo, addirittura dal semplice titolo di ministro degli Interni. Alla fine, se non proprio un duca o un duca conte come nella saga di Fantozzi, ce la fece un Conte, Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, accompagnato dal coro ingrato del "chi l’avrebbe mai detto, eh?"

Dacché sembrava l’uomo, nel migliore dei casi, un provinciale, un “miracolato” (cit.), un semplice aspirante barone universitario, affari e toga da Senato accademico nel migliore delle opportunità, un personaggio più idoneo alle macchiette di Petrolini che non a un dramma shakespeariano, assodato che se Macbeth deve fare i conti con lo spettro di Re Duncan che ne turba i sonni, il premier Conte, solitamente riceve in visione la barba di Padre Pio, orco buono di un Dio meridionale, Sud e Magia, direbbe l’etnologo Ernesto De Martino, e terra del rimorso, ma anche, come nel caso del prof nostro, dell’inimmaginabile, soprattutto quando, caduti tutti gli altri, alla fine perfino le pupille del Quirinale si posarono su di lui, proprio sul presidente Conte, sciogliendo così l’incantesimo di chi lo riteneva solamente un segnaposto, simile ai segnalini del gioco del Monopoli - avete presente, no? - fungo, pera, fiasco, candela, paperella, dai, a vostra libera scelta immaginare quale di questi corrisponda meglio a Giuseppe.

Alla fine perfino le pupille del Quirinale si posarono su di lui, proprio sul presidente Conte, sciogliendo così l’incantesimo di chi lo riteneva solamente un segnaposto

Il miracolo, chiamalo pure politico e istituzionale, avvenne mentre questi, Conte, in attesa degli eventi, prese a guardarsi allo specchio, rimirando viso e ciuffo, magari non proprio convinto di essere il più risolto, il più gratificato, nonostante la carta da visita filigranata Palazzo Chigi. Di più: il più bello del reame, del condominio gialloverde, convinto di questo proprio mentre si rassettava il fazzoletto bianco nel taschino con la medesima soddisfazione capitolina di chi, nei giorni dei saldi, nell’attesa di conquistare un Aquascutum o un Burberry, continui a fare caso al proprio volto riflesso sulle vetrine di “Davide Cenci” a Campo Marzio, luogo per definizione d’invesitura in blazer ministeriale.

Come nel celebre romanzo d’appendice degli incappucciati vendicatori, i “Beati Paoli”, almeno inizialmente, a nessuno, neppure agli altri ingordi duchi laggiù, andava bene che un semplice prof, un cadetto, un capitano di ventura come D'Artagnan, divenuto, vai a sapere come, pubblicamente titolato, potesse immaginare di fare tutto in proprio, senza più suggeritori, più nessuno a dirgli di non montarsi la testa, un semplice segnalino, appunto, sebbene residente nel già menzionato Palazzo; per dirla con enfasi da storia repubblicana: dalla grisaglia di De Gasperi al ciuffo di Giuseppe Conte, e tu che non ci credevi!

Addirittura voci di massoneria, dunque piuttosto attendibili, assicurano che per il nostro ci sarebbe già pronto un partito, accroccato proprio per lui, finalmente tutto suo, lo si chiama, sì, “premier per caso”, sinonimo del ben più natalizio miracolato che sa di presepio, ma intanto perfino in Vaticano immaginano davvero una “Lista Conte”, un centro ritrovato, le suore Dorotee già lì con ago e filo per subito rammendare gli strappi nel costume secolare cittadino della concertazione, di più, della doverosa e necessaria consociazione, con Rocco Casalino sempre lì, ancora lui, cravatta azzurro-meringa, a fare da ufficiale di collegamento, anche in quest’altro caso chi l’avrebbe mai immaginato?

Incredibile a dirsi, eppure secondo i sondaggi il gradimento personale dell'avvocato finora invisibile è alto o comunque sufficiente per scommettere su di lui come figura di transizione dopo il passaggio dell’orda trucida populista e sovranista con degno estremismo fascistoide e insieme incapacità cazzara, anche Oltretevere lo riterrebbero attendibile, pure la Comunità di Sant'Egidio avrebbe dato il suo placet; restando ai segnalini, la candela o il funghetto Conte gli starebbe bene.

Addirittura voci di massoneria, dunque piuttosto attendibili, assicurano che per il nostro ci sarebbe già pronto un partito

Se le cose stanno così, dopo non avere creduto ai propri occhi per l’approdo a Palazzo Chigi, si può ben immaginare uno scivolo ulteriore per l’ex miracolato, il premier potrebbe finalmente prendere atto che non si tratti di una semplice paramnesia, cioè un falso ricordo, una distorta percezione di sé, smettendo così di pensarsi come semplice controfigura. Sempre per dirla con la storia dei “Beati Paoli”, un Blasco di Castiglione, il cadetto, il capitano di ventura, che infine diventa lui, dopo mille peripezie, intrighi, duelli, fughe in carrozza, il nuovo duca, succedendo a tutti gli altri duchi, sia il buono sia il malo, che non avrebbero mai supposto un simile epilogo. Perfino alla faccia di quell’altro, Salvini, che forse Capitano lo era soltanto nelle stringhe di Twitter e negli occhi innamorati sotto la frangetta del suo Luca Morisi, regista del musicarello sovranista con Matteo a ballare in tuta acetata da caserma, come un tempo Gianni Morandi con Laura Efrikian.

Tuttavia, a pensarci bene, più che nei panni dei duchi Albamonte della Motta, Giuseppe Conte è un po’ personaggio da “Guerra lampo dei Fratelli Marx”, c’è finalmente da immaginarlo, proprio come fa Groucho, a sforbiciare i pennacchi dei corazzieri mentre questi gli sfilano davanti, ormai convinto che quando Mattarella lo convoca sul Colle è esattamente lui che chiama. Rieccolo che si guarda allo specchio nell’attesa della telefonata di un Franceschini o di chissà chi altri, come lui duchi conti, interlocutori del Pd o giù di lì, perché, a pensarci bene, mica ci sarebbe nulla di male a trovarsi insieme, no? Perfino un pezzo di amici e amiche del Movimento 5 Stelle stanno lavorando nella direzione del dopo "governo del cambiamento", non te lo dicono espressamente, ma lui sa bene che è così, che le trattative ci sono già, e Mattarella, dai, non direbbe di no, così pensano certamente quelli che hanno mangiato la foglia rendendosi conto che con la Lega e Salvini c’è poco da stare sereni, da spartire, poco di buono da aspettarsi, anzi, come si dice prosaicamente, quello ti mangia in testa.

Sembra di vederlo già Giuseppe Conte fra qualche anno, mentre taglia il nastro tricolore della TAV finalmente portata a compimento, il giorno dell'inaugurazione ufficiale, con il vescovo e i generali, sorride, ripone le forbici sul cuscino di raso rosso e via con gli applausi, come avrebbe fatto un tempo la contessa Pia Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare o un qualsiasi ministro socialdemocratico del sole nascente, che so, un Tremelloni o un Nicolazzi, e sorride soddisfatto, Conte, intravedendo già la targa all’imbocco del tunnel, dove ci sia scritto “qui, governando Giuseppe Conte…”, la stessa targa dove qualcuno, certamente, a pennarello prima poi segnerà un grande “nun ce se crede!

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