La pasta del capitano
23 Luglio Lug 2019 0600 23 luglio 2019

Dai migranti all’autonomia: Salvini continua a fare il duro perché non esiste opposizione

Nonostante i danni collaterali del Russiagate, il ministro degli interni vola nei sondaggi ed è riuscito a capitalizzare il sentimento diffuso di insicurezza nel Paese. Il capitano pensa che gli italiani digeriranno tutto e si affideranno all'odio del loro condottiero

Salvini_Linkiesta
EMMI KORHONEN / LEHTIKUVA / AFP

«Trasformare la paura in odio». Lo slogan di Benito Mussolini, citato da Dario Franceschini in un’intervista al Corriere della Sera e accostato a proclami e comportamenti di Matteo Salvini, potrebbe effettivamente essere considerato parte del gioco elettorale del ministro degli interni. Gioco duro, forse anche un po’ sporco se pensiamo a diritti calpestati e offese alle istituzioni, ma comprensibile e in fin dei conti politicamente premiante. Come dimostrano i sondaggi in ascesa, nonostante i danni collaterali del Russiagate, il ministro degli interni è riuscito a capitalizzare il sentimento diffuso di insicurezza, il disagio dei ceti più deboli di fronte alle ondate migratorie, le posizioni ondivaghe e a volte illeggibili delle opposizioni, il dilettantismo e le contraddizioni dei grillini su questi e altri temi cruciali. In questo quadro, è conseguenza logica infischiarsene di norme e istituzioni, al punto di liquidare come “balle” anche il Russiagate e di non riferirne in Parlamento. La convinzione evidente del capitano (oggi a dorso nudo sui giornali, forse per fare uno sberleffo ai paragoni di Franceschini) è che gli italiani digeriscano tutto e che i suoi elettori abbiano talmente introiettato la paura da essere pronti ad affidarsi in sempre maggior numero all’odio del loro condottiero.

Un gioco duro può essere anche sporco, o più elegantemente spregiudicato, ma può essere stupido? Un capitano può mollare qualche istante il timone ai sottoposti (anche se questi possono fare danni, vedi alla lettera S, Savoini/Siri), ma può perdere la bussola come sta facendo in queste ore? Sul tema del controllo delle frontiere e della ricerca di nuovi accordi (ed equilibri) fra Paesi europei nell’interesse dei Paesi (Italia, Grecia, Malta) più esposti agli sbarchi di migranti, è stata convocata per ieri un’importante riunione dei ministri degli interni europei. Un segnale forse ancora timido, comunque un segnale per fare capire che la nuova legislazione europea parte con il piede giusto, dimostrando di volere affrontare un tema cruciale, causa peraltro determinante di euroscettismo e di rafforzamento di posizioni sovraniste. Che fa Salvini? Manda una letterina al suo omologo francese, reitera le posizioni italiane di chiusura dei porti, e manda a discutere qualche funzionario del ministero. Come sarà considerato il nostro Paese? Con quale peso politico potranno essere difese e argomentate posizioni peraltro legittime se si parla di solidarietà europea e condivisione del problema? Mistero salviniano, salvo che a pensare male si fa peccato ma a volte ci si azzecca: una provocazione, un modo come un altro per alzare l’asticella e ripetere il ritornello dell’Europa lontana sorda e muta?

Si può correre il rischio di scontentare ancora per un po’ le regioni del nord per continuare la marcia di sfondamento al sud, a spese di alleati scomodi a parole, ma formidabili nel lasciare al capitano il pallino del gioco.

Altro argomento spinoso, il dibattito sulle autonomie. La narrazione imposta da Salvini racconta che i principali ostacoli e freni vadano messi sul conto del presidente del consiglio Conte e degli alleati grillini, preoccupati di scontentare il residuo serbatoio di consenso al sud e decisi a scambiare una autonomia delle regioni annacquata in cambio di altri punti fermi del patto di governo, reddito di cittadinanza e no Tav. Ma le cose sembrano stare diversamente e il problema è ancora tutto interno alla strategia di Salvini. L’ex lumbard, che proponeva al popolo del nord plaudente di disobbedire allo Stato e di farla finita con il Sud terrone e parassita, adesso deve tenere conto del proclama “prima gli italiani” con cui ha declinato tutta la propaganda dell’ultimo anno di governo. La lettera dei governatori del nord al presidente del Consiglio tradisce frustrazione e irritazione per promesse tradite e fallimento di mesi di lavoro e discussioni su temi cruciali. Ma Salvini, almeno fino a questo momento, non sembra deciso a unirsi al coro. Proprio lui, sempre pronto e abile ad aprire il megafono e a parlare alla pancia, appare defilato.

In tutti i casi, il comportamento politico del capitano può rivelarsi “win win”. Si può fare finta che non esistano collocazione internazionale e interessi nazionali e giocare a rimpiattino in un hotel di Mosca, tanto gli elettori pensano ad altro e la televisione salviniana non li informa. Si può lasciare marcire in Europa ancora per un po’ la questione migranti, senza peraltro ottenere nemmeno risultati sul fronte interno, tanto gli elettori sono convinti che ci sia l’invasione dei turchi e che un crociato li stia difendendo con in mano le manette e nell’altra il rosario. Si può correre il rischio di scontentare ancora per un po’ le regioni del nord per continuare la marcia di sfondamento al sud, a spese di alleati scomodi a parole, ma formidabili nel lasciare al capitano il pallino del gioco. Gioco duro, forse sporco, magari stupido. In ogni caso, sulla pelle del Paese.

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