26 Luglio Lug 2019 0720 26 luglio 2019

Mattarella contro Salvini: ecco qual è l’unica grande battaglia che deciderà il futuro dell'Italia

Il Quirinale vuole mettere al sicuro europeismo e conti pubblici, e vorrebbe Draghi come successore al Colle. Il ribaltone Pd-Cinque Stelle è finalizzato a questo: evitare che Salvini strappi e si prenda tutto passando per le elezioni anticipate. Che fanno Renzi e Di Maio?

Salvini Mattarella 2 Linkiesta
PAOLO GIANDOTTI / QUIRINALE PRESS OFFICE / AFP

Dimenticate Salvini contro Di Maio, governo contro opposizione, tecnici contro politici. Se volete capire cosa sta succedendo nella politica italiana dovete concentrarvi sui due unici, veri duellanti: quello che sta al Viminale, che ha il 37% dei consensi e che, se volesse, potrebbe staccare la spina al governo in ogni momento e prendersi tutto. E quello che sta al Quirinale, che ha il potere di sciogliere le Camere e decidere se si deve tornare al voto o se esiste una nuova maggioranza in grado di far continuare la legislatura.

Parliamo di Salvini e di Mattarella, ovviamente, le cui agende configgono dal giorno zero di questa maggioranza, quello in cui Paolo Savona fu clamorosamente bocciato dal Colle come ministro dell’economia gialloverde. Fu subito chiaro, allora, quale fosse la posta in gioco: Mattarella sapeva di non poter bloccare al via l’esperimento del governo nazional-populista, che anzi riteneva necessario per romanizzare i barbari e togliere alle due forze anti-sistema dell’ultimo decennio, trionfatrici nelle urne il 4 marzo, l’alibi della perenne opposizione. Sapeva anche, tuttavia, che con Pd e Forza Italia moribondi sarebbe stato lui e solo lui l’argine a una deriva anti-europea che la nomina di Savona pareva suggerire. Quel No, pur nelle prerogative del Capo dello Stato, fu un messaggio inatteso e chiaro: potete governare, ma non pensate di comandare. Messaggio arrivato a destinazione, insieme alla nomina del mite professore Giovanni Tria al dicastero di via XX Settembre.

Quella battaglia è stato l’antipasto, tuttavia. L’ossessione di Mattarella ha infatti tempi più lunghi: quelli della sua successione, prevista a cavallo tra il 2021 e il 2022. Tutto vuole, il presidente, tranne che a eleggere il nuovo inquilino del Colle sia un parlamento a maggioranza leghista, cosa che presumibilmente si verificherebbe, si andasse a votare oggi. Il rischio è quello di un nuovo caso Savona, di una candidatura sovranista e anti-europeista per la Presidenza della Repubblica, che Mattarella, in questo caso, dovrebbe accettare obtorto collo. Il sogno, dalle parti del Quirinale, è di segno opposto e ha il nome e il cognome di Mario Draghi, presidente uscente della Banca centrale Europea, allievo di Ciampi, custode e garante assieme della stabilità dei conti pubblici e dell’europeismo italiano, contrappeso perfetto, negli anni a venire, di ogni maggioranza sovranista.

Il sogno, dalle parti del Quirinale ha il nome e il cognome di Mario Draghi, presidente uscente della Banca centrale Europea, allievo di Ciampi, custode e garante assieme della stabilità dei conti pubblici e dell’europeismo italiano

Problema: per Salvini, Draghi al Quirinale è come l’aglio per i vampiri. Nella sua narrazione, quella di una politica che va oltre i parametri di Maastricht e i vincoli di bilancio, sarebbe come avere la Troika al Colle, un guardiano supremo delle regole che inibirebbe ogni sua fuga in avanti, ogni sua sfida alla Commissione. Apparentemente, il coltello dalla parte del manico ce l’ha il Capitano: se i Cinque Stelle non stanno con lui in questa partita, cade il governo, si torna al voto e al Quirinale ci va chi dice lui. Soluzione: una maggioranza alternativa che nasca entro l’inizio del 2021, prima del semestre bianco in cui il Presidente a fine mandato non può più sciogliere le camere, prodromica all’elezione di Draghi, o di un profilo analogo al suo.

Tutta la trattativa sotterranea tra Cinque Stelle e Pd nasce con questo scopo: quello di evitare le urne in caso di crisi. E contemporaneamente di porre le basi per una successione di Mattarella che castri alla nascita ogni velleità sovranista e anti-europeista. Ecco perché Salvini ha preso malissimo il voto pro-van der Leyen dei Cinque Stelle al parlamento europeo e ha parlato di una nuova maggioranza in nuce. Perché è proprio lì, nei rapporti con la Commissione Europea che Salvini vuole fedeltà totale da parte di Luigi Di Maio. Ed ecco perché i continui richiami alla stabilità di Conte, così come il suo pervicace tentativo di evitare la procedura d’infrazione, sono stati salutati con più di un moto di fastidio dal Capitano. Che dietro le professioni europeiste e le corrispondenze di amorosi sensi con Bruxelles e il Quirinale del Movimento Cinque Stelle vede l’opera dei tessitori post-democristiani - Franceschini, Gentiloni, Castagnetti, tutti uomini di Mattarella e tutti grandi elettori di Nicola Zingaretti alla segreteria Pd -, all’opera per costruire le condizioni per l’elezione di Draghi.

Ora come ora, per farla breve, il ribaltone è più una questione di quando e come, più che di se

La supposta liason tra Pd e Cinque Stelle sta tutta qui. E le sue probabilità di successo, c’è da scommetterci, aumenteranno a dismisura man mano che si avvicina l’ora X. Difficile, per dire, che un’europeista come Renzi, messo alle corde, faccia saltare un disegno di questo tipo, pur con tutte le remore possibili verso il Movimento fondato da Grillo e Casaleggio. Ed è difficile pure che lo stesso Di Maio, che tra i suoi mentori politici annovera il segretario generale del Colle Ugo Zampetti e lo stesso Enzo Scotti, nel momento in cui si dovrà arrivare al dunque, si auto-immoli per regalare a Salvini il Colle più alto, nonostante le sparate sul Partito di Bibbiano. Ora come ora, per farla breve, il ribaltone è più una questione di quando e come, più che di se.

Se questo è il gioco di Mattarella, quello di Salvini si fonda su due strategie alternative. La prima: un patto di sangue con Luigi Di Maio, nell’ipotesi che l’attuale capo politico dei Cinque Stelle si senta bypassato da Casaleggio e Fico nella trattativa col Pd, proponendogli un nome comune in grado di contrastare Draghi e di solleticare l’entusiasmo dell’elettorato leghista e di quello pentastellato. C’è chi dice che in questo ottica potrebbe tornare in auge il nome di Savona, perfetta quadratura del cerchio e vendetta servita freddissima. La seconda: una crisi rapida e indolore, col dialogo Pd-Cinque Stelle ancora in alto mare. Luglio sarebbe stato il mese perfetto, ma il Capitano, per ora, non ha affondato il colpo. E forse non è un caso che Franceschini abbia lanciato il sasso nello stagno, rendendo evidente la prospettiva di un’alternativa, per provare a dissuaderlo. L’inverno e la primavera prossimi, dopo la manovra - magari proprio a causa della manovra -potrebbero essere un altro momento buono per strappare, usando come alibi una legge di bilancio che si annuncia lacrime e sangue. Vedremo se i demolitori del Viminale riusciranno a far prima dei tessitori del Quirinale. Si accettano scommesse.

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