29 Luglio Lug 2019 0542 29 luglio 2019

Dimenticate tutto il resto: gli incendi in Alaska e in Siberia sono l’unica cosa di cui dobbiamo preoccuparci

In pochi giorni, nelle regioni artiche, sono andati a fuoco 2 milioni di acri di terreno ed è stata rilasciata una quantità di CO2 pari a quella che rilascia il Belgio, in un anno. Soprattutto, nessuno riesce a spegnere le fiamme. Il tutto, nel disinteresse generale. Alla faccia dell’emergenza clima

Siberia Incendi Linkiesta
NOAA / NASA Goddard

Dobbiamo fare mea culpa, ci siamo cascati pure noi. Ci siamo fatti guidare dall’agenda altrui, fatta di scaramucce di maggioranza, armi di distrazione di massa per politici in difficoltà. Pure da questioni importanti, intendiamoci - la morte di un carabiniere non è uno scherzo, e non lo è nemmeno un naufragio mortale di 150 persone al largo della Libia. Ma, come quasi tutti dalle nostre parti, del resto, abbiamo perso di vista la notizia più importante dell’anno, forse. Che in Alaska e in Siberia fa talmente caldo che non si riescono a spegnere gli incendi. Che a Parigi il termometro sia arrivato a 43 gradi centigradi. Che in Italia, a Roma, una donna sia stata sollevata da un ciclone con la sua Smart e sia stata ritrovata morta a chilometri di distanza. In altre parole, dopo mesi di venerdì verdi, di scioperi per il clima, di polemiche su Greta Thunberg abbiamo lasciato che la questione ambientale si facesse di nuovo sopravanzare da tutto il resto.

Eppure è lì, grande come il pianeta che abitiamo, a ricordarci che non stiamo scherzando, che ogni anno il cambiamento climatico ci regala record e fenomeni del tutto nuovi. Che, con buona pace dei negazionisti, va sempre tutto peggio. E allora - mea culpa, di nuovo - dobbiamo rilevare pure che ai proclami di attenzione alla questione ambientale non è rimasto nulla di concreto sul tappeto. Certo, ci sono comuni, regioni, intere nazioni che hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica, ma non ci sembra sia cambiato granché, che qualcuno abbia approvato risoluzioni drastiche, che al mondo qualcuno si sia dato davvero una sveglia. Tanti proclami: la questione ambientale deve diventare la priorità bla bla bla. Zero fatti, spiace.

Vi diamo una notizia, allora: quel che sta succedendo tra la Siberia e l’Alaska è una catastrofe ecologica senza precedenti. E come tutto ciò che accade dalle parti dell’Artico - fateci la bocca, ci torneremo - è una tragedia che raddoppia d’intensità, poiché contemporaneamente conseguenza e causa di un ulteriore peggioramento del riscaldamento globale. Le ultime informazioni ci dicono che gli acri andati in fumo tra l’Alaska, Yakutia e le regioni siberiane di Irkutsk, Krasnoyarsk e Buriazia, hanno superato i 2 milioni, una superficie superiore a una regione come la val d’Aosta e hanno in pochi giorni emesso in atmosfera circa 100 megatonnellate di biossido di carbonio, una cifra pari alla quantità di anidride carbonica prodotta in un anno da una nazione come il Belgio. Di più: ad andare a fuoco non sono i tronchi degli alberi, ma i terreni di torba, che altro non sono che depositi di carbonio essi stessi. Questo rende ancora più difficile domare le fiamme, che potrebbero potenzialmente durare settimane, se non mesi, e aumentare esponenzialmente la CO2 rilasciata in atmosfera, aumentando la gravità della catastrofe ecologica, e il riscaldamento del clima. Che, a sua volta, produce tutte le anomalie climatiche che stiamo vivendo da queste parti, e un po’ di più.

In pochi giorni sono stati emessi in atmosfera circa 100 megatonnellate di biossido di carbonio, una cifra pari alla quantità di anidride carbonica prodotta in un anno da una nazione come il Belgio

Aggiungiamo qualche scenario da film horror, tanto spaventoso quanto terribilmente concreto. Se si sciologono ghiacciai come l’immenso catino di neve compressa sedimentata nel corso dei millenni al centro della Groenlandia, pensate che non accada nulla? Avete idea di che effetto può avere sull’ecosistema degli oceani e dei mari artici una simile massa di acqua dolce? Banalmente, potrebbe arrivare a modificare per sempre la Corrente del Golfo, quell flusso di acqua calda che va dal golfo del Messico al mare di Barents che rappresenta il motivo per cui il nostro clima, tra Europa e Nord America, è temperato. Secondo i climatologi, cambiamenti irreversibili nella corrente del golfo sono l’unica cosa da evitare a ogni costo, se vogliamo evitare scenari da Day after Tomorrow. Secondo scenario: che succede se si sciolgono ghiacciai e permafrost polare? Che avremo nuove rotte commerciali artiche, certo, e nuovi giacimenti di combustibili fossili, uranio, terre rare. Ma anche che batteri e virus intrappolati nel ghiaccio, dormienti da chissà quanti millenni, potrebbero tornare alla luce per minacciarci. Altro rischio reale, e globale, che non sappiamo minimamente come affrontare. E che quegli incendi stanno accelerando incredibilmente.

Ad andare a fuoco non sono i tronchi degli alberi, ma i terreni di torba, che altro non sono che depositi di carbonio essi stessi. Questo rende ancora più difficile domare le fiamme, che potrebbero potenzialmente durare settimane, se non mesi

Non ci risulta che qualcuno stia facendo qualcosa. E quel che chiediamo a gran voce è che da oggi si cominci a parlarne, e ad agire. Magari con una conferenza internazionale da convocare con estrema urgenza. Magari lasciando da parte le polemiche cretine sulle treccine di Greta Thunberg e su chi si nasconde dietro di lei. Ora lo sapete, cosa si nasconde dietro di lei: una catastrofe ambientale spaventosa, che graverà, che sta già gravando sulle generazioni presenti, oltre che su quelle future. Lo diciamo senza giri di parole: se c’è un momento per fare qualcosa, quel momento è ora. Svegliateci. Svegliamoci. Oppure continuate ad avere paura di qualche migrante climatico, se vi fa stare meglio. Solo sappiate che i prossimi potreste essere voi.

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