il paradosso
31 Luglio Lug 2019 0600 31 luglio 2019

Non governano ma non cadono: l'equilibrio di Di Maio e Salvini si chiama crisi permanente

Salvini e Di Maio si reggono per contrapposizione come due carte appoggiate l’una sull’altra. E nella crisi continua dell’esecutivo hanno trovato il loro equilibrio politico. Peccato che ci sia anche da governare, se no sarebbe un capolavoro

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Alberto PIZZOLI / AFP

Mentre Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono al mare – il primo a Milano Marittima il secondo in Sardegna - noi siamo qui, il 30 di luglio, a domandarci ancora se ci sarà o no la crisi di governo. Meglio: a chiederci come è possibile che la crisi ancora non ci sia visto come se le danno i due vicepremier tra un incontro chiarificatore e l’altro e visto che non c’è una delle partite decisive in atto – dal decreto sicurezza alla Tav, dalla riforma della giustizia all’autonomia – che non risulti radicalmente divisiva per Lega e Cinque stelle.

L’ultimo guanto di sfida lanciato da Di Maio a Salvini per dire riguarda la flat tax che sarà il nodo centrale della prossima finanziaria: «Ci deve spiegare dove troverà i 30 miliardi che servono da copertura al provvedimento». Che non sembra il modo migliore di cercare un compromesso. Che invece al dunque poi si trova sempre.

Una commedia dell’assurdo – la coabitazione in regime di guerra – che si sussegue per singoli atti con colpi di scena continui ma senza mai un vero epilogo. Come una soap sudamericana che tiene sul filo lo spettatore fino alla prossima puntata e alla prossima crisi di nervi.

A fornire una possibile chiave interpretativa di questa situazione potrebbe essere Giancarlo Giorgetti, l’uomo ombra di Salvini con fama oscillante tra l’eminenza grigia e l’acconciatore postumo delle intemerate del capo. Un paio di giorni fa in un ritrovo coi suoi, a Golasecca nel Varesino – clima informale: lui in maglietta e scarpe da barca – Giorgetti spiegava perché la Lega non vuole la crisi e non la cerca. «Tutti nel Carroccio – è il ragionamento del numero due leghista – sapevano che governare coi Cinquestelle sarebbe stato molto difficile. Impressione confermata dal fatto che per arrivare alla soluzione dei problemi oggi ci vuole molto tempo. Sulla Tav ora sembra però ci siamo arrivati – rincuora i suoi Giorgetti - E confidiamo di farlo anche sulle altre cose».

«Quindi sì, ci vuole molta pazienza – ammette il sottosegretario – ma se questo percorso porta al risultato dell’autonomia, la madre di tutte le battaglie, vale la pena farlo. Perciò – ecco il succo del ragionamento e la linea programmatica – dovete sopportare come faccio io i continui litigi, le punzecchiature, le discussioni: fanno parte del braccio di ferro in corso. Piano piano andiamo avanti».

Salvini e Di Maio si reggono per contrapposizione come due carte appoggiate l’una sull’altra. Avendo nel Pd il comune bersaglio di delegittimazione reciproca. Salvini accusando i Cinquestelle di flirtare con Zingaretti e Di Maio accusando la Lega di votare la Tav con il Pd.

Insomma alla crisi permanente non c’è alternativa semplicemente perché la linea della Lega – e per motivi diversi dei Cinquestelle – è governare nella la crisi e con la crisi. A pensarci bene è una specie di capolavoro, qualcosa che sta tra i causidismi della prima repubblica e i filosofemi bizantini. E sarebbe anche geniale come strategia di sopravvivenza – dentro cui ognuno porta a casa una sua quota parte di interesse – se non fosse che l’Italia del 2019 non abita il mondo della prima repubblica né quello di Bisanzio. Nella palude dell’immobilismo decisionale il paese infatti perde posizioni e capacità competitiva. Da mesi il Pil italiano è poco sopra lo zero, arretra la produzione industriale insieme ai guadagni e agli investimenti dei big dell’industria italiana; sulle opere infrastrutturali come la gronda di Genova e la Pedemontana – strategiche per l’economia - grava la più assoluta incertezza.

Ma queste sembrano questioni secondarie per i maggiorenti di governo che seguono ciecamente il loro spartito particulare.

Il dato per loro determinante è durare al governo cercando di segnare punti sul proprio alleato avversario e portare a casa le proprie priorità. Usando come polo di decompressione delle loro tensioni l’inquilino di Palazzo Chigi, il premier Conte, che un giorno è stato il parafulmine della rabbia leghista quando si è presentato in Senato per il Russiagate e un giorno il bersaglio dell’indignazione pentastellata quando ha ammesso l’inevitabilità della Tav.

Un ottimo alibi per Di Maio e Salvini che possono proseguire a oltranza il loro derby. Il primo investendo nella sopravvivenza della sua leadership – che verrebbe meno al primo cambio di paradigma politico o di fine legislatura – il secondo per continuare a incamerare consenso senza l’onere di governare realmente, senza più la scusa cioè dei SignorNo grillini indicati come pietra d’inciampo. Salvini e Di Maio insomma si reggono per contrapposizione come due carte appoggiate l’una sull’altra. Avendo nel Pd il comune bersaglio di delegittimazione reciproca. Salvini accusando i Cinquestelle di flirtare con Zingaretti e Di Maio accusando la Lega di votare la Tav con il Pd.

La linea tracciata dunque è quella spiegata da Giorgetti nel varesino: la nave pentaleghista continuerà a navigare a vista e con la crisi. Dato che naturalmente non esclude la possibilità dell’incidente di percorso

A questo si aggiunge l’assoluta vacatio delle opposizioni e del Pd in particolare. Ancora ieri il dibattito nei dem consisteva nelle bordate riservate da Renzi a Massimiliano Smeriglio, esponente Pd molto vicino a Zingaretti, reo di aver ipotizzato un’intesa strategica con il movimento Cinquestelle una volta rinnovato nella sua classe dirigente.

Il vero polo dialettico del governo è in realtà il Quirinale, dove Mattarella mantiene uno sguardo (preoccupato) di prospettiva e di contesto. Ed è proprio questo l’altro elemento che induce Salvini a cronicizzare la crisi e star lontano dalla tentazione delle urne che pure ad oggi, secondo i sondaggi, lo premierebbero con un 38 percento. Mattarella è l’unica figura oggi in grado di magnetizzare un’alternativa parlamentare all’attuale maggioranza e di farlo con una prospettiva di ordinato cammino istituzionale. E come ieri ripeteva il vicesegretario della lega Andrea Crippa ad Affari italiani: «Le elezioni anticipate non dipendono da noi ma dal presidente della Repubblica che, credo, farebbe di tutto tranne che far tornare gli italiani alle urne a fine settembre o ai primi di ottobre». Saggiamente peraltro, considerando che si sarebbe a ridosso della legge di bilancio e si esporrebbe il paese all’instabilità e alla speculazione. Preoccupazioni di cui la propaganda leghista e pentastellata non tengono naturalmente il minimo conto.

La linea tracciata dunque è quella spiegata da Giorgetti nel varesino: la nave pentaleghista continuerà a navigare a vista e con la crisi. Dato che naturalmente - considerata la rissa continua intorno al timone – non esclude la possibilità dell’incidente di percorso. Voto sul Tav, decreto sicurezza, legge di bilancio, autonomia restano temi scottanti e pericolosi per la maggioranza. Il problema però non è la tenuta del governo, il problema – per restare in metafora nautica e con un’immagine di Kierkegaard, che scuserà il coinvolgimento in simili questioni - è che “la nave è ormai in preda al cuoco di bordo e ciò che trasmette al megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani”.

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