1 Agosto Ago 2019 0656 01 agosto 2019

Italia a crescita zero? È colpa della crisi tedesca (ma il governo non ha fatto nulla per invertire la rotta)

Sono ormai decenni che la nostra crescita economica è legata a doppio filo a quella tedesca. Se loro rallentano, per noi è crescita zero (o sottozero). Ecco perché non ha senso prendersela con questo o quel governo. Ecco perché dobbiamo emanciparci dall’export e rilanciare investimenti e consumi

Merkel 3 Linkiesta
Tobias SCHWARZ / AFP

Il PMI - acronimo di Purchasing Managers Index (PMI) è un indice composito elaborato da Markit Group che riflettendo la capacità di acquisizione di beni e servizi, misura lo stato di salute dell'attività manifatturiera di un Paese, tenendo conto di nuovi ordini, produzione, occupazione, consegne e scorte nel settore manifatturiero. La cosa curiosa, è che se volete capire come andrà l’Italia, dovete guardare all’indice PMI della Germania. L’andamento del PMI tedesco e del nostro prodotto interno lordo, se giustapposti, mostrano nel tempo il medesimo andamento: se la manifattura tedesca cresce, cresce anche l’economia italiana. Se cala, caliamo pure noi.

Andamento del Pil italiano (Istat)
Andamento Indice Pmi Germania (Markit)

Il motivo è presto detto: la nostra economia, dalla crisi in poi, è sempre più legata a doppio filo con quella dei nostri vicini oltre le Alpi, di cui siamo primi subfornitori negli unici settori in cui abbiamo ancora un’industria degna di questo nome: meccanica, elettro-meccanica, meccatronica, automazione industriale, automotive. Il meccanismo è semplice: loro, i tedeschi, comprano pezzi in Italia, li assemblano ai loro e vendono il tutto in Cina, con la potenza di imprese come Volkswagen, Bosch, Siemens che arrivano dove noi non possiamo nemmeno sognarci di arrivare. Da quando a trainare la nostra crescita è solo l’export delle regioni del Nord - quindi più o meno dal 2008 - questa è la regola aurea del Pil italiano.

Dimenticatevi qualunque ciclo politico, quindi, se volete analizzare l’economia italiana con un minimo di laicità: non è colpa di Salvini, Di Maio e Conte se dal primo trimestre del 2018 - caso vuole, da quando Cinque Stelle e Lega hanno vinto le elezioni - l’economia italiana ha vistosamente rallentato la sua crescita. E non era merito né di Renzi, né di Gentiloni se nei trimestri precedenti eravamo cresciuti a un ritmo dell’1,5% annuo, pur rimanendo comunque fanalino di coda in Europa. Banalmente, oggi come allora, siamo dipendenti dagli ordini che arrivano dalla Baviera e dal Baden Württemberg, a loro volta dipendenti dal commercio tedesco con Cina e Stati Uniti. Tradotto: se Trump decide di fare una guerra commerciale a Germania e Cina, le due potenze mercantiliste che più danno fastidio alla manifattura americana, per noi sono guai grossi.

Questo non vuol dire che la politica italiana non abbia delle responsabilità. Se siamo così dipendenti dal commercio estero tedesco, e dal vitalismo economico di tre sole regioni italiane - Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto - abbiamo un problema enorme. Immaginate solamente che tassi di crescita avrebbe l’Italia se il Mezzogiorno riuscisse a svilupparsi ai ritmi dei Paesi dell’Est Europa o dei Balcani, ad esempio. O se ripartissero investimenti e consumi, al palo da almeno un decennio abbondante. O se riuscissimo ad abbattere la spesa corrente improduttiva dello Stato italiano e dei suoi enti locali e trasformarla in investimenti pubblici senza dover attingere a nuovo sempre più costoso debito pubblico. Ecco: tutto quel che possiamo solo immaginare dà la misura del nostro declino.

L’esempio della prima manovra gialloverde è in questo senso paradigmatico: abbiamo caricato il nostro bilancio di circa 11,5 miliardi di spesa aggiuntiva per non fare nulla di tutto questo: nessun taglio del cuneo fiscale, nessuno snellimento burocratico, nessun investimento pubblico

Le ricette per competere le conosciamo, ma viste in quest’ottica emergono talmente nitide e lapalissiane che quasi ci vergogniamo a ricordarle: semplificare la burocrazia della pubblica amministrazione e abbassare le tasse (soprattutto al Sud, per quanto sia possibile differenziare) per agevolare gli investimenti produttivi e la nascita di nuove imprese, se possibile attraverso l’afflusso di capitali esteri. Tagliare drasticamente il cuneo fiscale, per ridare ai lavoratori il potere d’acquisto perduto ed essere concorrenziali nell’attrarre nuove intelligenze, anziché farcele scippare. Recuperare spazio di investimento pubblico per ricostruire una rete moderna di collegamenti infrastrutturale che rimettano al centro dello sviluppo aree del Paese oggi completamente tagliate fuori.

Nessuno, né il Pd prima, né il centrodestra prima ancora, né i gialloverdi adesso hanno mai considerato realmente quest’agenda una priorità: perché nel breve periodo non aumenta i consensi come un bel sussidio o una bella infornata di prepensionamenti. Perché produce effetti nel medio periodo. Perché bisogna togliere soldi altrove. L’esempio della prima manovra gialloverde è in questo senso paradigmatico: abbiamo caricato il nostro bilancio di circa 11,5 miliardi di spesa aggiuntiva per non fare nulla di tutto questo: nessun taglio del cuneo fiscale, nessuno snellimento burocratico, nessun investimento pubblico. Avessimo fatto una manovra che portava il deficit al 2,9% per finanziare una ricostruzione complessiva della rete infrastrutturale italiana dopo la tragedia del ponte Morandi, come aveva suggerito, inascoltato, Giancarlo Giorgetti, forse oggi non saremmo ultimi della classe. Avessimo davvero avviato un percorso di semplificazione radicale della burocrazia delle imprese e di digitalizzazione della Pa, tale da avvicinare l’Italia agli standard europei - non solo Danimarca, ma Spagna e Portogallo, oramai - ora magari racconteremmo della nascita di nuove realtà imprenditoriali. Avessimo un cuneo fiscale da Paese normale e non l’assurdo 47,9% attuale - il terzo più alto tra i Paesi Ocse - oggi magari gli stipendi varrebbero qualche euro in più.

Lo ripetiamo: niente di clamoroso. Ma se invece di fare a gara tra chi ha fatto meno peggio tra destra e sinistra, rossi, blu, gialli e verdi, cercassimo di capire perché stiamo arrancando da almeno dieci anni e siamo l’unico Paese europeo che ancora parla di crisi, e agissimo di conseguenza, forse cominceremmo davvero a risalire la china. Che dite?

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