è l'economia, stupido
1 Agosto Ago 2019 0600 01 agosto 2019

La guerra dei tassi: ecco perché la politica economica ormai è affare delle banche centrali

La Fed ha tagliato i tassi solo dello 0.25%. Troppo poco per Trump che vuole arrivare alle elezioni con il vento dell'economia in poppa. Ma in un caso o nell’altro, gli attori economici dovranno accettare la realtà: i tassi resteranno bassi per molto tempo

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ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP

L’attesa è sembrata eccessiva per un taglio dei tassi d’interesse di appena un quarto di punto. Le borse, i giornali economici, gli operatori, persino l’immancabile Donald Trump se la sono menata per settimane e alla fine potremmo dire che la montagna ha partorito un topolino; senza dubbio una riduzione dello 0,25% non basta al presidente americano che vuole arrivare al 2020, anno in cui si gioca la rielezione, con il vento economico in poppa. Ma guai a sottovalutare il significato simbolico della decisione annunciata ieri dalla Federal Reserve. Infatti questo è il primo taglio da quel terribile 2008 che sparse in tutto il mondo la “Lehman recession" e manda il messaggio che la politica monetaria farà tutto il possibile perché una nuova recessione, sia pur di minore portata, non si ripeta.

Ciò vale per la stessa Bce anche se i tassi sull’euro sono vicini a zero (0,5% la media ponderata reale). Mario Draghi ha detto chiaramente che resteranno bassi a lungo e la Banca centrale europea è intenzionata a stampare altra moneta per comperare titoli di stato e anche privati. Una scelta nient’affatto scontata anche perché in Germania, presso l’alta corte di Karlsruhe gli oppositori della linea Draghi hanno rialzato la testa. I giudici debbono esaminare oltre duemila querele contro il quantitative easing e la riduzione dei tassi. «Gli interessi debbono salire non scendere ancora», sostiene Annegret Kramp-Karrenbauer che ha preso il posto di Angela Merkel alla testa della CDU. «È il più grande esperimento di politica monetaria nella storia umana e noi siamo le cavie», sostiene Gabor Steingart commentatore del quotidiano economico Handelsblatt. In effetti la Bce si è avviata in terra incognita, come ha ammesso lo stesso Draghi, arrivando a tassi negativi, ben più in là della Fed per la quale un interesse sottozero è un nonsense. La Frankfurter Allgemeine Zeitung, il giornale che rappresenta il Mittelstand, quella media industria pilastro del Modell Deutschland, si inquieta sugli effetti collaterali di un denaro così a buon mercato soprattutto sulle banche le quali vedono ridursi al minimo i margini tra tassi attivi e passivi e, di conseguenza i loro utili. Il mega piano di riconversione della Deutsche Bank suona come una campana d’allarme. La Bce ha in pancia titoli per duemila seicento miliardi di euro, non li smaltirà mai ed è problematico aumentare ancora l’esposizione.

Non sappiamo cosa decideranno i giudici tedeschi dal tocco rosso, ma in un caso o nell’altro, gli attori economici dovranno accettare la realtà: i tassi resteranno bassi e molto a lungo. La prima ragione riguarda la congiuntura. Gli Stati Uniti hanno sperimentato dieci anni consecutivi di sviluppo con una disoccupazione sempre decrescente e salari in aumento. Adesso la grande macchina americana sbuffa e il motore rischia di incepparsi. Cosa che non vuole Trump, ma nemmeno Jerome Powell il presidente della Fed scelto dal presidente che adesso The Donald vorrebbe addirittura cacciare perché mostra troppa indipendenza. Quanto all’Eurolandia, gli ultimi dati mostrano una crescita dello 0,2%, con l’Italia a quota zero e la Germania in forte rallentamento. Né la buona tenuta della Spagna né la resistenza della Francia bastano a fare da locomotive. Gli oppositori di Draghi sembrano non rendersene conto, ma non è così per la Bundesbank che, pur non avendo mai approvato le temerarie sperimentazioni del presidente italiano, adesso sostiene la linea dei tassi piatti e (forse) anche un secondo Qe.

La Fed, la Bce, la Banca del Giappone e la stessa Banca d’Inghilterra, non sono riuscite a far salire l’inflazione. Finora solo la Fed s’è avvicinata a quel due per cento l’anno che rappresenta l’obiettivo comune

La seconda ragione è che le banche centrali, la Fed, la Bce, la Banca del Giappone e la stessa Banca d’Inghilterra, non sono riuscite a far salire l’inflazione. Finora solo la Fed s’è avvicinata a quel due per cento l’anno che rappresenta l’obiettivo comune. Un livello insufficiente secondo molti economisti, anche al Fondo monetario internazionale, tanto che propongono di portarlo al 3%. Ma per ora è una fuga in avanti. La politica monetaria, paradossalmente, ha avuto effetto più sul tasso di disoccupazione sceso tra il 3 e il 4% in tutti i grandi paesi industriali; se si esclude Italia e Spagna, si può dire che l’intero Occidente stia sperimentando il ritorno al pieno impiego. Ciò ha rimesso in discussione parametri finora considerati indiscutibili, come la curva di Phlllips secondo la quale più scende la disoccupazione più sale l’inflazione e viceversa.

Prima della grande crisi, i tassi oscillavano tra il 4 e il 5%, oggi quelli reali sono destinati a restare vicino a zero. Anche negli Stati Uniti, se si esclude l’inflazione, il rendimento reale arriva ormai a un misero 0,25%. Ciò ha una serie di conseguenze positive. La prima è che prendere i soldi in prestito costa meno ed è più facile. La seconda è che i debiti sono più sostenibili. Se paesi come il Giappone o l’Italia non hanno ancora fatto fallimento è perché il servizio del debito è rimasto inferiore al tasso di crescita nominale (cioè compreso il deflatore del pil). Ciò non è scontato, ma se la ripresa economica non diventa consistente, bisognerà tenere i tassi al minimo. L’effetto negativo sul debito è che lo stock è destinato a crescere e con esso anche il rapporto tra debito e prodotto lordo. Abbiamo già detto dell’impatto sulle banche, più consistente in Europa che negli Usa perché le banche americane possono realizzare profitti in borsa, mentre quelle europee vivono soprattutto di prestiti a famiglie e imprese. L’altra conseguenza foriera di importanti sviluppi è la seguente: se la politica monetaria è ormai vicina al limite delle proprie possibilità, tocca alla politica fiscale prendere la guida. Lo ha detto Draghi nell’annuale incontro dei banchieri centrali europei a Sintra in Portogallo. Ma qui vengono i guai perché le grandi economie occidentali seguono politiche molto diverse e tra loro non c’è nessuna sintonia, tanto meno quel coordinamento che renderebbe possibile questo passaggio di testimone.

Un costo del denaro tanto basso potrebbe offrire nuove occasioni a paesi che hanno i conti pubblici in ordine

Gli Stati Uniti hanno dato la loro spinta fiscale un anno fa con il taglio alle imposte e gli stimoli decisi dall’amministrazione Trump. Finiranno nel 2020 e hanno provocato una consistente crescita del disavanzo che sfiora il 5% del pil e del debito federale che ha superato il record di 22 mila miliardi di dollari, ben oltre il 100% del prodotto lordo, tremila miliardi più rispetto al livello in cui lo aveva lasciato Barack Obama il quale a sua volta aveva aggiunto novemila miliardi, ma aveva dovuto affrontare le conseguenze della crisi 2008-2010. Al Congresso è aperta una discussione sul che fare, Trump vorrebbe riprovarci, ma in un anno elettorale è difficile che i democratici glielo consentano. E’ una incertezza domestica che s’aggiunge all’incertezza che viene dalla politica dei dazi, dal neo-protezionismo e dalla guerra fredda, economica e tecnologica, con la Cina.

Un costo del denaro tanto basso potrebbe offrire nuove occasioni a paesi che hanno i conti pubblici in ordine. Per esempio, gli investimenti di lungo periodo come quelli in infrastrutture diventano oggi più appetibili di un tempo. E’ meno conveniente tenere il denaro fermo in banca. La domanda di case dovrebbe risalire con mutui così bassi. Insomma ci sono una serie di condizioni favorevoli per una politica fiscale che stimoli la crescita non solo e non tanto tagliando le imposte, ma incentivando tutti quei fattori fondamentali per un sano sviluppo di medio-lungo periodo. Tanto per uscire dal vago, la Germania dovrebbe fare il primo passo in questo senso, trascinando con sé i vicini del nord ed offrendo occasioni di lavoro anche a paesi come l’Italia così strettamente legati al ciclo economico tedesco. A questo punto l’economia lascia il posto alla politica e qui l’incertezza aumenta anziché diminuire. Ci ha portato davvero lontano un decisione di per sé non eclatante come il taglio di un quarto di punto negli Usa. Ma la moneta è fatta così, scriveva il grande storico francese Marc Bloch, essa è «A un tempo barometro di movimenti profondi e causa di non meno formidabili conversioni delle masse».

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