Tropicalizzazione
3 Agosto Ago 2019 0600 03 agosto 2019

460 tempeste da inizio estate e coltivazioni in ginocchio: per l’agricoltura italiana è allarme clima

Con una media di 11 tempeste al giorno, l’agricoltura italiana è messa a dura prova dal maltempo: cali di produzione, danni alle infrastrutture e perdite economiche. Frutto della “tropicalizzazione” causata dai cambiamenti climatici. Limitare i danni? Servono nuove tecnologie e assicurazioni

Veneto Agricoltura_Linkiesta
Foto dall'account Twitter di Coldiretti Veneto

Forse ricorderete il temporale che si è abbattuto a inizio luglio in centro Italia: a Pescara, chicchi di grandine grandi come arance avevano devastato le auto; i video in diretta sul web erano fioccati. A Numana, nelle Marche, invece, un fulmine caduto sulla spiaggia il 10 luglio ha seminato il panico tra i bagnanti. E proprio ieri, violenti temporali accompagnati da forte vento hanno fatto scattare l’allerta meteo per Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Marche. Non ci vuole uno scienziato per capire che non si tratta di semplici acquazzoni estivi, ma di vere e proprie tempeste. Che, fra le altre cose, stanno mettendo in ginocchio i coltivatori italiani. A lanciare l’allarme è la Coldiretti, che sta monitorando nel periodo l’impatto del maltempo sulle coltivazioni della penisola.

Dall’inizio dell’estate, infatti, sull’Italia si sono abbattute in media ben 11 tempeste al giorno, per un totale di oltre 460 dall’inizio della stagione. È il 75% in più rispetto all’anno scorso. I fenomeni si alternano fra tornado, grandinate e tempeste di vento e pioggia. Solo in Veneto «le semine sono state sospese a maggio o rifatte, gli alberi da frutto in ritardo vegetativo, i campi di mais sembrano risaie, i fossati non si distinguono dalle capezzagne, le frane incombono sui paesi di montagna, i fiumi e canali tracimano, il primo raccolto di fieno maggengo è saltato mettendo in difficoltà anche le aziende zootecniche», dice Daniele Salvagno di Coldiretti Veneto. Nella regione, l’ultima bufera di acqua e grandine ha visto perdite fino al 70% tra serre, campi di ortaggi e vigneti. In Lazio, nella zona di Fiumicino, il maltempo ha divelto serre e colture. Nella zona di Arezzo e della Valdichiana, in Toscana, sono stati colpiti soprattutto i frutteti: pesche, ma anche melanzane, peperoni e zucchine, tabacco, girasole e mais. Mentre nelle montagne della Lombardia c’è stata una vera e propria strage di mucche: in 27 sono morte scivolando dentro un burrone per via del sentiero reso sdrucciolevole dalla pioggia.

Sembra un incubo, purtroppo è la realtà. E la situazione non è destinata a migliorare: è il fenomeno della tropicalizzazione dovuta ai cambiamenti climatici - temperature in aumento e caldo soffocante si accompagnano a violenti episodi atmosferici, causando danni spesso irreparabili. Perché climate change non significa soltanto cambiamenti che registreremo fra cent’anni: i danni e le conseguenze dell’intensificarsi dei fenomeni meteorologici estremi sono tangibili già adesso, e a risentirne è l’intero sistema, a partire dall’agricoltura. «Negli ultimi dieci anni, da quando si è presa coscienza del problema, si stanno rileggendo i dati, ogni anno vengono registrati record negativi, continuiamo a stupirci ma non c’è nulla di cui stupirsi», dice a Linkiesta Filippo Codato, direttore del Consorzio di difesa avversità atmosferiche del Veneto. «In questi giorni stiamo registrando problemi di siccità ed eccessi di pioggia anche all’interno della stessa provincia, all’interno di zone anche limitate si verificano fenomeni estremi opposti tra loro».

In un decennio, calcola Coldiretti, i danni sono stimati a 14 miliardi di euro, tra perdite della produzione agricola a livello nazionale e danni alle infrastrutture nelle campagne

Se è già dall’inizio dell’anno che l’anomalia climatica è evidente (a fronte di primi mesi dell’anno piuttosto secchi, è seguito un maggio freddo e bagnato, temperature scoppiate a giugno e tempeste nella prima metà di luglio, cui sono seguite giornate ancora molto calde e ora il ritorno del maltempo) è da tempo che le problematiche meteorologiche si sono manifestate: «Negli ultimi anni troviamo informazioni sempre più chiare, è un percorso che è iniziato già da diversi decenni, solo che ci stiamo rendendo conto della sua portata solo adesso». Il danno economico è notevole: in un decennio, calcola Coldiretti, i danni sono stimati a 14 miliardi di euro, tra perdite della produzione agricola a livello nazionale e danni alle infrastrutture nelle campagne. «C’è un trend negativo che negli ultimi 5 anni ha portato a -20, -30%: per un agricoltore vuol dire perdere un terzo del proprio stipendio», puntualizza Codato.

E quel che è peggio è che gli eventi meteorologici estremi non accenneranno a diminuire: «Il fenomeno non è governabile, sono tendenze globali cui bisogna trovare soluzioni globali, a partire dal contenimento delle immissioni», puntualizza il direttore del Consorzio. «A livello locale, però, dobbiamo comunque trovare delle tecniche di mitigazione dell’impatto di questi fenomeni». L’eccesso di pioggia e di siccità, lo stravolgimento delle stagioni, infatti, sta portando ad una produzione sempre più anticipata che espone anche a rischi maggiori: «Il mercato chiede primizie, che costituiscono il 70-80% del reddito di un agricoltore, perché le prime che arrivano sul mercato realizzano ricavi maggiori. Ma dobbiamo capire che anticipare troppo porta a squilibri nella produzione, ad anticipi stagionali eccessivi e a carenze quando invece le produzioni sono attese».

Come possono limitare i danni gli agricoltori? Secondo il Condifesa Veneto, si tratta soprattutto di investire in nuove tecnologie, come tecniche di microirrigazione, sistemi antigrandine o di inerbimento controllato, sistemi intelligenti per il monitoraggio della coltura, software che dicono quando risparmiare l’acqua o meno, quando effettuare un trattamento sugli insetti e parassiti alieni. Perché sì, anche quelli fanno parte delle conseguenze del riscaldamento globale: «Un grado in più di temperatura comporta che alcune specie che prima non potevano vivere nelle nostre zone adesso riescono a pullulare», spiega Codato. Insomma, «Non si tratta più di interrare la pianta e andare a raccogliere. Occorre far fronte a degli investimenti che sempre più in agricoltura sono necessari, al pari delle sementi o del concime».

«Bisogna capire che avere angurie sempre ogni anno a maggio non è sempre possibile: se vogliamo essere consumatori attenti, dovremo imparare a prendere quello che la natura ci offre in quel momento dell’anno»​

Filippo Codato

Chi non vuole guardare in faccia la realtà, semplicemente, è destinato a chiudere. Tante sono le aziende agricole che solo in Veneto hanno dovuto chiudere i battenti o accorparsi in aziende più grandi, proprio perché altrimenti non sarebbe possibile andare avanti. «Quando uno perde il 30, 40 o 50% - sono numerosi i vigneti con perdite intorno all’80% -, se non si è assicurati l’azienda rischia di andare in perdita», precisa l'esperto. La prevenzione del danno, infatti, è fondamentale. Fortunatamente, l’intervento a livello comunitario di istituzione di un investimento ex ante per promuovere le coperture assicurative è stata una scelta lungimirante: 1 miliardo e 700mila euro sono stati investiti in questo tipo di incentivo, che copre fino al 70% dell’assicurazione contro i fenomeni meteorologici estremi. «Considerando che assicurare un vigneto costa anche 2mila euro all’ettaro, è un bel vantaggio», specifica Codato. Anche perché i risarcimenti ex post tramite il fondo di solidarietà nazionale non sono una soluzione praticabile: «aspettarsi che lo Stato risarcisca i danni è una speranza vana». Peraltro, il Veneto è una regione leader in questo senso, con il 25% di terreni assicurati sul totale nazionale e il 50% delle aziende viticole coperte rispetto alla perdita di produzione. Su altre colture, però, c’è ancora tanta strada da fare: «si tratta di una fetta importante, pari al 20%, ma è solo una fetta. Bisogna crescere in questo senso», incoraggia Codato.

In sostanza, è senz’altro necessario ripensare al modo di fare agricoltura, innovarlo introducendo nuove tecnologie, con maggiore attenzione alla gestione del rischio. «Sicuramente è necessario che l’agricoltore moderno sia più flessibile e sappia investire in queste cose», dice Codato. E dal punto di vista del consumatore? «Bisogna capire che avere angurie sempre ogni anno a maggio non è sempre possibile, dovremo accontentarci di mangiarla a luglio. Viviamo in un clima mite che ci consente di coltivare un po’ di tutto e fortunatamente non dovremo dire addio a nessun tipo di frutta e verdura che normalmente consumiamo. Ma dobbiamo sapere che la è natura a decidere, per cui se vogliamo essere consumatori attenti, dovremo imparare a prendere quello che la natura ci offre in quel momento dell’anno».

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