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5 Agosto Ago 2019 0600 05 agosto 2019

Teenager e stupri simulati: ecco il lato oscuro del porno amatoriale

Il documentario sul dietro le quinte dei film a luci rosse è un’immersione nel mondo delle “Hussie Models”, giovani professioniste del porno amatoriale. Un ritratto crudo di questo sottogenere diventato popolare che ha reso il porno più estremo nei contenuti, sdoganato e mainstream

Hot Girls Wanted Turned On Linkiesta

Hot Girls Wanted non è una novità: è stato presentato al Sundance Film Festival 2015 ed è approdato su di Netflix nel maggio dello stesso anno. Nel 2017 ne è stata tratta anche una miniserie di sei puntate, Hot Girls Wanted: Turned On. Perché allora parlarne nel 2019? Il fatto è che quest’estate – il 17 luglio – è arrivato l’ok definitivo del Senato al ddl “Codice rosso” (qui il testo) sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. Con l’intenzione di colmare un vuoto normative, il ddl, pur con molte incertezze, introduce una nuova fattispecie di reato, il revenge porn. Più o meno tutti sanno di cosa si tratta: è la diffusione di immagini o video a contenuto sessuale esplicito senza il consenso delle persone rappresentate, che spesso, per questioni di movente e di opportunità, sono ex partner. Il discorso sulla condivisione non consensuale di materiale intimo è però molto più ampio, non si limita alla pornovendetta e non usa solo i canali dei siti porno. L’inchiesta di Wired, Uscite le minorenni, ce ne ha dato un assaggio, svelando il mondo delle chat criptate di Telegram dove migliaia di uomini si scambiano foto, video e dati personali di donne, dandole in pasto alla violenza di gruppo (virtuale e non, visto che molti casi si traducono in vero e proprio stalking). E sapete quali sono i materiali più ambiti in queste chat? Naturalmente i video di stupri.

Ed eccoci a Hot Girls Wanted, che gettando uno sguardo sul mondo del porno “finto amatoriale”, apre a questioni non banali, per esempio: qual è il ruolo della pornografia dello stupro nel nostro immaginario sessuale? È opinione condivisa che guardare questo documentario sia un po’ «come diventare vegani dopo aver visitato un macello bovino». Non si tratta di un generico film “sul mondo del porno” (che poi sarebbe fin troppo ambizioso) ma sullo specifico settore del pro-am (professionista amatoriale) e sui fenomeni sociali che genera. Inutile sottolineare quanto questo sottogenere sia popolare e quanto abbia reso il porno più estremo nei contenuti e, allo stesso tempo, più sdoganato e mainstream. Il film, prodotto da Rashida Jones, ne offre un ritratto crudo, senza indulgere in commenti. Le protagoniste sono alcune “Hussie Models”, giovani professioniste del porno amatoriale – sì, è un ossimoro – che vivono insieme a Miami nella casa del loro agente 24enne Riley, chiacchierando, oziando e giocano con dei cuccioli di cane. Incontriamo Riley mentre guida e contemporaneamente filtra sul suo telefono profili di ragazze. Una candidata ottiene la sua approvazione: «Questa ha 18 anni ma sembra che ne abbia 12 e ha una coppa D…» commenta passando finalmente il telefono alle ragazze sedute sul retro della sua macchina. Il suo modus operandi è sempre lo stesso: contatta le ragazze su Craiglist, proponendo il solito, vago lavoro da modella. Paga alle fortunate il viaggio fino a Miami e le ospita direttamente a casa sua, dove il tempo trascorre fumando intorno alla piscina più sporca della Florida, protetta da una recinzione metallica di quelle che un cuoco di metanfetamina userebbe per tenere al sicuro il suo pitbull.

Il porno pro-am ha regole diverse dal porno tradizionale e ha bisogno continuo di volti nuovi e freschi. Non bellezze eccezionali, solo ragazze giovani, carine e nuove

L’atmosfera è deprimente. Queste ragazze, appena maggiorenni, raccontano del loro sogno di conquistarsi una vita eccitante lontano dalla propria piccola e mediocre città di provincia. Non fanno che dire che la loro carriera nel porno le rende libere, che hanno bevuto champagne e sono andate in giro in Lamborghini, intanto però dormono accampate nell’appartamento lercio dello squallido Riley, spendendo tutti i soldi che guadagnano in viaggi, vestiti per il set e (sic) trattamenti medici. Vengono chiamate grasse e hanno un’aspettativa di carriera nel settore di quattro mesi al massimo. Dopo di che sono merce avariata. Naturalmente, ognuna pensa di sfondare, di essere l’eccezione, ma l’inganno glamour in cui sono cadute è fin troppo evidente. La dinamica non è tanto diversa da quella adottata da altre forme di reclutamento, dall’esercito USA nei licei all’ISIS nelle carceri. Perché il porno pro-am ha regole diverse dal porno tradizionale e ha bisogno continuo di volti nuovi e freschi. Non bellezze eccezionali, solo ragazze giovani, carine e nuove. L’aspetto della gioventù è molto importante e viene continuamente sottolineato (su Google “teen” è il termine di ricerca numero uno abbinato al porno). “Ogni scena è uguale”, spiega una delle ragazze: “È sempre la tua prima volta, e sempre del tipo ‘Oh! Sono stupida e ho bisogno di 500 dollari, quindi mi farò questo tizio con cui non avrei mai fatto sesso nella vita reale, dirò cose che non direi mai e farò cose che non farei mai... è tutto concentrato sulla soddisfazione del tipo, la ragazza è lì solo per procurarla”.

«È triste vedere tante ragazze della porta accanto intraprendere questa carriera perché è quello che cercano i principali consumatori: come a dire: 'non ho il coraggio di provarci con la vicina di casa che incontro tutti i giorni e allora mi guardo qualcuno che la brutalizza – perché sì, sono frustrato», commenta uno spettatore, dopo aver guardato il documentario: «Ragazzine che, dopo un paio di video tutto sommato normali, per rimanere nel settore devono passare a nicchie sempre più violente – e dolorose». Stella – forse quella che potremmo definire “la protagonista” di questo film corale – non era mai salita su un aereo prima di rispondere all’annuncio di Riley. Nel suo CV ha esperienze di hostess e cameriera. All’inizio sembra andare bene, ma dopo tre mesi – come da previsioni – gli ingaggi scarseggiano. Un regista le offre 1.000 dollari per inserirsi a metà un enorme dildo. E gliene spedisce due, per fare pratica: uno nero e uno bianco.

Durante i suoi quattro mesi nel settore, Stella May guadagna quasi 25.000 dollari. Quando si ritira, in banca ne ha appena 2000. “I dati mi hanno impressionato”, commenta ancora lo spettatore: “il numero di donne appena maggiorenni che provano la carriera nel porno, il fatto che nel settore non resistano più di tre mesi… E che pur guadagnando bene, spendano quasi tutto per viaggiare, per medicarsi, per i vestiti da mettere sul set. In pratica sono auto-imprenditrici e non troppo di successo”. Le cifre guadagnate da Stella possono sembrare soddisfacenti, e di sicuro, se fosse stata in grado di lavorare per un anno intero a quel ritmo, ne avrebbe ricavato uno stipendio di tutto rispetto. Chi lavora in questo settore, però, (un discorso simile va fatto anche per gli uomini) ha una data di scadenza incorporata. E per restare a galla deve prestarsi a performance sempre più degradanti. Ed eccoci al nodo cruciale del documentario: la pornografia dello stupro. Per carità, una componente violenta nel sesso può esserci, anche tra persone che si amano, ma è consenziente, consapevole, e di solito si raggiunge dopo essersi conosciuti, dopo aver capito di potersi fidare reciprocamente. Una pratica che sembra andare per la maggiore che è quella della fellatio forzata fino a far vomitare la donna e obbligarla a leccare il proprio vomito. La ragazza del documentario che ha dovuto farlo provava un visibile malessere a parlarne, nonostante cercasse di mascherarlo, rimarcando di essere un’attrice. Per la cronaca, la categoria Abused, cui fanno riferimento queste pratiche, ha un audience superiore a quella di Nba.com.

Che una scena di sesso, per avere tanti clic, debba essere imbastita con un lui esplicitamente viscido e una lei non consenziente, è un leitmotiv che ritorna

Che una scena di sesso, per avere tanti clic, debba essere imbastita con un lui esplicitamente viscido e una lei non consenziente, è un leitmotiv che ritorna. Per esempio, è ciò che viene richiesto espressamente dal regista di Rachel (in arte Ava). A lei: «Non sei mai coinvolta», e al suo partner anzianotto: «Non ottieni ma il sì». E guardando Rachel, si può cogliere il vero senso dell’ossimoro professionistico-amatoriale. C’è un regista che dice cosa fare, c’è un set e c’è un compenso, ma il disagio tanto auspicato è reale. Rachel non è una Lolita ammiccante e intrigata dal maturo “amico di papà”: è seccata, imbarazzata e anche un po’ disgustata dal vecchio lampadato che le mette le mani addosso. Sembra rassegnata e il suo sguardo dice: «Speriamo che finisca in fretta». La cosa che fa impressione è che, a quanto pare, è proprio questo tipo di sguardo a eccitare il pubblico. Anche perché questa concezione di sessualità non paritaria, non solo è comoda perché bypassa la ricerca di consenso e assolve dall’ansia di piacere (almeno una delle due parti), ma è anche quella che continua a esserci propinata, e quindi modella l’immaginario. «Nutrirsi di porno violenti», riflette ancora un commentatore, «porta a pensare che sia la prassi, che umiliare una donna sia l’unica strada per il proprio piacere. Quanto ci vuole per confondersi, per passare da un “l’ho visto fare su internet” allo stupro come primo approccio? Forse a 18 anni, ubriachi, ci vuole poco» (e a questo proposito, su Netflix, c’è un altro documentario eloquente: The Hunting Ground).

Il timore che l’esempio possa essere messo in pratica sembra semplicistico, come la moda anni ’90 di demonizzare i videogiochi violenti. In questo caso, però, non si tratta di videogiochi e il confine tra realtà e finzione e molto labile, soprattutto per gli adolescenti, come fa intuire l’ultimo episodio di Hot Girls, la serie, che ha per protagonista una ragazza che si è ritrovata a filmare lo stupro dell’amica diffondendolo in diretta Periscope. II suo video, sostiene, non solo è in linea con i normali contenuti postati dagli utenti Periscope, ma non è nemmeno tra “i peggiori” (più violenti? più invasivi?) che le è capitato di vedere. A fare da contraltare al nostro gruppetto di belle speranze c’è la testimonianza di una che sembra avercela fatta. Una loro coetanea, Belle Knoxxx, “la pornostar della Duke University”. Riley e le ragazze guardano una sua intervista in tv e la commentano. Si stupiscono dello stupore dell’intervistata per cose che loro considerano banale routine e rimangono impressionati (oltre che invidiosi) dalla retorica di Belle – «Il suo PR è un genio» – che difende la sua scelta di vita definendola femminista. Intanto Riley fa partire sul telefono una delle scene più degradanti che Knoxxx ha girato. Non bisogna essere contrari alla pornografia né pensare che il sesso sia coccole e bacini per capire che nel sesso orale obbligato fino al vomito non c’è nulla di femminista. Se poi ci aggiungiamo la componente razzista, ecco che il quadro è completo. E infatti una delle protagoniste viene scritturata proprio per un plot di questo tipo. In questo caso il p*****o forzato era inserito in un contesto di violenza verbale e razziale: la vittima era una messicana, brutalizzata da bianchi. Il che dice molto sul livello di tristezza di chi si masturba guardando queste scene, senza contare l’ovvio legame con una certa politica conservatrice che ha bisogno di umiliare i propri nemici.

Del porno si dice che è un mondo a parte, un territorio franco dove tutto (o quasi) è permesso. E in parte si può essere d’accordo. L’argomentazione principe è che «hanno scelto loro di essere lì». Senza scomodare il libero arbitrio e il fatto che sopravvalutiamo la nostra capacità di scelta – e ignorando i casi in cui le pressioni economiche sono così forti da essere coercitive, per esempio nelle storie di tossicodipendenza – le ragazze della casa danno l’impressione di non avere una reale consapevolezza di ciò che accadrà loro. Già il fatto che tutti (come conferma Riley) vogliano operare all’oscuro di fidanzati, amici e famiglia testimonia, oltre a una mancanza di libertà, un profondissimo livello di ingenuità. In media basta un mese – la fonte è sempre il nostro informatissimo Riley – perché ogni persona che faccia parte della vita di queste ragazze venga a sapere in che modo si guadagnano da vivere.

Non vogliamo sapere cosa succede nelle cucine dei nostri ristoranti. Non vogliamo sapere cosa c’è in ciò che mangiamo, come è fatto il nostro hamburger che prima era una mucca, e non vogliamo nemmeno sapere come è fatto il nostro porno

Di sicuro non biasimo Stella per non aver affrontato l’argomento mentre suo padre aveva in mano un fucile durante l’americanissima gita di caccia padre-figlia. La madre, che invece ne è al corrente, sembra più che altro sconcertata. Mentre lei e Stella parlano, la donna si sforza di capire, per esempio interrogando la figlia sulla politica di controllo delle nascite diffusa nell’ambiente. E qui si apre un altro topic inquietante. Partendo dal fatto che il sesso è il loro lavoro, queste ragazze non sembrano saperne granché. Per esempio Brooklyn, la ragazza nuova, deve prendere la pillola del giorno dopo come conseguenza della sua prima scena. Il regista le dà 100 dollari per coprire le spese, la pillola le costa 60 e lei è tutta felice per la cresta che è riuscita a farci. Non sorprende che dopo pochi mesi una buona fetta del malloppo sparisca in cure mediche. La convinzione diffusa sembra essere: non c’è nulla che non possa essere risolto da una bella lavanda vaginale. Ci sarebbero altri momenti di disagio da citare, come Karly che dice di fare sesso solo davanti alla telecamera, perché i ragazzi del porno la trattano bene e quelli del mondo reale no. O di nuovo Brooklyn, a disagio solo quando deve scattare foto glamour in lingerie. Per fortuna c’è il fotografo a sdrammatizzare: «Mi stai uccidendo, così me lo ammosci. Sto solo scherzando, non si ammoscia mai: sono portoricano». (LOL)

Una delle voci più bizzarre del film è però quella del fidanzato di Stella. Dice di odiare il lavoro di lei, ma che non si sente in diritto di dire nulla. Illuminato? Forse. La mia impressione è che lui segretamente la adori. E lo stesso sospetto credo lo nutra anche la madre di Stella, che lo guarda sgomenta durante tutta la loro conversazione. Quando Stella decide di smettere – su consiglio della madre e del ragazzo – quest’ultimo racconta che l’esperienza gli ha insegnato una lezione sull’oggettivazione della donna, cambiando per sempre il suo modo di guardare alla pornografia: «Ho capito che quella è la ragazza di qualcuno», dice, «che quella è la figlia di qualcuno…». Dimenticandosi di dire: ho capito che lei è qualcuno.

Le critiche che il film ha ricevuto, provenienti soprattutto dal mondo dell’intrattenimento per adulti, hanno sottolineato come non rappresenti l’universo pornografico tout court. La risposta che viene spontanea è: e allora? Questo tipo di case esiste. Non in Italia? Ci sarà sicuramente qualcosa di simile. Ciò che disturba del film è un’altra cosa. Una volta lo chef Anthony Bourdain ha raccontato di quando, durante un’esperienza di lavoro giovanile nella cucina di un ristorante, un’enorme pentola di spaghetti si è rovesciata completamente sul pavimento lercio e il contenuto è stato puntualmente raccolto e servito come se nulla fosse. Morale: non vogliamo sapere cosa succede nelle cucine dei nostri ristoranti. Non vogliamo sapere cosa c’è in ciò che mangiamo, come è fatto il nostro hamburger che prima era una mucca, e non vogliamo nemmeno sapere come è fatto il nostro porno. A voi la scelta se guardare il film o no.

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