Tempi bui
7 Agosto Ago 2019 0600 07 agosto 2019

Mai più Loano: l’Italia non può permettersi di diventare razzista

Siamo sempre stati il Paese in cui chiunque poteva vivere bene. Stiamo diventano un luogo che nemmeno condanna più gli atti di razzismo. E questo è un disastro, più di ogni decreto sicurezza, perché ci cambia nel profondo

Umari Nouri Loano Linkiesta

L’Italia non è mai stata un Paese razzista con i neri e continua nonostante tutto a non esserlo. Stranieri di colore lavorano da molto tempo nelle nostre fabbriche, nei nostri uffici, nelle nostre città, vanno a scuola con i nostri figli e giocano con loro negli oratori e nei campetti. Nelle grandi città, Roma soprattutto, ci sono comunità africane di casa da generazioni, assai prima delle migrazioni di massa. C’è, insomma, con la pelle scura una dimestichezza della quotidianità e una larga, acquisita, confidenza: le stesse leggi razziali, macchia indelebile nella storia del Paese, forse la sola occasione in cui l’Italia aderì a una proposta razzista, riguardarono una religione, non il colore della faccia. Per questo si dovrebbe dare un segnale politico inequivocabile ai deficienti che a Loano, Liguria, hanno insultato un giovane volontario di colore della Croce Rossa e a tutti i consimili deficienti protagonisti dei micro-atti di razzismo diventati abituali nelle cronache: il deficiente di Borgo Valsugana che ha insultato la dottoressa del pronto soccorso che lo aveva appena curato; il deficiente di Verona che ha dato degli animali a un gruppo di attori che gli chiedeva la ricevuta; il deficiente che su un treno milanese si è improvvisato controllore per strepitare contro uno studente.

Non siamo mai stati un Paese razzista anche perché per decenni il razzismo è stato messo all’indice, condannato, esecrato, perché si è esercitata una tolleranza zero contro chi lo coltivava

Sono casi degli ultimi cinque giorni (in realtà ce ne sono anche un paio di più), testimonianze di una microconflittualità da strada dove il colore della pelle è diventato all’improvviso il catalizzatore di una generica rabbia e voglia di litigare oltreché una notevole vigliaccheria: non si ha notizia, per dire, di insulti a stranieri nerboruti, le vittime in genere sono ragazzi e donne. La vicenda di Loano poi è davvero un caso limite: Umari Nuri, 25 anni, di origine ghanese, milite della Croce Rossa, è stato ripetutamente offeso mentre stava distribuendo gadget a una sagra dell’organizzazione. «Sporchi la divisa che indossi», gli ha detto più di un passante: i compagni hanno raccontato che non è la prima volta, gli succede assai spesso, ci è abituato. Il sindaco leghista del Comune Luigi Pignocca ha condannato il gesto e invitato i volontari in Comune. Meglio di niente, ma la sanzione pubblica a questo tipo di comportamento risulta troppo timida e forse le amministrazioni dovrebbero cominciare a pensare di usare sul problema razzismo un po’ più di energia e attenzione: non siamo mai stati un Paese razzista anche perché per decenni il razzismo è stato messo all’indice, condannato, esecrato, perché si è esercitata una tolleranza zero contro chi lo coltivava, ma questi episodi ci dicono che potremmo facilmente diventarlo.

L’Italia, per il mondo, non è solo il Paese delle grandi opere d’arte e delle magnifiche città, ma soprattutto il posto dove chiunque può vivere bene

Sarebbe facile attribuire questa improvvisa aggressività contro il diverso alla propaganda anti-migranti del governo e alla xenofobia diffusa da certi fatti di cronaca, ma forse più che le parole dette contano quelle non dette. Una chiara condanna. Un messaggio che ribadisca il limite oltre il quale non si può andare. Sarebbe ora di pronunciarla, di prendere una di queste vittime dell’irrisione e degli insulti e di riceverla con solennità in qualche palazzo, o quantomeno di produrre un tweet che dica ai bulli: siete dei poveretti, vergognatevi. Lo dobbiamo ai moltissimi cittadini di colore che vivono con noi, titolari degli stessi diritti, tra cui quello di non vedersi aggrediti verbalmente per la strada, ma anche alla nostra dignità e reputazione di nazione e di popolo. L’Italia, per il mondo, non è solo il Paese delle grandi opere d’arte e delle magnifiche città, ma soprattutto il posto dove chiunque può vivere bene: giocarsi pure quest’ultimo asset per una minoranza di deficienti rancorosi sarebbe davvero stupido.

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