Apocalisse rimandata
8 Agosto Ago 2019 0600 08 agosto 2019

La crisi è arrivata, ma nessuno vuole andare al voto. Nemmeno Salvini

Il governo si spacca sulla Tav, ma il voto è ancora molto lontano. La Lega vuole ministeri, i Cinque Stelle vogliono sopravvivere, il Pd vuole tempo. Finirà con un rimpasto

Salvini Crisi Governo Linkiesta
Jussi Nukari / Lehtikuva / AFP

Una giornata di straordinaria follia (ché a quella ordinaria s’era fatta abitudine): questo è stato il mercoledì nero del governo gialloverde segnato dal voto sulle mozioni-Tav, sospeso alla spada di Damocle della crisi e conclusosi, dopo un vertice a palazzo Chigi tra Salvini e Conte, con l’atteso comizio del ministro dell’Interno a Sabaudia. Dove Salvini ha ribadito che o si governa l’Italia coi Si – tradotto: più Lega meno Cinque Stelle – o la corsa finisce qui.

Il che significa una cosa: la prossima forza caudina che dovranno attraversare Conte e Di Maio sarà un rimpasto di governo dove Salvini chiederà le teste di Toninelli (Infrastrutture), Trenta (Difesa) e Tria (Economia). Quest’ultima senza davvero volerla ottenere: troppo alto il rischio di dover mettere un leghista al Tesoro su cui ricadrebbe il peso dell’aspra manovra d’autunno.

Dalla mattina di ieri e in ordine sparso era comunque già successo di tutto: il Movimento Cinque Stelle battuto sulla Tav, la maggioranza spaccata, la Lega che vota con le opposizioni, le opposizioni che non mettono davvero in crisi la maggioranza e un esecutivo che resta appeso a una ragnatela sempre più sottile (ma tenacissima). Perché alla fine nessuno – dalla Lega ai Cinquestelle passando per il Pd – vuole guardarla davvero in faccia questa crisi, trarne le necessarie conseguenze politiche, figurarsi andare a votare.

Salvini pensa al massimo a un rimpasto e a una rotta più marcatamente leghista della navigazione imponendo a Di Maio un tagliando sul contratto di governo

Una giornata di straordinaria follia dunque perché lo stato d’eccezione quotidiano e la crisi permanente – la follia ordinaria - è infine debordata e deragliata dai binari di quella schizofrenia semicontrollata che malgré tout ha continuato a tenere finora in piedi questo governo.

Se fino ad oggi però si fibrillava – e tutti avevano preso le misure alla metrica del terremoto - adesso il ritmo dell’ondeggiare è più accelerato e si balla come nemmeno al Papeete, sull’otto volante d’una crisi così acuta che in ogni momento può sfociare in crisi aperta.

Del resto l’immagine dei banchi del governo a Palazzo Madama coi ministri della Lega ieri seduti da una parte, quelli Cinque Stelle dall’altra e in mezzo la sedia vuota del premier Conte è la resa plastica di una contrapposizione senza più mediazioni. Come lo erano le luci verdi e rosse che si accendevano e spegnevano sul tabellone durante il voto, disegnando come in un flipper in tilt un’altra maggioranza o meglio la crisi di questa.

Crisi che c’è ed è profonda e insanabile ma ancora senza uno sbocco e una soluzione: perché dall’otto volante, come si diceva, non vuol scendere nessuno.

Per questo Salvini pensa al massimo a un rimpasto e a una rotta più marcatamente leghista della navigazione imponendo a Di Maio un tagliando sul contratto di governo. Gli altri, tutti gli altri, pensano invece a come eventualmente far planare il divorzio tra Lega e Cinque Stelle in un governo di legislatura. Il voto, che a parole non fa paura a nessuno, suscita il panico. Nel Pd perché non è pronto, tra i Cinque Stelle perché verrebbero decimati dalle urne, in Lega – si è detto - perché è forte il timore del governo istituzionale. E poi c’è Mattarella a non auspicare il voto, perché c’è da salvaguardare la stabilità dei conti pubblici e magari anche una futura presidenza repubblicana che non sia esclusivo appannaggio leghista.

La linea per ora è stabilizzare l’ulteriore grado sismico, abitare la follia straordinaria in un escalation di ritmo senza fine, fino al prossimo scossone, quello fatale.

La realtà è che la crisi di governo senza fine al Pd va bene: come un Kavafis senza un’Itaca i dem s’augurano che il viaggio della crisi sia lungo

Ma non è un’estate pazza solo per la maggioranza. Anche nel Pd, come ha fatto sommessamente notare ieri Carlo Calenda, non si scherza per niente. Si certo, Calenda tra i dem passa per un eccentrico – alla fine gli rimproverano d’essere troppo preparato – però è un po’ difficile contestare la verità elementare detta ieri dall’eurodeputato: e cioè che se fosse passata la mozione Cinque Stelle sulla Tav, con l’astensione delle opposizioni, la spaccatura sarebbe diventata una sfiducia politica a Conte. Insomma in Senato il Pd avrebbe dovuto scegliere di non partecipare al voto invece “le opposizioni vogliono tenersi il governo” nota Calenda. Dicendo in sostanza, come il bambino della favola, che il re è nudo.

La realtà è che la crisi di governo senza fine al Pd va bene: come un Kavafis senza un’Itaca i dem s’augurano che il viaggio della crisi sia lungo. Se lo augura Renzi perché non c’è ancora un soggetto politico da mettere in campo in caso di elezioni; se lo augura Zingaretti perché con il Movimento Cinquestelle di Di Maio il Pd non può allearsi.

E così la crisi conclamata ma non agita ha come risultato collaterale e paradossale quello di far litigare il Pd al suo interno e di rendere di fatto impossibile una maggioranza alternativa all’attuale.

Intanto si procede onda su onda, come in un pazzo surf, dove ognuno pensa e spera – si illude - che la tempesta permanente alla fine lo porti dove vorrebbe andare.

Che sia un modo per razionalizzare il naufragio?

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