8 Agosto Ago 2019 0600 08 agosto 2019

Vinicio Marchioni: “La cultura è l'unica cosa che resta quando hai perso tutto”

Ospite del festival letterario Marina Café Noir a Cagliari, l'attore romano interpreta in un reading il romanzo “Crepuscolo” dello scrittore statunitense Kent Haruf, e presenta i suoi nuovi progetti tra cinema e teatro

Marchioni

Romano de’ Roma, attore, regista e interprete. Vinicio Marchioni è tra i volti più noti del cinema italiano, con una carriera fortunata iniziata a teatro al fianco del Maestro Luca Ronconi. Si farà conoscere al grande pubblico grazie all’interpretazione del Freddo nella serie tv “Romanzo Criminale” di Stefano Sollima, ma è col film autobiografico “Venti sigarette a Nassiriya” di Aureliano Amadei che conquista il Premio Controcampo con una menzione speciale per la prova d’attore alla 67° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e una candidatura come miglior attore protagonista ai David di Donatello. Da grande avrebbe voluto fare qualcosa che avesse avuto a che fare con la scrittura, ma – in compenso – è finito a interpretarla, la scrittura, in più d’una occasione. L’ultima è il romanzo “Crepuscolo” di Kent Haruf, tra i più apprezzati e premiati scrittori statunitensi, che ha presentato nella serata di giovedì 20 giugno al pubblico del Marina Café Noir, il festival di letterature applicate che ogni anno ospita a Cagliari artisti, scrittori e musicisti italiani e internazionali.

Partiamo dal festival, dove interpreta “Crepuscolo”, tratto dalla Trilogia della pianura di Kent Haruf. È un testo che costringe il lettore a immedesimarsi pienamente nei personaggi, tirando fuori un forte sentimento di compassione verso l’Altro. Oggi si parla “buonisti”, che sta succedendo?
Ma non lo so, sta succedendo qualcosa di strano. Qualcosa che a me sembra incomprensibile. Ma una cosa ci tengo a dirla a tutte queste persone che si rivoltano in qualche modo contro la compassione, definendo “buonisti” chi prova a fare cultura. La cultura è di tutti, è un patrimonio enorme che appartiene a tutti: dal senzatetto al più ricco. Non è una questione di destra o di sinistra. Ci stiamo dimenticando dell’umanità, che non è uno slogan: restiamo umani. Che qualsiasi cosa si dica oggi viene rigirata come una frittata, e invece bisogna essere chiari perché le parole sono importanti, come diceva un grandissimo regista in un suo film. La cultura è l’unica cosa che resta quando hai perso tutto, l’unica cosa che ti manca quando credi di avere tutto. È inarrivabile. Ed è sintomo di libertà, che è di tutti per definizione. E alcune cose andrebbero rimesse nel giusto vocabolario.

Riferendosi sempre a questo testo, ha parlato anche di leggerezza. Cosa intende?
Intendo un certo modo di trattare degli argomenti. Questa Trilogia della pianura di Kent Haruf affronta tutti i grandi temi della letteratura: la vita, la morte, l’amore, la violenza. Dipende da che tipo di trattamento se ne fa. Penso che Kent Haruf abbia in sé un grande dono (più di uno), ma il più grande è questo suo essere estremamente conciso, asciutto, senza un giudizio sui personaggi che mette in scena. E secondo me ha anche una grazia, una leggerezza in questo senso che deriva da una compassione che lui ha per questi personaggi: sia quelli che riescono che quelli che non riescono - e sono molti di più quelli che non riescono in questo libro in particolare. E mi viene anche da dire, tornando alla domanda precedente, che la grande arte, la grande letteratura, il grande cinema, la grande pittura, la grande musica è stata sempre dalla parte dei più deboli. È sempre un moto rivoluzionario. E non capisco perché questa pseudo rivoluzione che qualcuno crede di star facendo, gettando questo Paese nell’ignoranza e nella violenza, non comprenda questo aspetto. Perché la cultura è la più grande rivoluzione che l’uomo abbia mai fatto verso qualsiasi forma di controllo e di potere. Leggete i libri, è la più grande rivoluzione che si possa fare.

La grande arte, la grande letteratura, il grande cinema, la grande pittura, la grande musica è stata sempre dalla parte dei più deboli. È sempre un moto rivoluzionario

Tra le altre cose, è impegnato anche nel progetto onlus “Every Child Is My Child” insieme ad altri artisti per la costruzione di scuole al confine tra Siria e Turchia, oltre che l’insegnamento di vari mestieri in particolare alle donne. Qual è l’ostacolo maggiore che ha incontrato vivendo quei luoghi, che noi sentiamo ancora troppo lontani rispetto alla nostra quotidianità.
Sì, la scuola che abbiamo costruito e che stiamo portando faticosamente avanti si trova esattamente sul confine, in territorio turco. Panifichiamo quaranta chili di pane al giorno, abbiamo iniziato dei corsi professionali per dei mestieri i più umili possibili. Perché la cosa più difficile lì è ricreare anche la possibilità in queste persone, l’idea che un futuro ci possa essere. Non ci sono ancora stato personalmente, ci sono stati altri attori che fanno parte della onlus. Spero di andarci molto presto. Stiamo anche pensando di scrivere dei film, dei cortometraggi, delle storie per fare quello che ognuno di noi sa fare meglio. Non fare soltanto (tra mille virgolette) raccolte fondi in Italia, ma usare realmente le nostre professionalità per far conoscere questa situazione sia nel nostro Paese che a livello internazionale, ad esempio presentando i nostri lavori ai festival di cinema internazionali.

Lo scorso anno è stato presentato al Torino Film Festival “Drive Me Home”, film on the road girato in Europa che lo vede coprotagonista insieme all’attore Marco D’Amore. Come si sta nella condizione di migrante e ha percepito un senso di unità europeo oppure c’è ancora da lavorare?
Sì, a voglia. Ma sai che c’è? Che quando si esce dall’Italia si vive in Europa. Si percepisce la grande libertà di movimento, per esempio, la grande libertà di avere una moneta unica, la grande comunità europea che c’è. E di questo me ne rendo conto ogni volta che esco dall’Italia e vado a presentare i film ai festival internazionali, per dirne una. Il problema è che noi siamo un popolo ignorante, nel senso che ignoriamo le cose, non solo perché non si legge. Ma ignoriamo la grande possibilità di andare fuori per ritornare o per rimanerci. E questa è una conquista, ci sono voluti decenni per arrivare ad avere questa grande libertà, questa grande fruibilità del patrimonio immenso di questa Europa. Per la possibilità di scambiare qualsiasi idea, o conoscenza o arte o mestiere. È una possibilità economica, artistica, di vita, per ognuno di noi e per i nostri figli. Io mi auguro che i miei figli - visto come stanno andando le cose da noi - possano affacciarsi il prima possibile nei paesi europei. E quando esci da qui, questa cosa la percepisci immediatamente. Non ci vogliono i soldi per andare in giro, ci vuole la voglia e la curiosità di scoprire cosa c’è fuori da questo Paese.

Passando alla politica, Lei ha interpretato Massimo D’Alema nella serie tv “1993”. Cos’è cambiato nella politica da quegli anni a oggi? Pensa che ci sia bisogno di riprendere qualcosa di quella sinistra o è un capitolo da chiudere definitivamente?
Che cos’è cambiato è facile: la sinistra non c’è più. E quando parlo di sinistra parlo del rapporto che la sinistra aveva con il popolo. Non parlo di ideologia. Non sono un attore politico, parlo da cittadino. Il problema è recuperarlo quel popolo lì, le sezioni, i dopolavori, i circoli nelle periferie, nei quartieri, nei paesi, nei piccoli centri. Oggi sono passati tutti dall’altra parte. Io sono molto incazzato con tutta la parte sinistra di questo Paese, ovviamente, non lo devo dire io. Continuano a fare delle lotte intestine dividendosi quei quattro spicci di consensi che sono rimasti e che faticosamente cercano di aumentare, con scarsi risultati.

Non ci vogliono i soldi per andare in giro, ci vuole la voglia e la curiosità di scoprire cosa c’è fuori da questo Paese

Tra i prossimi progetti c’è la regia del film che riprende il dramma “Zio Vanja” di Anton Čhecov, scrittore e drammaturgo russo, che studia e porta sul palcoscenico ormai da diversi anni. Come l’ha conquistata?
Con la compassione, vedi. Come torna. Mi ha conquistato perché lui non giudica, mi ha conquistato perché lui sta in ogni personaggio che scrive. Come secondo me grandissimi scrittori fanno, e se i grandi politici applicassero questo non giudizio e questo amore che gli scrittori hanno per i propri personaggi ad ogni cittadino, forse andrebbe meglio tutto. La mancanza di giudizio è un fatto fondamentale, soprattutto oggi che siamo abituatissimi a giudicare e metter bocca su qualsiasi cosa. Sei contro quindi ti odio, sei pro e quindi sei amico mio. In mezzo a tutta questa cosa c’è l’umanità. Ci sono le differenze, ci sono le sfumature. C’è la vita di ogni cittadino e personaggio. Čhecov è il più grande scrittore dei perdenti, delle occasioni mancate, dei sogni infranti, di quello che si poteva diventare e che non è successo.

Per finire, ci può dare qualche anticipazione?
Sì, questo docu-film, che sto finendo in questo periodo, nasce dalla sovrapposizione tra l’immobilismo della Russia di fine Ottocento di cui parlava Čhecov e l’immobilismo italiano del post terremoto, dall’Aquila in poi. E quindi abbiamo sostituito la famiglia dei protagonisti di “Zio Vanja” con una famiglia che ha scelto di restare in uno dei paesi colpiti nel centro Italia – senza entrare nello specifico -. Cerchiamo di riportare all’attenzione di tutti queste persone, che fanno parte della provincia italiana. Le case gliele hanno date? Son tornati nelle loro case? Che è successo dei fondi stanziati? Come stanno? Questi sono cittadini, italiani. Nessuno si domanda più. E tutto questo abbiamo cercato di farlo con lo sguardo umano di Čhecov, questo genio assoluto che tutti dovrebbero conoscere.

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