crimini risolti
9 Agosto Ago 2019 0600 09 agosto 2019

Perché nel Medioevo processavano e condannavano anche gli animali

Casi di omicidio o di danni alla proprietà erano quelli più gravi. I tribunali, nonostante all’apparenza seguissero orientamenti magico-irrazionali, si servivano di un quadro di pensiero logico: volevano, in ogni caso, punire il crimine

Gerichtlicher Zweikampf
da Wikimedia

La giustizia è umana, ma viene applicata anche agli animali. Almeno, funzionava così nel Medioevo, quando nei tribunali era del tutto normale processare (e il più delle volte condannare) anche poveri maiali, cavalli e tori che, secondo il punto di vista umano, si erano macchiati di colpe gravi. Danni alle proprietà, si solito. Nei casi peggiori, omicidi.

Nonostante la cosa possa apparire balorda, processi di questo tipo seguivano protocolli molto precisi, sia dal punto di vista giuridico che da quello pratico.

Prima di tutto, era necessario che l’animale, almeno dal punto di vista formale, diventasse un criminale, cioè venisse riconosciuta nella sua azione malvagità e premeditazione. Non facile, visto che nella maggior parte dei casi si trattava di omicidi compiuti da maiali, cioè da esseri perlopiù premorali, irresponsabili e non sottoposti alla legge umana. Questo problema non li sfiorava, anzi. Bastava l’atto: questo veniva inquadrato in alcune specifiche categorie giuridiche che lo rendevano, di per sé, criminale.

Questo passaggio era fondamentale: come spiega bene questo articolo approfondito sulla questione, di fronte a una azione riconosciuta come criminale, l’unica risposta possibile era la punizione. È per questo che i tribunali degli uomini agivano anche sugli animali: un meccanismo mentale la cui necessità logica andava a scontrarsi con il buonsenso. Ma pazienza.

Poi, oltre al processo, era formalizzata anche la condanna. Gli animali dovevano per forza essere impiccati. Per questo scopo era necessario che ci fosse una corda specifica, dei guanti specifici e una persona specifica: il boia. Se nel paese non c’era una forca, si andava in quello vicino. Se la forca c’era ma andava riparata, la si faceva aggiustare e, nell’attesa, l’animale stava in prigione. E se il maiale, o il cavallo, o il toro condannato era nel frattempo scomparso (o perché fuggito o perché morto), la sentenza andava eseguita comunque, impiccando al suo posto un fantoccio. Nessuno doveva dubitare della capacità di funzionamento della giustizia.

Di fronte a queste stranezze, l’idea di ricondurle a un mondo irrazionale ancorato a superstizioni è forte – e nemmeno così sbagliata. Eppure, in ogni tradizione umana esiste una componente logica e storica. E in questo caso è l’emergere della forza del diritto, ancora debole e legata a una concezione divina della giustizia, ma che cerca – attraverso i suoi formalismi – di individuare una natura universale e valida per tutti di ciò che è male e di ciò che non lo è.

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