Storie
10 Agosto Ago 2019 0600 10 agosto 2019

“Milano è la mia Itaca”: una conversazione con lo street artist Boris Veliz

Originario dell’Ecuador e in Italia da 16 anni, il graffitaro e scenografo Boris Veliz ha studiato all’Accademia di Brera e oggi fa workshop di murales con una cooperativa. A Milano ha trovato il suo punto d’arrivo: “è la città dove più si incontrano mondi che comunicano tra di loro”

Boris Veliz_Linkiesta
Nuove Radici

Boris Veliz, 27 anni, nato a Gayaquil «la Milano dell’Ecuador», in Italia da 16 anni, in attesa di cittadinanza, scenografo e street artist, dice che la sua storia personale lo ha aiutato a diventare un artista: «Quando vieni da un background difficile e prendi coscienza poi hai una marcia in più. Nelle difficoltà trovi la forza per esprimerti».

Quando ha deciso di venire in Italia?

«Nel 2003, avevo 11 anni, a seguito di mia madre che si era già trasferita qui. Non ho mai vissuto con mio padre, aveva un’altra famiglia. In Equador io e mia sorella stavamo a casa di cugini, zii, nonni… Con mia sorella ho vissuto pochissimo insieme. A un certo punto è stata mia madre a chiedermi se volevo raggiungerla. Mi disse che la situazione qui stava cambiando ed era meglio che mi decidessi. Non mi impose niente, mi fece solo il quadro della situazione».

Un bambino straniero in Italia. Come viveva la sua nuova condizione?

«Non è mai stato un problema. Tutta la mia vita fino ad allora è stata un continuo cambiamento. Sono arrivato d’estate, c’erano tanti parenti, cinque cugini, quattro zii. Dopo, ho sofferto di solitudine. Alle medie sono finito in una classe cosiddetta ghetto. C’erano solo due italiani. Poi peruviani, equadoregni, cinesi, filippini, arabi, pakistani… Gli insegnanti hanno fatto un grande lavoro. In tre anni ci hanno fatto fare il giro del mondo».

È cittadino italiano?

Non ancora. Devo aspettare due anni grazie al vostro ministro. Alla fine passeranno sedici anni prima di ottenerla. Mia madre la aspetta da venti. Una burocrazia infinita.

Lei è un artista riconosciuto, Ha fatto mostre importanti come quella in cui usava i biglietti del tram per disegnare sul retro. Come ha scoperto la sua vocazione?

«Da bambino ero molto solo. Leggevo i fumetti. Ho iniziato a riprodurli. Mi piaceva disegnare, ho continuato. Alle medie ero un ragazzo turbolento. Solo l’insegnante di educazione artistica mi capiva. Sono ancora in contatto con lei».

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