Dossier
Incubo di una crisi di mezz’estate
E allora il Pd?
10 Agosto Ago 2019 0600 10 agosto 2019

Pacificare il Pd per salvare l’Italia: ecco perché la crisi passa dalle mani di Zingaretti e Renzi

Con la crisi di governo, il Quirinale guarda al Pd per non consegnare il Paese nelle mani di Salvini: mai come oggi i dem devono tornare a unirsi. Ma Renzi pensa ancora di fare il suo partito, mentre Zingaretti vuole tornare alle urne. È ora di risolvere l’ennesimo dilemma tra unità e rottura

Nicola Zingaretti_Linkiesta
Miguel MEDINA / AFP

C'è una frase, tra le tante pronunciate nelle ultime ore dal leader leghista, che ha alzato il livello di guardia dell'allarme al Quirinale. Quell'invito agli italiani a conferirgli "pieni poteri", prefigurando uno scenario che sposti il Paese fuori dal recinto delle regole democratiche, facendolo piombare in un contesto proto-dittatoriale. Timori che, peraltro, mal si conciliano con il fatto che il Viminale "leghista" dovrebbe essere l'istituzione che dovrebbe garantire la regolarità delle elezioni.

Mattarella ha capito che qualsiasi possibilità alternativa al governo sovranista passa dal Partito Democratico, che, mai come oggi, ha bisogno di trovare quell'unità che negli ultimi anni è sempre stata un miraggio. Sia che si tratti di sostenere un governo che spinga la Lega all'opposizione, sia che si tratti di affrontare un delicatissimo passaggio elettorale tra fine ottobre e inizio novembre.

Inutile dire che il capo dello Stato è già al lavoro per trovare una soluzione alternativa ad un ritorno alle urne, che potrebbe rivelarsi catastrofico per la tenuta economica e sociale del Paese. Soluzione che passa, appunto, per il Partito Democratico, per un Movimento 5 Stelle rinnovato e con una nuova guida e, perché no, per quella parte di Forza Italia che, in fondo, non ha alcuna intenzione di "morire salviniana".

I margini sono strettissimi, ma il Quirinale vuole provarci, anche perché un'eventuale maggioranza Lega-FdI che uscisse dal voto avrebbe davanti delle praterie parlamentari per eleggere il prossimo presidente della Repubblica, mettere mano alla Costituzione e scardinare gli equilibri istituzionali del Paese, facendolo diventare più simile all'Ungheria di Orban che ad una moderna democrazia occidentale. Ed è questa la cosa che preoccupa di più il Colle.

Zingaretti è convinto di potersela giocare alle urne, polarizzando lo scontro con la destra e risvegliando il ventre molle dell'elettorato deluso del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle

Il problema è che con un Pd balcanizzato come quello che si presenta oggi, è impossibile cominciare qualsiasi tipo di ragionamento. In particolare i problemi sono due. Il primo, ovviamente, risponde al nome di Matteo Renzi. L'ex premier sta ragionando seriamente se dare vita al proprio partito, in netta contrapposizione al "nuovo corso" di Nicola Zingaretti. Ma è afflitto da dubbi e incertezze, anche alla luce della rapida evoluzione del quadro politico. L'unica certezza, per ora, è che non ha alcuna intenzione di appoggiare un governo di cui faccia parte anche il Movimento 5 Stelle. Ha detto troppe volte no a questa ipotesi per cambiare idea in maniera così repentina.

Dall'altra parte, in questo momento, l'altra figura che è assolutamente contraria ad un governo non legittimato dalle urne è proprio quella del segretario, che da quando è in sella al Nazareno ha recapitato un messaggio molto chiaro al Colle: il Pd non è disponibile a sostenere esecutivi che agli occhi dei cittadini possano sembrare come il risultato di giochi di palazzo, che finirebbe per dare ancora più forza a Salvini. Zingaretti è convinto di potersela giocare alle urne, polarizzando lo scontro con la destra e risvegliando il ventre molle dell'elettorato deluso del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle.

Con Renzi e Zingaretti nelle vesti dei "signor no", nel corpaccione dem sono in molti, invece, a lavorare affinché una soluzione si possa trovare. In particolare si stanno muovendo Lorenzo Guerini, che guida la componente Base Riformista, la più numerosa a livello di gruppi parlamentari, e Dario Franceschini, leader di Area Dem. Da tempo - per ora con scarsi risultati - i due stanno provando a mettere in campo il tentativo di superare le divisioni interne nel Pd.

Ma adesso la questione si è fatta maledettamente seria. E i messaggi che arrivano dal Quirinale - cui un altro uomo di peso come Paolo Gentiloni è sempre particolarmente sensibile - potrebbero rafforzare lo sforzo pacificatore. In queste ora, dunque, il Pd si trova davanti all'ennesimo bivio. Da una parte la dissoluzione, dall'altra la possibilità di superare, una volta per tutte, le ataviche divisioni che vengono tollerate sempre più a fatica dallo stesso elettorato democratico.

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